Sindacati e Consigli
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 12 giugno 1920
Il sindacato non è questa o quella definizione del sindacato: il sindacato diventa una determinata definizione e cioè assume una determinata figura storica in quanto le forze e la volontà operaie che lo costituiscono gli imprimono quell'indirizzo e pongono alla sua azione quel fine che sono affermati nella definizione. Obiettivamente il sindacato è la forma che la merce-lavoro assume e sola può assumere in regime capitalista quando si organizza per dominare il mercato: questa forma è un ufficio costituito di funzionari, tecnici (quando sono tecnici) dell'organizzazione, specialisti (quando sono specialisti) nell'arte di concentrare e di guidare le forze operaie in modo da stabilire con la potenza del capitale un equilibrio vantaggioso alla classe operaia. Lo sviluppo dell'organizzazione sindacale è caratterizzato da questi due fatti:
Così il sindacato diventa capace a contrarre patti, ad assumersi impegni: così esso costringe l'imprenditore ad accettare una legalità che è condizionata dalla fiducia che l'imprenditore ha nella capacità del sindacato di ottenere da parte delle masse operaie il rispetto degli obblighi contratti. L'avvento di una legalità
industriale è stata una grande conquista della classe operaia, ma
essa non è l'ultima e definitiva conquista: la legalità industriale
ha migliorato le condizioni della vita materiale della classe operaia,
ma essa non è più che un compromesso, che è stato
necessario compiere, che sarà necessario sopportare fin quando i
rapporti di forza saranno sfavorevoli alla classe operaia. Se i funzionari dell'organizzazione
sindacale considerano la legalità industriale come un compromesso
necessario, ma non perpetuamente, se essi rivolgono tutti i mezzi di cui
il sindacato può disporre per migliorare i rapporti di forza in
senso favorevole alla classe operaia, se essi svolgono tutto il lavoro
di preparazione spirituale e materiale necessario perché la classe
operaia possa in un momento determinato iniziare un'offensiva vittoriosa
contro il capitale e sottometterlo alla sua legge, allora il sindacato
è uno strumento rivoluzionario, allora la disciplina sindacale,
per quanto è rivolta a far rispettare dagli operai la legalità
industriale, è la disciplina rivoluzionaria. I rapporti che devono intercorrere
tra sindacato e Consiglio di fabbrica debbono essere considerati da questo
punto di vista: dal giudizio che si dà sulla natura e il valore
della legalità industriale. Il Consiglio è la negazione della
legalità industriale, tende ad annientarla in ogni istante, tende
incessantemente a condurre la classe operaia alla conquista del potere
industriale, a far diventare la classe operaia la fonte del potere industriale. Il sindacato è un elemento
della legalità, e deve proporsi di farla rispettare dai suoi organizzati.
Il sindacato è responsabile verso gli industriali, ma è responsabile
verso i suoi organizzati: esso garantisce la continuità del lavoro
e del salario, e cioè del pane e del tetto, all'operaio e alla famiglia
dell'operaio. Il Consiglio tende, per la sua
spontaneità rivoluzionaria, a scatenare in ogni momento la guerra
delle classi; il sindacato , per la sua forma burocratica, tende a non
lasciare che la guerra di classe venga mai scatenata. I rapporti tra le
due istituzioni devono tendere a creare una situazione in cui non avvenga
che un impulso capriccioso del Consiglio determini un passo indietro della
classe operaia, determini una sconfitta della classe operaia, una situazione
cioè in cui il Consiglio accetti e faccia propria la disciplina
del sindacato, e a creare una situazione in cui il carattere rivoluzionario
del Consiglio abbia un influsso sul sindacato, sia un reagente che dissolva
la burocrazia e il funzionarismo sindacale. Il Consiglio vorrebbe uscire,
in ogni momento, dalla legalità industriale: il Consiglio è
la massa, sfruttata, tiranneggiata, costretta al lavoro servile, e perciò
tende a universalizzare ogni ribellione, a dare valore e portata risolutiva
a ogni suo atto di potere. Il sindacato, come ufficio responsabile in solido
della legalità, tende ad universalizzare e perpetuare la legalità. I rapporti tra sindacato e Consiglio
devono creare le condizioni in cui l'uscita dalla legalità, l'offensiva
della classe operaia, avvenga quando la classe operaia ha quel minimo di
preparazione che si ritiene indispensabile per vincere durevolmente. I rapporti tra sindacato e Consiglio
non possono essere stabiliti da altro legame che non sia questo: la maggioranza
o una parte cospicua degli elettori del Consiglio sono organizzati nel
sindacato. Ogni tentativo di legare con rapporti di dipendenza gerarchica
i due istituti non può condurre che all'annientamento di entrambi.
Se la concezione che fa del Consiglio un mero strumento di lotta sindacale
si materializza in una disciplina burocratica e in una facoltà di
controllo diretto del sindacato sul Consiglio, il Consiglio si isterilisce
come espansione rivoluzionaria, come forma dello sviluppo reale della rivoluzione
proletaria che tende spontaneamente a creare nuovi modi di produzione e
di lavoro, nuovi modi di disciplina, che tende a creare la società
comunista. Poiché il Consiglio nasce
indipendentemente dalla posizione che la classe operaia è venuta
acquistando nel campo della produzione industriale, poiché il Consiglio
è una necessità storica della classe operaia, il tentativo
di subordinarlo gerarchicamente al sindacato determinerebbe prima o poi
un cozzo tra le due istituzioni. La forza del Consiglio consiste nel fatto
che esso aderisce alla coscienza della massa operaia, è la stessa
coscienza della massa operaia che vuole emanciparsi autonomamente, che
vuole affermare la sua libertà di iniziativa nella creazione della
storia: tutta la massa partecipa alla vita del Consiglio e sente di essere
qualcosa per questa attività. Alla vita del sindacato partecipa
un numero strettissimo di organizzati; la forza reale del sindacato è
in questo fatto, ma in questo fatto è anche una debolezza che può
essere messa alla prova senza gravissimi pericoli. Se d'altronde il sindacato
poggiasse direttamente sui Consigli, non per dominarli, ma per diventarne
la forma superiore, si rifletterebbe nel sindacato la tendenza propria
dei Consigli a uscire ogni istante dalla legalità industriale, a
scatenare in qualsiasi momento l'azione risolutiva della guerra di classe. Il sindacato perderebbe la sua
capacità a contrarre impegni, perderebbe il suo carattere di forza
disciplinatrice e regolatrice delle forze impulsive della classe operaia.
Se gli organizzati stabiliscono nel sindacato una disciplina rivoluzionaria,
stabiliscono una disciplina che appaia alla massa come una necessità
per il trionfo della rivoluzione operaia e non come una servitù
verso il capitale, questa disciplina verrà indubbiamente accettata
e fatta propria dal Consiglio, diverrà la forma naturale dell'azione
svolta dal Consiglio. Se l'ufficio del sindacato diventa
un organismo di preparazione rivoluzionaria, e tale appare alle masse per
l'azione che riesce a svolgere, per gli uomini che lo compongono, per la
propaganda che sviluppa, allora il suo carattere concentrato e assoluto
sarà visto dalle masse come una maggiore forza rivoluzionaria, come
una condizione in più (e delle più importanti) per il successo
della lotta impegnata a fondo. Nella realtà italiana,
il funzionario sindacale concepisce la legalità industriale come
una perpetuità. Egli troppo spesso la difende da un punto di vista
che è lo stesso punto di vista del proprietario. Egli vede solo
caos e arbitrio in tutto quanto succede tra la massa operaia: egli non
universalizza l'atto di ribellione dell'operaio alla disciplina capitalistica
come ribellione, ma come materialità dell'atto che può essere
in sé e per sé triviale. Così è avvenuto che
la storiella dell'"impermeabile del facchino" abbia avuto la stessa diffusione
e sia stata interpretata dalla stupidità giornalistica allo stesso
modo della storiella sulla "socializzazione delle donne in Russia". In
queste condizioni la disciplina sindacale non può essere che un
servizio reso al capitale; in queste condizioni ogni tentativo di subordinare
il Consiglio al sindacato non può essere giudicato che reazionario. I comunisti, in quanto vogliono
che l'atto rivoluzionario sia, per quanto è possibile, cosciente
e responsabile, vogliono una scelta, per quanto può essere una scelta,
del momento di scatenare l'offensiva operaia rimanga alla parte più
cosciente e responsabile della classe operaia, a quella parte che è
organizzata nel Partito socialista e che più attivamente partecipa
alla vita dell'organizzazione. Perciò i comunisti non possono volere
che il sindacato perda della sua energia disciplinatrice e della sua concentrazione
sistematica. I comunisti, costituendosi in
gruppi organizzati permanentemente nei sindacati e nelle fabbriche, devono
trasportare nei sindacati e nelle fabbriche le loro concezioni, le tesi,
la tattica della III Internazionale, devono influenzare la disciplina sindacale
e determinare i fini, devono influenzare le deliberazioni dei Consigli
di fabbrica e far diventare coscienza e creazione rivoluzionaria gli impulsi
alla ribellione che scaturiscono dalla situazione che il capitalismo crea
alla classe operaia. I comunisti del Partito hanno
il maggiore interesse, perché su di essi pesa la maggiore responsabilità
storica, a suscitare, con la loro azione incessante, tra i diversi istituti
della classe operaia, rapporti di compenetrazione e di naturale indipendenza
che vivifichino la disciplina e l'organizzazione con lo spirito rivoluzionario. |
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