Lettere da Vienna
di Antonio Gramsci
1924
5
gennaio 1924 - A Scoccimarro
ti dirò sinteticamente
perché persisto nel ritenere impossibile che io firmi il manifesto,
anche dopo averne letta la seconda redazione. Al Congresso di Roma era
stato dichiarato che le tesi sulla tattica sarebbero state votate a titolo
consultivo, ma che esse, dopo la discussione del Quarto Congresso, sarebbero
state annullate e non se ne sarebbe parlato più. Nella prima metà del marzo
1922 l'Esecutivo del Comintern ha pubblicato uno speciale comunicato in
cui le tesi sulla tattica del partito venivano confutate e rigettate e
un articolo dello Statuto dell'Internazionale dice che ogni deliberazione
dell'Esecutivo deve diventare legge per le singole sezioni. Ciò
sia detto per la parte formale e giuridica della questione. La quale ha
una sua importanza. In verità dopo le pubblicazioni
del manifesto la maggioranza potrebbe essere squalificata del tutto e anche
esclusa dal Comintern. Se la situazione politica dell'Italia non si opponesse
a ciò io ritengo che l'esclusione avverrebbe. Alla stregua della
concezione di partito che deriva dal manifesto la esclusione dovrebbe essere
tassativa. Se una nostra federazione facesse solo la metà di ciò
che la maggioranza del partito vuol fare verso il Comintern, il suo scioglimento
sarebbe immediato. Non voglio, firmando il manifesto,
apparire un completo pagliaccio. Ma io non sono neppure d'accordo nella
sostanza del manifesto. Ho un'altra concezione del partito, della sua funzione,
dei rapporti che devono stabilirsi fra esso e le masse senza partito, fra
esso e la popolazione in generale. Non credo assolutamente che la
tattica che si è sviluppata attraverso gli esecutivi allargati e
il Quarto Congresso sia sbagliata. Né per l'impostazione generale,
né per dettagli rilevanti. Così credo sia anche per te e
per Togliatti e non posso comprendere perciò come voi, a cuore così
leggero, vi imbarchiate in una galera così pericolosa. Mi pare che
voi vi troviate nello stesso stato d'animo in cui mi sono trovato nel periodo
del Congresso di Roma. Forse perché nel frattempo sono stato lontano
dal lavoro interno di partito, questo stato d'animo è svanito; in
realtà esso è svanito anche per altre ragioni. E una delle
più importanti è questa: non si può assolutamente
fare dei compromessi con Bordiga. Egli è una personalità
troppo vigorosa ed ha una così profonda persuasione di essere nel
vero, che pensare di irretirlo con un compromesso è assurdo. Egli
continuerà a lottare e ad ogni occasione ripresenterà sempre
intatte le sue tesi. Penso che abbia torto Togliatti
nel ritenere che il momento non sia propizio per iniziare una nostra azione
indipendente e per dar luogo a una formazione nuova che solo "territorialmente"
apparirebbe come di centro. E' innegabile che la concezione che finora
è stata ufficiale intorno alla funzione del partito ha portato a
cristallizzarsi nelle sole discussioni di organizzazione e quindi a una
vera e propria passività politica. Invece del centralismo si è
ottenuto di creare un morboso movimento minoritario e se si parla coi compagni
emigrati perché più attivamente partecipino all'azione esterna
del partito si ha l'impressione che per essi il partito è in realtà
ben poca cosa e che ben poco sarebbero disposti a dare per esso. L'esperienza della Scuola di
Pietrogrado è molto espressiva. In realtà io mi sono persuaso
che la forza maggiore che tiene insieme la compagine del partito è
il prestigio e l'idealità dell'Internazionale, non già il
legame che l'azione specifica del partito sia riuscita a suscitare e abbiamo
creato una minoranza a fregiarsi della qualifica di vera rappresentanza
dell'Internazionale in Italia. E' proprio oggi, quando si è
deciso di portare la discussione dinanzi alle masse che bisogna assumere
un posto definitivo e la propria esatta figura. Fino a quando le discussioni
avvenivano in una cerchia ristrettissima e si trattava di organizzare cinque,
sei, dieci persone in un organismo omogeneo era ancora possibile, sebbene
non fosse neppure allora totalmente giusto, venire a dei compromessi individuali
e trascurare certe questioni che non avevano una immediata attualità.
Oggi si va dinanzi alla massa, si discute, si determinano delle formazioni
di massa che avranno una vita non solo di poche ore. Ebbene, è necessario
che questo fatto avvenga senza equivoci, senza sottintesi, che queste formazioni
abbiano una organicità e possano svilupparsi e diventare tutto il
partito. Perciò io non firmerò
il manifesto. Non so ancora con esattezza che fare. Non è la prima
volta che mi sono trovato in queste condizioni e Togliatti deve ricordare
che nell'agosto 1920 io mi sia staccato anche da lui e da Terracini. Allora
ero io che volevo mantenere dei rapporti piuttosto colla sinistra che colla
destra, mentre Togliatti e Terracini avevano raggiunto Tasca, che si era
staccato da noi fin dal gennaio. Oggi mi sembra che avvenga il contrario.
Ma in realtà la situazione è molto diversa e come allora
nell'interno del partito socialista bisognava appoggiarsi agli astensionisti,
se si voleva creare il nucleo fondamentale del futuro partito, così
oggi bisogna lottare contro gli estremismi se si vuole che il partito si
sviluppi e che finisca di essere niente altro che una frazione esterna
del partito socialista. Infatti, i due estremismi, quello
di destra e quello di sinistra, avendo incapsulato il partito nella unica
e sola discussione dei rapporti col partito socialista, l'hanno ridotto
a un ruolo secondario. Probabilmente rimarrò
solo. Come membro del CC del partito e dell'Esecutivo del Comintern, scriverò
una relazione in cui combatterò contro gli uni e contro gli altri,
accusando gli uni e gli altri di questa stessa colpa e ricavando dalla
dottrina e dalla tattica del Comintern un programma d'azione per l'avvenire
della nostra attività. Ecco quanto volevo dire. Vi assicuro
che qualsiasi vostro ragionamento non riuscirà a smuovermi da questa
posizione. 12 gennaio 1924 - A Terracini la vita interna di un partito
comunista non può essere concepita come l'arena di una lotta di
tipo parlamentare in cui le varie frazioni svolgono un ufficio che è
determinato, come quello dei diversi partiti parlamentari, dalle loro origini
diverse, dipendenti dalle diverse classi della società. Nel partito
è rappresentata una sola classe e i diversi atteggiamenti che a
volta a volta diventano correnti e frazioni sono determinati da apprezzamenti
disparati sugli avvenimenti in corso e perciò non possono solidificarsi
in una struttura permanente. Il CC del partito può
aver avuto un determinato indirizzo in determinate condizioni di tempo
e di ambiente, ma esso può cambiare questo suo indirizzo, se il
tempo e l'ambiente non è più quello di una volta. La minoranza,
facendo dei contrasti un qualche cosa di permanente e cercando di ricostruire
una mentalità generale propria della maggioranza, che giustifichi
questo processo permanente, ha posto, pone e porrà la maggioranza
in contrasto continuato col Comintern, cioè con la maggioranza del
proletariato rivoluzionario e specialmente col proletariato russo che ha
fatto la rivoluzione, in realtà solleva i primi elementi di una
questione che dovrebbe portare sicuramente alla esclusione della maggioranza
del partito dal Comintern. Ma noi neghiamo ogni base a tutto
questo procedimento astrattamente dialettico della minoranza e dimostriamo
coi fatti che siamo sul terreno del Comintern, che ne applichiamo e ne
accettiamo i principi e la tattica, che non ci cristallizziamo in un atteggiamento
di opposizione permanente, ma sappiamo mutare i nostri atteggiamenti a
seconda che mutano i rapporti delle forze e i problemi da risolvere si
pongono su altra base. Se nonostante ciò la minoranza
continua a porsi, verso la maggioranza, nell'atteggiamento in cui si è
posta finora, saremo noi a ricercare se in ciò non esistono gli
elementi per dimostrare che la minoranza è un portato delle tendenze
liquidatrici che si verificano in ogni movimento rivoluzionario dopo una
disfatta e che sono inerenti alle oscillazioni e al panico propri della
piccola borghesia, cioè di una classe che non è quella sulla
quale si basa il nostro partito. Non ci sarà difficile dimostrare
come l'ortodossia della minoranza per la tattica del Comintern sia solo
una mascheratura per avere la dirigenza del partito: l'esame della composizione
dei gruppi che formano la minoranza ci dà facile modo di dimostrare
che essa è fondamentalmente contraria al Comintern e che non tarderà
a rivelare questa sua natura. Così abbiamo parlato al
Tasca e ricordo che io con te e con Scoccimarro ho ripetuto più
volte che ritenevo questo ragionamento non una mossa per intimidire momentaneamente
Tasca e per indebolirlo dinanzi all'EA (Esecutivo Allargato), ma una nuova
piattaforma su cui la maggioranza del partito doveva risolutamente porsi
per liquidare onorevolmente il passato e porsi in grado di risolvere i
suoi problemi interni. E ricordo che tu e Scoccimarro eravate d'accordo
in ciò. Penso che voi siate ancora d'accordo e perciò non
so spiegarmi la vostra attuale posizione. In verità noi ci troviamo
a una grande svolta storica del movimento comunista italiano. E' questo
il momento in cui occorre con grande risolutezza, e con molta precisione
porre le nuove basi di sviluppo del partito. Il manifesto non rappresenta
certamente questa nuova base. Esso dà ogni ragione per far apparire
la minoranza come la frazione che al Quarto Congresso e all'EA vedeva bene,
diffidando della buona volontà e della sincerità della maggioranza,
e facendo apparire questa come un'accolta di piccoli politicanti che volta
per volta salvano la loro situazione con mezzucci meschini. Voi dimenticate
troppo spesso che il nostro partito ha responsabilità di carattere
internazionale e che ogni atteggiamento nostro si ripercuote negli altri
paesi, spesso in forme morbose e irrazionali. Insisto nel mio atteggiamento
perché lo ritengo il più opportuno e doveroso. La tua lettera non fa che confermarmi
in questa decisione, specialmente per quello che dici a proposito del ponte
che voi avreste rappresentato in questo periodo passato. Bisogna che anche
tu, Scoccimarro e Togliatti vi decidiate per la chiarezza, per una posizione
che sia la più vicina ai vostri intimi convincimenti e non alla
vostra qualità di "ponti". Potremo così insieme fare un grande
lavoro e dare al nostro partito tutto lo sviluppo che la situazione gli
permette. E' inutile voler conservare un'unità formale di frazione
che ci costringe continuamente all'equivoco e alle mezze misure. Se Bordiga
vuole insistere, come certamente farà, nel suo atteggiamento, ciò
sarà forse un bene, al patto che la sua sia una manifestazione individuale
o di un piccolo gruppo; diventando invece, col vostro consenso, manifestazione
della maggioranza, essa comprometterebbe irrimediabilmente il partito. 27 gennaio 1924 - A Togliatti io mi sono convinto anche a mie
spese che il tanto lodato ed esaltato centralismo del partito italiano
nella realtà si risolveva in una molto banale assenza di divisione
del lavoro e assegnazione precisa delle responsabilità e delle competenze.
Nelle conversazioni che ho avuto con Fortichiari ho avuto la netta impressione
che anch'egli condivideva in gran parte questo apprezzamento ed è
non poco demoralizzato per il poco riguardo con cui la sua attività
viene trattata e bistrattata. Ognuno prende delle iniziative senza avvertire
il centro responsabile, che spesso ha già iniziato in quello stesso
senso un lavoro e deve interromperlo; la continuità delle iniziative
finisce col mancare; un numero troppo grande di elementi finisce col conoscere
le cose più riservate, ogni possibilità di controllo e di
verifica viene a mancare; si introducono nel movimento elementi della cui
serietà e responsabilità non è stato fatto preventivamente
nessun accertamento. Io ho avuto l'impressione che Fortichiari fosse enormemente
stanco e sfiduciato per questo cumulo di cose e che perciò così
tenacemente abbia cercato di farsi mettere a riposo. La questione è molto grave
e se essa non viene risolta con criteri di buona organizzazione la situazione
può diventare catastrofica. Io sono persuaso che la situazione del
nostro partito dal punto di vista della legalità andrà sempre
aggravandosi. La vita dei nostri dirigenti e la sicurezza dell'organizzazione
saranno tanto più in pericolo quanto più l'opposizione costituzionale
al fascismo, imperniandosi intorno al partito riformista, mette in pericolo
la base stessa del governo di Mussolini. I fascisti cercheranno di risolvere
tutte le situazioni con la caccia ai comunisti e con l'agitare lo spauracchio
della sommossa rivoluzionaria. Costruire un buon apparecchio
tecnico, mettere nei suoi ingranaggi elementi selezionati, di grande esperienza,
disciplinati, a tutta prova, dal sangue freddo necessario per non perdere
la testa in nessun frangente, diventa per noi ragione di vita o morte.
Per ottenere ciò bisogna veramente liquidare molto della situazione
passata del partito, con le sue abitudini di menefreghismo, di non fissazione
precisa e netta delle responsabilità, di non verifica e immediata
sanzione degli atti di debolezza e di leggerezza. Il partito deve essere centralizzato,
ma centralizzazione significa prima di tutto organizzazione e criterio
dei limiti. Significa che quando una decisione è stata presa essa
non può essere modificata da nessuno, sia pure uno degli addetti
al centralismo e che nessuno può creare dei fatti compiuti. Non
ti nascondo che io, in questi due anni che sono rimasto fuori dall'Italia,
sono diventato molto pessimista e molto guardingo. Io stesso sono stato
spesse volte in bruttissime condizioni per la situazione generale del partito
e non per ciò che riguarda la mia situazione personale di cui mi
infischio discretamente e che d'altronde non credo neppure abbia sofferto
(mi sono tutt'al più involontariamente guadagnato la fama di una
volpe dall'astuzia infernale), ma nella mia posizione di rappresentante
del partito, chiamato spesso a risolvere questioni che avrebbero avuto
un effetto immediato sul movimento italiano. Andato a Mosca senza essere
informato neppure di un decimo delle questioni in corso, ho dovuto fingere
di sapere e fare delle acrobazie inaudite per non far rilevare con quanta
leggerezza venissero nominati i rappresentanti, senz'altro viatico che
quello del dottor Grillo: "Che Dio te la mandi buona". Ho sopportato molte cose perché
la situazione del partito e del movimento era tale che ogni anche apparenza
di scissione nelle file della maggioranza sarebbe stata disastrosa e avrebbe
dato ossigeno alla minoranza scriteriata e senza direttive. Anche le mie
condizioni di salute, che non mi permettevano un lavoro intenso e intensamente
continuativo, mi hanno distolto dall'assumere una posizione che avrebbe
domandato, oltre che il carico di una responsabilità generale politica,
anche la necessità di un intenso lavoro. La situazione è oggi di
molto cambiata. Le questioni sono sul tappeto non certo per colpa mia,
ma in parte perché non si è voluto a tempo seguire qualche
mio suggerimento e risolverlo automaticamente. Così ho creduto necessario
di prendere l'atteggiamento che ho preso e che manterrò fino in
fondo. Non so cosa tu faccia in questo momento. PS - Naturalmente io non credo
che, in tutto ciò che ti ho esposto, si tratti solo di problemi
di organizzazione. La situazione del Partito, che si riflette nell'organizzazione,
è la conseguenza di una concezione politica generale. Il problema
è quindi politico e investe non solo l'attività attuale,
ma quella futura; oggi è problema di rapporti tra i dirigenti del
partito e la massa degli iscritti da una parte, tra il partito e il proletariato
dall'altra; domani sarà un problema più vasto e influenzerà
l'organizzazione e la solidità dello Stato operaio. Non porre oggi
la questione in tutta la sua ampiezza, significherebbe ritornare alla tradizione
socialista, attendere a differenziarsi quando la rivoluzione è alle
porte o addirittura quando già si sviluppa. Abbiamo commesso un
grave errore nel 1919 e 1920 a non attaccare più decisamente la
direzione socialista e anche a correre l'alea di una espulsione, costituendo
una frazione che uscisse fuori da Torino e fosse qualcosa di più
della propaganda che poteva fare l'"Ordine Nuovo". Oggi non si tratta di
andare a questi estremi, ma mutato il rapporto, la situazione è
quasi identica e deve essere affrontata con risolutezza e ardimento. 28 gennaio 1924 - A Leonetti la tua lettera mi è stata
molto gradita perché ha dimostrato che non sono solo ad avere certe
preoccupazioni e a ritenere necessarie determinate soluzioni dei nostri
problemi. Condivido, quasi completamente, l'analisi che tu hai fatto. Purtroppo
però la situazione è molto più grave e difficile di
quanto tu possa immaginare e perciò ritengo necessaria una certa
prudenza. Sono persuaso che Bordiga è capace di giungere ai più
gravi estremi se vede che la situazione del partito diventa difficile per
causa sua. Egli è fortemente e recisamente convinto di essere nel
vero e di rappresentare gli interessi più vitali del movimento proletario
italiano e non indietreggerà neanche dinanzi alla eventualità
di una sua espulsione dall'Internazionale. Ma qualche cosa bisogna pur
fare e dovrà essere fatta da noi. Non condivido il tuo punto di
vista che si debba rivalorizzare il nostro gruppo di Torino formatosi intorno
all'"Ordine Nuovo". In questi due anni ho visto come la campagna fatta
dall'"Avanti" e dai socialisti contro di noi abbia influenzato e lasciato
profonde tracce anche tra i membri attuali del nostro partito. A Mosca
gli emigrati erano divisi in due campi su questo punto e qualche volta
le liti giungevano fino alla rissa e alla colluttazione. D'altronde Tasca
appartiene alla minoranza avendo condotto fino alle estreme conseguenze
la posizione assunta fin dal gennaio 1920 e culminata nella polemica fra
me e lui. Togliatti non sa decidersi come era un po' sempre nelle sue abitudini;
la personalità "vigorosa" di Bordiga lo ha fortemente colpito e
lo trattiene a mezza via in una indecisione che cerca giustificazioni in
cavilli puramente giuridici. Terracini credo sia fondamentalmente anche
più estremista di Bordiga, perché ne ha sorbito la concezione,
ma non ne possiede la forza intellettuale, il senso pratico e la capacità
organizzativa. In che cosa dunque potrebbe rivivere il nostro gruppo? Sembrerebbe
nient'altro che una cricca raccoltasi attorno alla mia persona per ragioni
burocratiche. Le stesse idee fondamentali che hanno caratterizzato l'attività
dell'"Ordine Nuovo" sono oggi o sarebbero anacronistiche. Apparentemente, almeno oggi,
le questioni assumono la forma di problemi di organizzazione e soprattutto
di organizzazione del partito. Apparentemente, dico, perché di fatto
il problema è sempre lo stesso: quello dei rapporti fra il centro
dirigente e la massa del partito e fra il partito e le classi della popolazione
lavoratrice. Nel 1919-20 noi abbiamo commesso
errori gravissimi che in fondo adesso scontiamo. Non abbiamo, per paura
di essere chiamati arrivisti e carrieristi, costituito una frazione e cercato
di organizzarla in tutta Italia. Non abbiamo voluto dare ai Consigli di
fabbrica di Torino un centro direttivo autonomo e che avrebbe potuto esercitare
un'immensa influenza in tutto il paese, per paura della scissione nei sindacati
e di essere troppo prematuramente espulsi dal partito socialista. Dovremmo,
o almeno io dovrò, pubblicamente dire di aver commesso questi errori
che indubbiamente hanno avuto non lievi ripercussioni. In verità se dopo la scissione
di aprile avessimo assunto la posizione che io pure pensavo necessaria,
forse saremmo arrivati in una situazione diversa alla occupazione delle
fabbriche e avremmo rimandato questo avvenimento ad una stagione più
propizia. I nostri meriti sono molto inferiori a quello che abbiamo dovuto
strombazzare per necessità di propaganda e di organizzazione; abbiamo
solo, e certo questo non è piccola cosa, ottenuto di suscitare e
organizzare un forte movimento di massa che ha dato al nostro partito la
sola base reale che esso ha avuto negli anni scorsi. Oggi le prospettive sono diverse
e bisogna accuratamente evitare di insistere troppo sul fatto della tradizione
torinese e del gruppo torinese. Si finirebbe in polemiche di carattere
personalistico per contendersi il maggiorasco di una eredità di
ricorsi e di parole. Praticamente io penso di influire
in questo modo nella situazione. Se verrà pubblicato il manifesto
della cosiddetta sinistra comunista, e forse a quest'ora è già
stato pubblicato nel primo numero del risorto "Stato Operaio", scriverò
un articolo o una serie di articoli per spiegare il perché la mia
firma non vi appaia e schizzare un progettino di compiti pratici che il
partito deve risolvere nella situazione attuale. Se verrà preparata una
conferenza del partito e la discussione si svolgerà per vie interne,
con solo un minimo di pubblicità, farò una specie di memoriale
per i funzionari di partito e i capi gruppo nel quale sarò più
esplicito e più diffuso. In ogni caso ritengo indispensabile evitare
di inasprire la polemica. Ho visto come sia facile, col nostro temperamento
e con lo spirito settario e unilaterale proprio degli italiani, arrivare
ai peggiori estremi e alla rottura completa fra i vari compagni. Ti sarò grato se vorrai
scrivermi ancora per comunicarmi le correnti principali che prevalgono
nel partito e l'atteggiamento dei compagni che io conosco, specialmente
quelli di Torino. 9 febbraio 1924 - A Togliatti, Terracini e C. uno dei più gravi errori
che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano l'attività del
nostro partito può essere riassunto con le stesse parole con cui
si esprime la seconda delle tesi sulla tattica: "Questi due fattori di
coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà
che si possano ottenere e si debbano pretendere dai singoli, poiché
si realizzano solo per la integrazione dell'attività di molti individui
in un organismo collettivo unitario". Questo concetto, giusto se riferentesi
alla classe operaia, è sbagliato ed estremamente pericoloso se riferito
al partito. Prima di Livorno esso era il concetto di Serrati, il quale
sosteneva che il partito nel suo complesso era rivoluzionario anche se
in esso coabitavano socialisti di diverso pelo e colore. Nel congresso
di scissione della socialdemocrazia russa questo concetto era sostenuto
dai menscevichi, i quali dicevano che il partito nel suo complesso conta
e non i singoli individui. Per questi, basta che essi dichiarino di essere
socialisti. Nel nostro partito questa concezione
ha solo parzialmente determinato il pericolo opportunista. Non si può
negare infatti che la minoranza sia nata e abbia fatto proseliti per la
assenza di discussioni e di polemiche nell'interno del partito, cioè
per non aver dato importanza ai singoli compagni e non aver cercato di
indirizzarli un po' più concretamente di quanto non possa avvenire
coi comunicati e le disposizioni tassative. Nel nostro partito si è
avuto a lamentare un altro aspetto del pericolo: l'isterilirsi di ogni
attività dei singoli, la passività della massa del partito,
la ebete sicurezza che tanto c'era chi a tutto pensava e a tutto provvedeva. Questa situazione ha avuto gravissime
ripercussioni nel campo organizzativo. Mancò al partito la possibilità
di scegliere, con criteri razionali, gli elementi di fiducia ai quali assegnare
determinati lavori. La scelta fu fatta empiricamente, secondo le conoscenze
personali dei singoli dirigenti, e cadde il più delle volte su elementi
che non godevano la fiducia delle organizzazioni locali e quindi si vedevano
sabotare. E si aggiunga che il lavoro svolto non veniva controllato che
in minima parte, e quindi nel partito si produsse un vero e proprio distacco
fra la massa e i dirigenti. Questa situazione permane ancora
e mi pare piena di innumerevoli pericoli. Nella mia permanenza a Mosca
non ho trovato uno solo degli emigrati politici, ed essi venivano dai punti
più diversi d'Italia e sono tra gli elementi più attivi,
che comprendesse la posizione del nostro partito e che non criticasse acerbamente
il CC pur facendo si capisce le premesse più ampie di disciplina
e di obbedienza. L'errore del partito è
stato quello di aver messo in primo piano e in modo astratto il problema
della organizzazione del partito, che poi ha voluto dire solamente creare
un apparecchio di funzionari i quali fossero ortodossi verso la concezione
ufficiale. Si credeva e si crede tuttora che la rivoluzione dipende solo
dalla esistenza di un tale apparecchio e si arriva fino a credere che una
tale esistenza possa determinare la rivoluzione. Il partito ha mancato di una
sua attività organica di agitazione e propaganda che invece avrebbe
dovuto avere tutte le nostre cure e dar luogo al formarsi di veri e propri
specialisti in questo campo. Non si è cercato di suscitare fra le
masse, in ogni occasione, la possibilità di esprimersi nello stesso
senso del partito comunista. Ogni avvenimento, ogni ricorrenza di carattere
locale o nazionale o mondiale avrebbe dovuto servire per agitare le masse
attraverso le cellule comuniste, facendo votare mozioni, diffondendo manifestini. Ciò non è stato
casuale. Il partito comunista è stato perfino contrario alla formazione
di cellule di fabbrica. Ogni partecipazione delle masse alla attività
e alla vita interna del partito, che non fosse quella delle grandi occasioni
e in seguito a un ordine formale del centro, era vista come un pericolo
per l'unità e per l'accentramento. Non si era concepito il partito
come il risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento
spontaneo delle masse rivoluzionarie e la volontà organizzativa
e direttiva del centro, ma solo come una qualche cosa di campato in aria,
che si sviluppa in sé e per sé e che le masse raggiungeranno
quando la situazione sia propizia e la cresta dell'ondata rivoluzionaria
giunga fino alla sua altezza, oppure quando il centro del partito ritenga
di dover iniziare una offensiva e si abbassi alla massa per stimolarla
e portarla all'azione. Naturalmente, poiché le
cose non procedono in questo modo, si sono formati all'insaputa del centro
dei posti di infezione opportunistica. E questi avevano il loro riflesso
nel gruppo parlamentare e poi lo ebbero, in una forma più organica,
nella minoranza. Questa concezione ha influito nella questione della fusione.
La domanda che sempre veniva rivolta al Comintern era questa : si crede
che il nostro partito sia ancora allo stato di nebulosa, oppure che esso
sia una formazione compiuta? La verità è che storicamente
un partito non è mai definito e non lo sarà mai, poiché
esso si definirà quando sarà diventato tutta la popolazione
e cioè sarà sparito. Fino alla sua sparizione per
aver raggiunto i fini massimi del comunismo esso attraverserà tutta
una serie di fasi transitorie e assorbirà volta per volta elementi
nuovi nelle due forme storicamente possibili: per adesione individuale
o per l'adesione di gruppi più o meno grandi. La situazione era
resa ancor più difficile per il nostro partito, date le dissensioni
con il Comintern. Se l'Internazionale è un partito mondiale, anche
inteso ciò con molti grani di sale, è evidente che lo sviluppo
del partito e le forme che esso può assumere dipendono da due fattori
e non solamente da uno. Non solo cioè dall'Esecutivo nazionale,
ma anche e specialmente dall'Esecutivo internazionale, che è il
più forte. Per sanare la situazione, per
ottenere di imprimere allo sviluppo del nostro partito l'impulso che Bordiga
vuole è necessario conquistare l'Esecutivo internazionale, cioè
diventare il perno di tutta un'opposizione. Politicamente si arriva a questo
risultato ed è naturale che l'Esecutivo internazionale cerchi di
spezzare le reni all'Esecutivo italiano. Bordiga ha tutta una concezione
a questo proposito e nel suo sistema tutto è logicamente coerente
e conseguente. Egli pensa che la tattica dell'Internazionale risenta i
riflessi della situazione russa, sia cioè nata sul terreno di una
civiltà capitalistica arretrata e primitiva. Per lui questa tattica
è estremamente volontaristica e teatrale, perché solo con
un estremo sforzo di volontà si poteva ottenere dalle masse russe
un'attività rivoluzionaria che non era determinata dalla situazione
storica. Egli pensa che per i paesi più sviluppati dell'Europa centrale
ed occidentale questa tattica sia inadeguata o addirittura inutile. In
questi paesi il meccanismo storico funziona secondo tutti i crismi marxistici:
c'è la determinazione che mancava in Russia, e perciò il
compito assorbente deve essere quello di organizzare il partito in sé
e per sé. Io credo che la situazione sia
molto diversa. In primo luogo perché la concezione politica dei
comunisti russi si è formata su un terreno internazionale e non
su quello nazionale; in secondo luogo perché nell'Europa centrale
ed occidentale lo sviluppo del capitalismo ha determinato non solo la formazione
di larghi strati proletari, ma anche e perciò creato lo strato superiore,
l'aristocrazia operaia con i suoi annessi di burocrazia sindacale e di
gruppi socialdemocratici. La determinazione che in Russia era diretta e
lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario, nell'Europa
centrale ed occidentale si complica per tutte queste superstrutture politiche,
create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più
lenta e più prudente l'azione della massa e domanda quindi al partito
rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complessa
e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo
tra il marzo ed il novembre 1917. Ma che Bordiga abbia questa sua
concezione e che cerchi di farla trionfare non solo su scala nazionale,
ma anche su scala internazionale, è una cosa: egli è convinto
e lotta con molta abilità e con molta elasticità per ottenere
il suo scopo, per non compromettere le sue tesi, per dilazionare una sanzione
del Comintern che gli impedisca di continuare fino alla saldatura col periodo
storico in cui la rivoluzione nell'Europa occidentale e centrale abbia
tolto alla Russia il carattere di egemonia che oggi essa ha. Ma che noi, che non siamo persuasi
della storicità di questa concezione, continuiamo politicamente
ad affiancarla e a darle quindi tutto il suo valore internazionale è
un'altra cosa. Bordiga si pone dal punto di vista di una minoranza internazionale.
Non possiamo perciò volere il governo del partito sia dato a rappresentanti
della minoranza perché questi sono d'accordo con l'Internazionale,
anche se dopo la discussione aperta del manifesto la maggioranza del partito
rimane con gli attuali dirigenti. E' questo secondo me il punto centrale,
che deve politicamente determinare il nostro atteggiamento. Se poi fossimo d'accordo con
le tesi di Bordiga, naturalmente dovremmo porci il problema se avendo con
noi la maggioranza del partito convenga rimanere nell'Internazionale, diretti
nazionalmente dalla minoranza per dar tempo al tempo e giungere fino a
un capovolgimento della situazione che ci dia ragione teoricamente, o se
convenga romperla. Ma se non siamo d'accordo con le tesi, firmare il manifesto
significa assumersi tutta la responsabilità di questo equivoco.
Se si ottiene la maggioranza sulle tesi di Bordiga accettare la direzione
della minoranza noi che non siamo d'accordo con queste tesi e che potremmo
quindi risolvere la situazione organicamente, oppure rimanere in minoranza,
quando per le nostre concezioni siamo d'accordo con la maggioranza, che
si schiererebbe intorno all'Internazionale. Ciò significherebbe
la nostra liquidazione politica e il distacco da Bordiga in seguito a un
tale stato di cose assumerebbe l'aspetto più antipatico e odioso. Indicazioni per il lavoro
avvenire
Non voglio dilungarmi molto
in questa parte perché essa domanderebbe molto spazio per essere
trattata adeguatamente. Mi accontenterò di alcune indicazioni. Il lavoro futuro del partito
dovrà essere rinnovato nei due punti, organizzativo e politico.
Nel campo organizzativo penso sia necessario valorizzare il CC e farlo
lavorare di più, per quanto è possibile data la situazione.
Penso che sia necessario stabilire meglio i rapporti che devono intercorrere
fra i vari organismi di partito, stabilendo più esattamente e rigorosamente
la divisione del lavoro e la fissazione delle responsabilità. Due organi e due attività
nuove devono essere create: una commissione di controllo costituita prevalentemente
di vecchi operai che deve giudicare in ultima istanza le questioni litigiose
che non abbiano una immediata ripercussione politica, per le quali non
sia quindi necessario l'immediato intervento dell'Esecutivo. E deve esaminare
continuamente la situazione dei membri del partito per le revisioni periodiche;
un comitato di agitazione e di propaganda che deve raccogliere tutto il
materiale locale e nazionale necessario e utile per il lavoro di agitazione
e di propaganda del partito. Esso deve studiare le situazioni locali, proporre
agitazioni, compilare manifestini e tesine per indirizzare il lavoro degli
organismi locali; esso deve poggiare su tutta una organizzazione nazionale,
il cui nucleo costitutivo sarà il rione per i grandi centri urbani
e il mandamento per le campagne; esso deve cominciare il suo lavoro da
un censimento dei soci del partito i quali devono essere divisi ai fini
della organizzazione a seconda della anzianità e delle cariche che
hanno coperto, delle capacità che hanno dimostrato oltre evidentemente
alle doti morali e politiche. Dovrà essere stabilita
una precisa divisione del lavoro tra L'Esecutivo e l'UI. Stabilite precise
responsabilità e competenze che non possano essere violate senza
gravi sanzioni disciplinari. Io penso che questo sia uno dei lati più
deboli del nostro partito e quello che più ha dimostrato come il
centralismo instaurato fosse più una formalità burocratica
e una banale confusione delle responsabilità e delle competenze
che un rigoroso sistema organizzativo. Nel campo politico occorre stabilire
con esattezza delle tesi sulla situazione italiana e sulle possibili fasi
del suo sviluppo ulteriore. Nel 1921-22 il partito aveva questa concezione
ufficiale: che fosse impossibile l'avvento di una dittatura fascista o
militare; a gran stento io riuscii a far togliere dalle tesi che questa
concezione avesse a diventar scritta, facendo modificare fondamentalmente
le tesi 51 e 52 sulla tattica. Ora mi pare che si cada in un altro errore
strettamente legato a quello d'allora. Allora non si valutava l'opposizione
sorda e latente della borghesia industriale contro il fascismo e non si
pensava che fosse possibile il governo socialdemocratico, ma solo una di
queste tre soluzioni: dittatura del proletariato (soluzione meno probabile),
dittatura dello stato maggiore per conto della borghesia industriale e
della corte, dittatura del fascismo; questa concezione ha legato la nostra
azione politica e ci ha condotto a molti errori. Ora nuovamente non si tiene conto
della emergente opposizione della borghesia industriale e specialmente
di quella che si delinea nel Mezzogiorno con carattere più recisamente
territoriale e quindi affacciando alcuni aspetti della questione nazionale.
E' un po' opinione che una ripresa proletaria possa e debba avvenire solo
a beneficio del nostro partito. Io credo invece che ad una ripresa il nostro
partito sarà ancora di minoranza, che la maggioranza della classe
operaia andrà con i riformisti e che i borghesi democratici liberali
avranno ancora da dire molte parole. Che la situazione sia attivamente
rivoluzionaria non dubito e che quindi entro un determinato spazio di tempo
il nostro partito avrà con sé la maggioranza; ma se questo
periodo forse non sarà lungo cronologicamente esso sarà indubbiamente
denso di fasi suppletive, che dovremo prevedere con una certa esattezza
per poter manovrare e non cadere in errori che prolungherebbero le esperienze
del proletariato. Credo inoltre che il partito
debba porsi praticamente alcuni problemi che non sono mai stati affacciati
e la cui soluzione è stata lasciata agli elementi che ad essi erano
strettamente legati. Il problema della conquista del proletariato milanese
è un problema nazionale del nostro partito, che deve essere risolto
con tutti i mezzi che il partito ha a sua disposizione e non solo con i
mezzi milanesi. Se non abbiamo con noi stabilmente la maggioranza schiacciante
del proletariato milanese non possiamo vincere e mantenere la rivoluzione
in tutta Italia. Occorre perciò portare a Milano elementi operai
di altre città, introdurli a lavorare nelle fabbriche, arricchire
l'organizzazione legale ed illegale di Milano con i migliori elementi di
tutt' Italia. Penso che così ad occhio e croce sia necessario immettere
nel corpo operaio milanese almeno un centinaio di compagni disposti a lavorare
a corpo perduto per il partito. Un altro problema di questo tipo
è quello dei lavoratori del mare, strettamente legato al problema
della flotta militare. L'Italia vive del mare; non occuparsi come di uno
dei problemi più essenziali e ai quali il partito deve dedicare
le sue maggiori attenzioni, del problema marinaro vorrebbe dire non pensare
concretamente alla rivoluzione. Quando penso che per molto tempo il dirigente
della nostra politica tra i marinai è stato un ragazzo come il figlio
di Caroti mi vengono i brividi. Altro problema è quello
dei ferrovieri, che noi abbiamo sempre guardato da un punto di vista puramente
sindacale, mentre esso trascende questa qualità ed è problema
nazionale e politico di prim'ordine. Quarto ed ultimo di questi problemi
è quello del Mezzogiorno, che noi abbiamo misconosciuto così
come facevano i socialisti e abbiamo creduto fosse risolvibile nell'ambito
normale della nostra attività politica generale. Io sono sempre
stato persuaso che il Mezzogiorno diventerebbe la fossa del fascismo, ma
credo anche che esso sarà il maggiore serbatoio e la piazza d'armi
della reazione nazionale e internazionale se prima della rivoluzione noi
non ne studiamo adeguatamente le questioni e non siamo preparati a tutto. Credo di avervi dato un'idea
abbastanza chiara della mia posizione e le differenziazioni che esistono
tra essa e quella che risulta dal manifesto. Poiché penso che voi
in gran parte siate più d'accordo con la mia posizione, nella quale
ci siamo trovati insieme per non breve tempo, spero che abbiate ancora
la possibilità di decidere diversamente da quanto eravate in procinto
di fare. Coi più fraterni saluti 1 marzo 1924 - A Scoccimarro e Togliatti il lavoro organizzativo, la tenace
e dura lotta per mantenere l'apparato del partito, sono certo grandi cose:
ma non su di esse può farsi il bilancio di un partito. Vivere non
è abbastanza: bisogna avere una storia, bisogna muoversi e svilupparsi
per poter affermare di essere un organismo politico che ha una base propria
e l'avvenire per sé, come noi vogliamo. La vostra decisione migliora
enormemente la situazione, evita ogni imbozzolamento definitivo: evidentemente
le difficoltà saranno ancora molte, ma esse non saranno così
inestricabili come si presentavano anteriormente. Noi possiamo costituire
il centro di una frazione che ha per sé tutte le probabilità
di diventare l'intero partito. La questione più grave
per noi è indubbiamente quella di distinguerci dai destri: ma non
mi pare che essa sia insormontabile, e penso che in gran parte essa è
questione di persone. La distinzione dai sinistri avverrà, purtroppo,
automaticamente, per il solo fatto della nostra posizione. Credo sia indispensabile preparare
una serie di tesi sulla situazione italiana, che sia la nostra piattaforma.
Per il contenuto delle tesi, voglio sentire il vostro parere, perché
la mancanza di contatto diretto con gli avvenimenti italiani, che conosco
solo per la lettura dei quotidiani più importanti, mi fa sempre
dubitare della fallacia delle mie conclusioni. Dirò in breve ciò
che penso. Dobbiamo insistere poco sul passato specialmente per ciò
che riguarda il nostro Partito. Accenneremo all'estrema confusione che
si è prodotta in Italia per il fenomeno fascista, determinato dalla
mancanza di unità della nazione, dal dissolvimento dello Stato per
l'entrata nella vita storica di enormi masse popolari che non sapevano
contro chi lottare, per la debolezza di sviluppo del capitalismo che di
fatto non ha sottomesso al suo controllo l'economia del paese, poiché
esistono ancora in Italia un milione di artigiani e la stragrande maggioranza
dell'agricoltura è precapitalistica. Inoltre la questione dei rapporti
tra città e campagna si pone in Italia, per la questione meridionale,
su una base territoriale netta, determinando la nascita di partito autonomisti
o partiti come la democrazia sociale, di tipo originale. Questa confusione la facciamo servire per spiegare l'incertezza di molti atteggiamenti del Partito e di un certo settarismo che aveva paralizzato il Partito. Questa disposizione nei rapporti delle forze politiche del nostro paese ci dà l'indicazione dell'indirizzo da seguire.
Nei rapporti internazionali dobbiamo essere espliciti per quanto è possibile. Dobbiamo affermare la nostra fedeltà al CE, spiegando che riteniamo le decisioni dal Terzo Congresso in poi, anche per l'Italia, le uniche che potessero permettere un reale contatto con le masse nel periodo dell'offensiva capitalistica. Per il PSI dobbiamo affermare
che è nostro compito risolvere la questione, che rimarrà
fino a quando ci sarà un PS indipendente dagli unitari. La risolveremo
con tutti i mezzi, nessuno escluso. Su questo argomento vi dirò
francamente ciò che penso; solo la nostra debolezza organizzativa,
il nostro scarso contatto con le masse del nostro Partito, ci ha impedito
di accettare le deliberazioni del Comintern. Tutte le teorie e le concezioni
che abbiamo escogitato erano solo un portato della nostra debolezza. Se
il nostro partito si rafforza, come vuole, e come avverrà se noi
sapremo imprimergli una direzione giusta, se riusciamo a creare un nucleo
centrale vasto e bene educato politicamente, quali pericoli può
presentare la tattica del Comintern? Nessun altro pericolo che questo:
che fuori del partito esistono gruppi più rivoluzionari del nostro
nucleo costitutivo, i quali entrando nella nostra organizzazione, ne prendano
la dirigenza: pericolo che sarebbe una fortuna dal punto di vista rivoluzionario...
a meno che non si cada nella puerilità di credere che la rivoluzione
è garantita solo perché a capo del Partito proletario ci
sono determinate persone che si chiamano Tizio e Caio invece che Sempronio
e Vegenzio. 19 aprile 1924 - A Terracini voglio spiegare meglio ciò
che ho inteso dire a proposito della azione sindacale che noi dobbiamo
svolgere, perché non sorgano malintesi ed equivoci dannosi. Data la mia assenza dall'Italia
per tanto tempo e la mancanza di impressioni concrete e minute che in queste
questioni sono indispensabili, io mi guarderò sempre bene dal suggerire
determinate forme di organizzazione specialmente illegale. Io pongo solo alla discussione
dei compagni questo preciso problema: in Italia oggi non esiste più
neppure un minimo di azione sindacale centralizzata. La CGL e tutte le
sue organizzazioni sono cadute in letargia, applicando in pieno la tattica
della passività, del dar tempo al tempo ecc. Noi per principio e
per tutta una serie di considerazioni pratiche che oggi sostengono il principio,
non vogliamo creare una nuova centrale sindacale. Ma pure qualcosa bisogna
fare: le masse operaie sono relativamente tranquille: scioperi isolati
si verificano continuamente. Se noi poniamo in esecuzione, in tutta la
loro estensione, le norme per l'organizzazione delle cellule d'officina,
se noi, come anche tu sei d'accordo, convochiamo la conferenza di operai
di fabbrica, a un certo punto, anche se non lo vogliamo, ci troviamo dinanzi
alla necessità di svolgere una vera e propria azione sindacale.
Se creiamo nella fabbrica una forza politica, non potremo evitare che essa,
automaticamente, diventi il centro, la rappresentanza di tutta la fabbrica,
che da essa gli operai si attendano consigli e direttive. Questa azione sarà vera
e propria azione sindacale, dovrà porsi i medesimi e identici problemi
che si ponevano nel passato i consigli di leghe. Noi, data l'assenza degli
organismi ufficiali, dovremo soddisfare tutte le esigenze delle masse.
Che fare dunque? Rinunciare anche all'organizzazione e all'agitazione,
perché da esse, in un certo punto del loro sviluppo, scaturisce
la necessità di una vera e propria azione? Certamente no. Dunque
bisogna risolvere il problema e trovare una forma che contenga questa sostanza
nelle condizioni date dell'Italia. Ecco il terreno della discussione
che io ho posto, nei suoi termini più generici. Poiché non
vogliamo creare una nuova centrale sindacale, L'Organizzazione deve essere
illegale, è evidente; praticamente poi noi avremo un vero e proprio
sindacalismo illegale. E' pericoloso? Indubbiamente. Ma in generale non
può essere evitato, se vogliamo lavorare. Credi che le grandi masse
si interessino molto dello scambio di lettere dei comitati sindacali dei
vari partiti? Ciò serve per i comitati stessi e per una ristretta
cerchia di operai simpatizzanti, che in tempi meno aspri sarebbero nel
partito: non servono per nulla a influenzare le grandi masse. Queste possono
solo risentire l'efficacia di un'azione pratica, che può essere
svolta solo da un'organizzazione diffusa nel seno della grande massa stessa. Quale è la debolezza principale
della classe operaia italiana? L'isolamento, la dispersione: noi dobbiamo
lottare contro questo stato di cose. Ma faccio un esempio: se noi avessimo
già una diffusa organizzazione nelle fabbriche, è certo che
attraverso una metodica, sistematica campagna, si riuscirebbe ad ottenere
per il primo maggio una buona affermazione. Come si crea fra gli operai la
convinzione che esiste già una centralizzazione, che in tutte le
fabbriche si fa un uguale lavoro, che si può tentare un movimento
senza che ogni fabbrica tema di rimanere isolata e quindi schiacciata?
Attraverso mezzi molteplici, che nel loro complesso danno la sensazione
voluta. Bisogna, secondo me, far votare ai nostri gruppi mozioni sugli
avvenimenti in corso, a nome dell'intiera maestranza della fabbrica A,B,C,
ecc.; i giornali nostri pubblicheranno, gli operai leggeranno e sapranno.
E così via. Io penso che tutta una tecnica
nuova deve essere trovata di agitazione e propaganda e anche di organizzazione.
Bisogna ottenere che una grande parte della massa si abitui all'azione
illegale, a mantenere il segreto ecc.; penso che in questo campo gli operai
italiani abbiano fatto molti passi in avanti, per la dura esperienza. Tanto
che, secondo me, si dovrebbe addirittura porre il problema: a Torino, a
Milano, in qualche altra grande città, organizzare una manifestazione
pubblica. Esagerato, tu dirai. Parlo senza voglia di scherzare. Penso che
se a Torino ed a Milano si riuscisse a concentrare, con una organizzazione
ben disposta, in un dato punto della città, 50.000 operai, non succederebbe
una catastrofe e la cosa avrebbe una enorme ripercussione. Certo, pensare oggi a fare qualcosa
di simile sarebbe pazzesco, ma dico che dobbiamo, nello svolgere l'attività
che ho sopra accennato, porci il problema di arrivare ad ottenere un risultato
di tal genere. Credo di essermi spiegato abbastanza. In ogni modo tieni
presente che io propongo queste considerazioni alla discussione dei compagni
e nient'altro. Penso che non siano assolutamente utopistiche. Bisogna pure
uscire dalla morta gora. Bisogna pure uscire dalla situazione attuale che
poi si conclude in scambi di lettere ed in sedute di comitati. Certo occorre
molto riflettere, ponderare, trovare le forme migliori di organizzazione,
abituare i compagni al lavoro concreto ecc. ecc. Ma, insomma, bisogna pure
incominciare, e almeno incominciare a discutere tra noi, per avere idee
chiare e direttive precise. In ciò almeno credo che tu sia d'accordo. aprile 1924 - A Tresso io non faccio questioni di maggior
pericolo a sinistra che a destra. Per noi, nella attuale situazione, la
questione concreta è quella di differenziarsi dalla sinistra, ecco
tutto. Sono, sì o no, in questi termini i fatti? Ecco la domanda
a cui bisogna rispondere e, dopo aver risposto, occorre tirarne tutte le
conseguenze logiche che dalla risposta dipendono. Tu non hai voluto firmare il
manifesto delle sinistre. Ma che cosa era questo manifesto? Era l'unico
terreno che Bordiga riteneva possibile per continuare nella collaborazione
con quella che dirò la nostra tendenza generale. Tu non hai voluto
firmare il manifesto, così come ho fatto io; perché? Perché
hai ritenuto che questo unico terreno fosse piuttosto una bottiglia. Ma
allora cosa intendi fare? Quali suggerimenti offri? Delle frasi generali:
il pericolo è maggiore a destra che a sinistra ecc. Questo può
essere vero a lungo andare, cioè negli sviluppi ulteriori della
nostra situazione. Ma oggi, immediatamente, bisogna
spiegare alle masse del partito perché nella maggioranza sia avvenuta
la rottura. Questa spiegazione tu non la puoi solo dare facendo la polemica
contro la destra, ciò che sarebbe puerile ed avrebbe l'aria di un
ripiego furbescamente ridicolo. Questa spiegazione la puoi dare solo facendo
una polemica con Bordiga: non c'è scampo, non si può sfuggire
a ciò, altro che ritirandosi nell'ombra e lasciando che gli altri
tolgano le castagne dal fuoco. Entro quali limiti dovrà essere tenuta
questa polemica? In quali punti del nostro gruppo siamo perfettamente d'accordo
ed in quali invece non lo siamo? I punti su cui siamo d'accordo sono essenziali
o secondari; offrono il terreno per un raggruppamento permanente e suscettibile
di sviluppo oppure no? Ecco le questioni concrete che noi dobbiamo porci
e alla soluzione delle quali tu non contribuirai se continui solo ad esprimere
dubbi, timori, a vedere pericoli, a fare affermazioni generali. Non so da quale mia affermazione
tu abbia tratto la conseguenza che io voglia assimilare a destra ed espellere
a sinistra. Ciò è fantastico. Per me il problema si presenta
così: a destra non potremo mai espellere gli elementi anticomunisti,
fino a che la destra si presenterà come un insieme apparentemente
omogeneo nel sostenere e difendere il punto di vista del Comintern. Ecco
uno dei punti su cui io mi baso per criticare la sinistra: aver lasciato
creare una posizione simile, che nel quadro del "partito mondiale" è
contro di noi. La minoranza infatti si presenta come la maggioranza internazionale
e noi, che diciamo di essere per il partito mondiale, ci insacchiamo bellamente,
a meno che non accettiamo il punto di vista di Bordiga del credo internazionale,
dell'organizzazione rigida, ecc.: accettazione che ci salverebbe solo la
faccia, d'altronde, perché nei congressi questo punto di vista sarebbe
respinto come meccanico ed astratto. D'altronde il partito non è
un club di amici cordiali che si sbaciucchiano ad ogni istante e si fanno
continuamente dichiarazioni di stima fino al millesimo spaccato. Il partito
è specialmente un organismo politico e da questo punto di vista
bisogna sempre porre le questioni. Bisogna essere cauti? D'accordo. Ma
che forma pratica deve assumere questa cautela? Ecco il punto. Consisterà
nell'aver sempre il viso allarmato, nella diffidenza continua di carattere
esteriore, nel piantar grane ad ogni passo? D'altra parte si risponderà
con mezzi dello stesso calibro, con le insinuazioni, con le diffamazioni
e il partito sarà nel suo insieme avvelenato dallo spirito di fazione
e dalle questioni personali. La soluzione deve essere quindi
politica e nella lotta politica devono trovare il loro equilibrio e la
loro giusta fisionomia le diverse posizioni individuali. Per la sinistra.
Nessuna prospettiva di espulsione. Ma tuttavia occorre porsi chiaramente
il problema di ciò che può avvenire se Bordiga spinge sino
alle estreme conseguenze la sua posizione. Caro Tresso, non io pongo artificialmente
il problema: esso esiste di per sé e sarebbe criminoso non accorgersene,
per le conseguenze che ne possono derivare. Penso che tu non ti renda conto
sufficientemente che Bordiga non è un uomo di paglia, che fa dei
bei gesti per i bei gesti: egli è fermamente convinto di ciò
che pensa e può darsi non esiterà a spingere fino in fondo.
Può darsi e non può darsi evidentemente. Ma noi dobbiamo
sempre porci l'ipotesi peggiore per essere più vicini alla realtà. Che fare? Non abbiamo da scegliere,
come pare tu creda. Dobbiamo organizzare il nostro gruppo in modo che qualsiasi
atteggiamento Bordiga prenda, esso sia il meno dannoso per l'insieme del
partito. Io penso addirittura che se Bordiga ha l'impressione di aver pochi
seguaci, sarà più prudente e sarà anche possibile
che egli lavori nel centro. E' un uomo pratico, non un Donchisciotte, e
vuole che le iniziative diano dei frutti e non siano solo dei gesti. Così
non sono d'accordo con te per ciò che dici sulla disciplina, che
mi pare sia concepita da te un po' meccanicamente e soldatescamente. Per
imporre una disciplina bisogna possedere un centro forte che svolga una
politica adeguata. |
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