La taglia della storia
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 7 giugno 1919
Cosa domanda ancora la storia al proletariato russo per legittimare e rendere permanenti le sue conquiste? Quale altra taglia di sangue e di sacrifizio pretende ancora questa sovrana assoluta del destino degli uomini? Le difficoltà e le obiezioni
che la rivoluzione proletaria deve superare si sono rilevate immensamente
superiori a quelle di ogni altra rivoluzione del passato. Queste tendevano
solo a correggere la forma della proprietà privata e nazionale dei
mezzi di produzione e di scambio; toccavano una parte limitata degli aggregati
umani. La rivoluzione proletaria è la massima rivoluzione: poiché
vuole abolire la proprietà privata e nazionale, e abolire le classi,
essa coinvolge tutti gli uomini, non solo una parte di essi. Obbliga tutti
gli uomini a muoversi, a intervenire nella lotta, a parteggiare esplicitamente.
Trasforma la società fondamentalmente: da organismo pluricellulare;
pone a base della società nuclei già organici di società
stessa. Costringe tutta la società a identificarsi con lo Stato,
vuole che tutti gli uomini siano consapevolezza spirituale e storica. Perciò la rivoluzione
proletaria è sociale: perciò deve superare difficoltà
e obiezioni inaudite, perciò la storia domanda per il suo buon riuscimento
taglie mostruose come quelle che il popolo russo è costretto a pagare.
La rivoluzione russa ha trionfato finora di tutte le obiezioni della storia.
Ha rivelato al popolo russo una aristocrazia di statisti che nessun'altra
nazione possiede; sono un paio di migliaia di uomini che tutta la vita
hanno dedicato allo studio (sperimentale) delle scienze politiche ed economiche,
che durante decine d'anni d'esilio hanno analizzato e sviscerato tutti
i problemi della rivoluzione, che nella lotta, nel duello impari contro
la potenza dello zarismo, si sono temprati un carattere d'acciaio, che,
vivendo a contato con tutte le forme della civiltà capitalistica
d'Europa, d'Asia, d'America, immergendosi nelle correnti mondiali dei traffici
e della storia, hanno acquistato una coscienza di responsabilità
esatta e precisa, fredda e tagliente come la spada dei conquistatori d'imperi. I comunisti russi sono un ceto
dirigente di primo ordine. Lenin si è rivelato, testimoni tutti
quelli che lo hanno avvicinato, il più grande statista dell'Europa
contemporanea; l'uomo che sprigiona il prestigio, che infiamma e disciplina
i popoli; l'uomo che riesce, nel suo vasto cervello, a dominare tutte le
energie sociali del mondo che possono essere rivolte a benefizio della
rivoluzione; che tiene in iscacco e batte i più raffinati e volpisti
statisti della routine borghese. Ma altro è la dottrina comunista,
il partito politico che la propugna, la classe operaia che la incarna consapevolmente,
e altro è l'immenso popolo russo, disfatto, disorganizzato, gettato
in un cupo abisso di miseria, di barbarie, di anarchia, di dissoluzione
da una guerra lunga e disastrosa. La grandezza politica, il capolavoro
storico dei bolscevichi in ciò appunto consiste: nell'aver risollevato
il gigante caduto, nell'aver ridato (o dato per la prima volta) una forma
concreta e dinamica a questo sfacelo, a questo caos; nell'aver saputo saldare
la dottrina comunista con la coscienza collettiva del popolo russo, nell'aver
gettato le solide fondamenta sulle quali la società comunista ha
iniziato il suo processo di sviluppo storico, nell'avere, in una parola,
tradotto storicamente nella realtà sperimentale la formula marxista
della dittatura del proletariato. La rivoluzione è tale e non una
vuota gonfiezza della retorica demagogica, quando si incarna in un tipo
di Stato, quando diventa un sistema organizzato del potere. Non esiste società se
non in uno Stato, che è la sorgente e il fine di ogni diritto e
di ogni dovere, che è garanzia di permanenza e di successo di ogni
attività sociale. La rivoluzione proletaria è tale quando
dà vita e s'incarna in uno Stato tipicamente proletario, custode
del diritto proletario, che svolge le sue funzioni essenziali come emanazione
della vita e della potenza proletaria. I bolscevichi hanno dato forma statale
alle esperienze storiche della classe operaia e contadina internazionale;
hanno sistemato in organismo complesso e agilmente articolato la sua vita
più intima, la sua tradizione e la sua storia spirituale e sociale
più profonda e amata. Hanno rotto col passato, ma hanno continuato
il passato; hanno spezzato una tradizione, ma hanno sviluppato ed arricchito
la tradizione vitale della classe proletaria, operaia e contadina. In ciò
sono stati rivoluzionari, perciò hanno instaurato l'ordine e la
disciplina nuovi. La rottura è irrevocabile, perché tocca
l'essenziale della storia, è senza possibilità di ritorni
indietro, che altrimenti un immane disastro piomberebbe sulla società
russa. Ed ecco iniziarsi un formidabile
duello con tutte le necessità della storia, dalle più elementari
alle più complesse, che occorreva incorporare nel nuovo Stato proletario.
Bisognava conquistare al nuovo Stato la maggioranza leale del popolo russo.
Bisognava rivelare al popolo russo che il nuovo Stato era il suo Stato,
la sua vita, il suo spirito, la sua tradizione, il suo patrimonio più
prezioso. Lo Stato dei Soviet aveva un
ceto dirigente, il Partito comunista bolscevico; aveva l'appoggio di una
minoranza sociale rappresentante la consapevolezza di classe, degli interessi
vitali e permanenti di tutta la classe, gli operai dell'industria. Esso
è divenuto lo Stato di tutto il popolo russo e ciò ha ottenuto
la tenace perseveranza del Partito comunista, la fede e la lealtà
entusiastiche degli operai, l'assidua e incessante opera di propaganda,
di rischiaramento, di educazione degli uomini eccezionali del comunismo
russo, condotti dalla volontà chiara e rettilinea del maestro di
tutti, Nicola Lenin. Il Soviet si è dimostrato immortale come la
forma di società organizzata che aderisce plasticamente ai multiformi
bisogni (economici e politici) permanenti e vitali della grande massa del
popolo russo, che incarna e soddisfa le aspirazioni e le speranze di tutti
gli oppressi del mondo. La guerra lunga e disgraziata
aveva lasciato una triste eredità di miseria, di barbarie, di anarchia;
l'organizzazione dei servizi sociali era sfatta; la compagine umana stessa
si era ridotta a un'orda nomade di senza lavoro, senza volontà,
senza disciplina, materia opaca di un'immensa decomposizione. Il nuovo
Stato raccoglie dalle macerie i frantumi logori della società e
li ricompone, li rinsalda: ricrea una fede, una disciplina, un'anima, una
volontà di lavoro e di progresso. Compito che potrebbe essere gloria
di un'intera generazione. Non basta. La storia non è contenta di
questa prova. Nemici formidabili si drizzano
implacabilmente contro il nuovo Stato. Si batte moneta falsa per corrompere
il cittadino, si stuzzica il suo stomaco affamato. La Russia viene tagliata
da ogni sbocco al mare, da ogni traffico, da ogni solidarietà: viene
privata dell'Ucraina, del bacino del Donetz, della Siberia, di ogni mercato
di materia prime e di viveri. Su un fronte di diecimila chilometri bande
di armati minacciano l'invasione: sollevazioni, tradimenti, vandalismi,
atti di terrorismo e sabotaggio vengono pagati. Le vittorie più
clamorose si tramutano, per tradimento, in rovesci subitanei. Non importa.
Il potere dei Soviet resiste: dal caos della disfatta crea un esercito
potente che diviene la spina dorsale dello Stato proletario. Premuto da
forze antagonistiche immani trova in sé il vigore intellettuale
e la plasticità storica per adattarsi alla necessità della
contingenza, senza snaturarsi, senza compromettere il felice processo di
sviluppo verso il comunismo. |
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