Uomini in carne e ossa
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 8 maggio 1921
Gli operai della Fiat sono ritornati al lavoro. Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa. Hanno resistito per un mese. Sapevano di lottare e resistere non solo per sé, non solo per la restante massa operaia torinese, ma per tutta la classe operaia italiana. Hanno resistito per un mese.
Erano estenuati fisicamente perché da molte settimane e da molti
mesi i loro salari erano ridotti e non erano più sufficienti al
sostentamento familiare, eppure hanno resistito per un mese. Erano completamente
isolati dalla nazione, immersi in un ambiente generale di stanchezza, di
indifferenza, di ostilità, eppure hanno resistito per un mese. Sapevano di non poter sperare
aiuto alcuno dal di fuori: sapevano che ormai alla classe operaia italiana
erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta,
eppure hanno resistito per un mese. Non c'è vergogna nella sconfitta
degli operai della Fiat. Non si può domandare a una massa di uomini
che è aggredita dalle più dure necessità dell'esistenza,
che ha la responsabilità dell'esistenza di una popolazione di 40.000
persone, non si può domandare più di quanto hanno dato questi
compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli
della immediata impossibilità di resistere più oltre o di
reagire. Specialmente noi comunisti, che
viviamo gomito a gomito con gli operai, che ne conosciamo i bisogni, che
della situazione abbiamo una concezione realistica, dobbiamo comprendere
il perché di questa conclusione della lotta torinese. Da troppi anni le masse lottano,
da troppi anni esse si esauriscono in azioni di dettaglio, sperperando
i loro mezzi e le loro energie. E' stato questo il rimprovero che fin dal
maggio 1919 noi dell' "Ordine Nuovo" abbiamo incessantemente mosso alle
centrali del movimento operaio e socialista: non abusate troppo della resistenza
e della virtù di sacrificio del proletariato; si tratta di uomini
comuni, uomini reali, sottoposti alle stesse debolezze di tutti gli uomini
comuni che si vedono passare nelle strade, bere nelle taverne, discorrere
a crocchi sulle piazze, che hanno frame e freddo, che si commuovono a sentir
piangere i loro bambini e lamentarsi acremente le loro donne. Il nostro ottimismo rivoluzionario
è stato sempre sostanziato da questa visione crudamente pessimistica
della realtà umana, con cui inesorabilmente bisogna fare i conti.
Già
un anno fa noi avevamo previsto quale sbocco fatalmente avrebbe avuto la
situazione italiana, se i dirigenti responsabili avessero continuato nella
loro tattica di schiamazzo rivoluzionario e di pratica opportunistica.
E abbiamo lottato disperatamente per richiamare questi responsabili a una
visione più reale, a una pratica più congrua e più
adeguata allo svolgersi degli avvenimenti. Oggi scontiamo il fio, anche
noi, dell'inettitudine e della cecità altrui; oggi anche il proletariato
torinese deve sostenere l'urto dell'avversario, rafforzato dalla non resistenza
degli altri. Non c'è nessuna vergogna nella resa degli operai della
Fiat. Ciò che doveva avvenire è avvenuto implacabilmente.
La classe operaia italiana è livellata sotto il rullo compressore
della reazione capitalistica. Per quanto tempo? Nulla è perduto
se rimane intatta la coscienza e la fede, se i corpi si arrendono ma non
gli animi. Gli operai della Fiat per anni
e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade,
hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato
glorioso, all'avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi
fedeli e devoti della rivoluzione. Hanno fatto quanto è dato fare
a uomini di carne ed ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione,
perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai
sinceri e agli onesti. |
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