La smorfia di Gwynplaine
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 30 agosto 1921
Ogni volta che la politica manda a effetto una operazione contro la classe operaia, i primi a gioirne o, "meglio", i primi a dare manifestazioni esteriori della loro contentezza non sono i "pezzi grossi", commissari di polizia od ufficiali delle regie guardie o dei carabinieri, ma sono i più umili agenti, i più modesti carabinieri, l'ultima delle guardie regie. Sono cioè gli agenti del governo usciti dalle file del proletariato più arretrato, costretti a questo passo dalla miseria o dalla speranza di trovare, abbandonando il campo o l'officina, una vita migliore, dalla persuasione di divenire qualche cosa di più di un povero contadino relegato in un paesetto sperduto fra i monti, di un manovale abbruttito dal quotidiano lavoro d'officina. Questa gente odia, dopo averne
disertato le file, la classe lavoratrice con un accanimento che supera
ogni immaginazione. "Ecco le armi", urlò trionfante non so se un
agente investigativo od un carabiniere in borghese, scoprendo una rivoltella
durante la perquisizione all' "Ordine Nuovo". E rimase stupito, spiacente
che nonostante tutta la buona volontà non si riusciva a trovare
nulla di compromettente per il nostro giornale. Pochi minuti dopo, un altro agente
udendo uno scambio di parole tra il commissario ed un nostro redattore,
esclamò: "Finiremo per arrestarli tutti! Li arresteremo tutti!"
A questo pensiero la sua bocca si aprì ad un riso tanto cattivo
da sbalordire chiunque non sia abituato a questo genere di fratellanza
umana. Ho compreso allora perché
nelle caserme e nei posti di polizia, carabinieri, guardie regie ed agenti
gareggino nel bastonare gli operai arrestati, nel rallegrarsi delle loro
torture. E' un odio di lunga data. Gli agenti dello Stato addetti al mantenimento
dell'ordine pubblico sentono attorno a sé il disprezzo che tutta
la classe lavoratrice ha per i rinnegati, per quelli che sono passati nell'altro
campo, per i mercenari che impegnano ogni loro energia per soffocare qualsiasi
movimento del proletariato. E al disprezzo del proletariato
s'aggiunge quello di gran parte della borghesia che guarda con occhio diffidente
tutta questa puzza di questura. Perché? Perché questa è
la sorte di tutti i mercenari: al disprezzo e all'odio degli avversari
s'aggiunge quasi sempre il disprezzo dei padroni. Ed è naturale, è
umano che nell'animo di questa gente mal pagata, che non sempre riesce
a procurarsi quanto occorre per una vita piena di stenti e di privazioni
e che si sente circondata da una barriera che la divide dagli altri uomini,
che la mette quasi fuori dalla società, germogli l'odio, metta radici
la crudeltà: odio contro quelli che prima erano i fratelli, i compagni
di lavoro e che ora disprezzano con maggior forza, crudeltà che
si esplica contro di essi sotto mille forme diverse. Così, arrestare
un operaio è una gioia, un trionfo, bastonarlo e malmenarlo, una
festa, rinchiuderlo in carcere una rivincita. Solo nel momento in cui essi
tengono un uomo fra le mani e sanno di poter disporre della sua libertà,
della sua incolumità, sentono di possedere una forza che in qualche
momento della vita li rende superiori ai loro simili. La gioia di acciuffare un uomo
non proviene dalla consapevolezza di servire la legge, di difendere l'integrità
dello Stato: è una piccola bassa soddisfazione personale, è
la gioia di poter dire: "Io sono più forte". Quale altra gioia possono essi
provare? Quanti di essi sono in grado di formarsi una famiglia senza che
la vita di stenti diventi vita di patimenti? Non è forse vero che
a molti di questi transfughi del proletariato la vita non riserva altre
soddisfazioni che qualche umile offerta di una passeggiatrice notturna
in cerca di protezione? Noi li abbiamo visti pochi giorni
or sono nella nostra redazione. Moltissimi, dall'abito, potevano benissimo
essere scambiati per operai in miseria. E' certo che erano umilmente, più
che umilmente vestiti non solo per introdursi tra gli operai, per raccoglierne
i discorsi, per spiarli, ma anche perché non potrebbero fare diversamente.
E guardavano con odio gli operai veri, quelli che si dibattono tra la reazione
e la fame e cercano affannosamente la via della liberazione. Essi comprendevano, sentivano
che chi lotta è sempre superiore a chi serve. E quando hanno ammanettato i
giovani che difendevano il giornale del loro partito, il giornale della
loro classe, il loro giornale, gli agenti hanno avuto un lampo di trionfo,
hanno riso. Ma non era un riso spontaneo, giocondo. Era un riso a cui erano
costretti dalla rabbia, dal disprezzo degli altri, dalla loro vita, dal
destino a cui non potevano sottrarsi. Quel riso era la smorfia di Gwynplaine. |
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