La situazione interna del nostro
partito
ed i compiti del prossimo
Congresso
(Relazione al C.C. dell'11-12 maggio
1925)
di Antonio Gramsci
"L'Unità", 3 luglio 1925
Nella sua ultima riunione, l'Esecutivo allargato dell'Internazionale comunista non aveva da risolvere quistioni di principio o di tattica sorta fra l'insieme del Partito italiano e l'Internazionale. Un tal fatto si verifica per la prima volta nella successione delle riunioni dell'Internazionale. Perciò i compagni più autorevoli dell'Esecutivo dell'Internazionale comunista avrebbero preferito che non si parlasse neppure di una commissione italiana: dato che non esisteva una crisi generale del partito italiano, non esisteva neppure una "quistione italiana". In realtà occorre subito
dire che il nostro partito, pur avendo già prima del congresso,
ma specialmente dopo, modificato i suoi atteggiamenti tattici per accostarsi
alla linea leninista dell'Internazionale comunista, non ha tuttavia subito
nessuna crisi nelle file dei suoi soci e di fronte alle masse: tutt'altro.
Avendo saputo porre i suoi nuovi atteggiamenti tattici in relazione alla
situazione generale del paese creatasi dopo le elezioni del 6 aprile e
specialmente dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, il partito è
riuscito ad ingrandirsi come organizzazione e a estendere in modo notevolissimo
la sua influenza tra le masse operaie e contadine. Il nostro partito è uno
dei pochi, se non forse il solo partito dell'Internazionale, che può
affermare un successo simile in una situazione così difficile come
quella che si è venuta creando in tutti i paesi, specialmente europei,
in rapporto alla relativa stabilizzazione del capitalismo ed al relativo
rafforzarsi dei governi borghesi e della socialdemocrazia, che del sistema
borghese è diventata una parte sempre più essenziale. Occorre
dire, almeno tra parentesi, che è appunto per il costituirsi di
una tale situazione ed in rapporto alle conseguenze che essa ha avuto non
solo in mezzo alle grandi masse lavoratrici, ma anche nel seno dei partiti
comunisti, che si deve affrontare il problema della bolscevizzazione. La fase attuale dei partiti dell'Internazionale Le crisi attraversate da tutti
i partiti dell'Internazionale dal 1921 ad oggi, cioè dall'inizio
del periodo caratterizzato da un rallentamento del ritmo rivoluzionario,
hanno mostrato come la composizione generale dei partiti non fosse molto
solida ideologicamente. I partiti stessi oscillavano con spostamenti spesso
fortissimi dalla destra all'estrema sinistra con ripercussioni gravissime
su tutta l'organizzazione e con crisi generali nei collegamenti tra i partiti
e le masse. La fase attuale attraversata
dai partiti dell'Internazionale è caratterizzata invece dal fatto
che in ognuno di essi si è andato formando attraverso le esperienze
politiche di questi ultimi anni, e si è consolidato, un nucleo fondamentale
il quale determina una stabilizzazione leninista della composizione ideologica
dei partiti e assicura che essi non saranno più attraversati da
crisi e da oscillazioni troppo profonde e troppo larghe. Ponendo così il problema
generale della bolscevizzazione sia nel dominio dell'organizzazione che
in quello della formazione ideologica, l'Esecutivo allargato ha affermato
che le nostre forze internazionali sono giunte al punto risolutivo della
crisi. In questo senso, l'Esecutivo allargato è un punto di arrivo,
e la constatazione dei grandissimi progressi compiuti nel consolidamento
delle basi organizzative e ideologiche dei partiti è un punto di
partenza, in quanto tali progressi devono essere coordinati, sistematizzati,
devono cioè diventare coscienza diffusa operante di tutta la massa.
Per alcuni aspetti, i partiti rivoluzionari dell'Europa occidentale si
trovano solo oggi nelle condizioni in cui i bolscevichi russi si erano
trovati già fin dalla formazione del loro partito. In Russia, non esistevano prima
della guerra le grandi organizzazioni dei lavoratori che invece hanno caratterizzato
tutto il periodo europeo della II Internazionale prima della guerra. In
Russia, il partito, non solo come affermazione teorica generale, ma anche
come necessità pratica di organizzazione e di lotta, riassumeva
in sé tutti gli interessi vitali della classe operaia; la cellula
di fabbrica e di strada guidava la massa sia nella lotta per le rivendicazioni
sindacali come nella lotta politica per il rovesciamento dello zarismo. Nell'Europa occidentale invece
si venne sempre più costituendo una divisione del lavoro tra organizzazione
sindacale e organizzazione politica della classe operaia. Nel campo sindacale
andò sviluppandosi con ritmo sempre più accelerato la tendenza
riformista e pacifista; cioè andò sempre più intensificandosi
l'influenza della borghesia sul proletariato. Per la stessa ragione nei partiti
politici l'attività si spostò sempre più verso il
campo parlamentare, verso cioè forme che non si distinguevano per
nulla da quelle della democrazia borghese. Nel periodo della guerra e in
quello del dopoguerra immediatamente precedente alla costituzione dell'Internazionale
comunista ed alle scissioni nel campo socialista, che portarono alla formazione
dei nostri partiti, la tendenza sindacalista-riformista andò consolidandosi
come organizzazione dirigente nei sindacati. Si è venuta così
a determinare una situazione generale che appunto pone anche i partiti
comunisti dell'Europa occidentale nelle condizioni in cui si trovava il
Partito bolscevico in Russia prima della guerra. Osserviamo ciò che avviene
in Italia. Attraverso l'azione repressiva del fascismo, i sindacati erano
venuti a perdere, nel nostro paese, ogni efficienza sia numerica che combattiva.
Approfittando di questa situazione, i riformisti si impadronirono completamente
del loro meccanismo centrale, escogitando tutte le misure e le disposizioni
che possono impedire a una minoranza di formarsi, di organizzarsi, di svilupparsi
e diventare maggioranza fino a conquistare il centro dirigente. Ma la grande
massa vuole, ed a ragione, l'unità e riflette questo sentimento
unitario nell'organizzazione sindacale tradizionale italiana: la Confederazione
Generale del Lavoro. La massa vuole lottare e organizzarsi, ma vuole lottare
con la Confederazione generale del lavoro e vuole organizzarsi nella Confederazione
generale del lavoro. I riformisti si oppongono all'organizzazione
delle masse. Ricordate il discorso di D'Aragona nel recente congresso federale
in cui affermò che non più di un milione di organizzati deve
costituire la Confederazione. Se si tiene conto che la Confederazione stessa
sostiene di essere l'organismo unitario di tutti i lavoratori italiani,
cioè non solo degli operai industriali ed agricoli ma anche dei
contadini, e che in Italia ci sono almeno quindici milioni di lavoratori
organizzati, appare che la Confederazione vuole, per programma, organizzare
un quindicesimo, cioè il 7,50 per cento, dei lavoratori italiani,
mentre noi vorremmo che nei sindacati e nelle organizzazioni contadine
fossero organizzati il cento per cento dei lavoratori. Ma se la Confederazione
vuole per ragioni di politica interna confederale, cioè per mantenere
la dirigenza confederale nelle mani dei riformisti, che solo il 7,50 per
cento dei lavoratori italiani siano organizzati, essa vuole anche - per
ragioni di politica generale, cioè perché il partito riformista
possa collaborare efficacemente in un governo democratico borghese - che
la Confederazione, nel suo complesso, abbia un'influenza sulla massa disorganizzata
degli operai industriali ed agricoli e vuole, impedendo l'organizzazione
dei contadini, che i partiti democratici con i quali intende collaborare
mantengano la loro base sociale. Essa allora manovra nel campo
specialmente delle commissioni interne che sono elette da tutta la massa
degli organizzati e dei disorganizzati. Essa, cioè, vorrebbe impedire
che gli operai organizzati, all'infuori di quelli della tendenza riformista,
presentassero liste di candidati per le commissioni interne, vorrebbe che
i comunisti, anche dove sono in maggioranza nell'organizzazione sindacale
locale e tra gli organizzati delle singole officine votassero per disciplina
le liste della minoranza riformista. Se questo programma organizzativo
fosse da noi accettato, si arriverebbe di fatto all'assorbimento del nostro
partito da parte del partito riformista, e nostra sola attività
rimarrebbe l'attività parlamentare. Il compito delle "cellule"
D'altronde come possiamo noi
lottare contro l'applicazione e l'organizzazione di un tale programma senza
determinare una scissione che noi assolutamente non vogliamo determinare?
Per ottenere ciò non c'è altra via d'uscita che l'organizzazione
delle cellule e il loro sviluppo nello stesso senso in cui esse si svilupparono
in Russia prima della guerra. Come frazione sindacale, i riformisti
ci impediscono, mettendoci alla gola la pistola della disciplina, di centralizzare
le masse rivoluzionarie sia per la lotta sindacale che per la lotta politica.
E' evidente allora che le nostre cellule devono lottare direttamente nelle
fabbriche per centralizzare attorno al partito le masse, spingendole a
rafforzare le commissioni interne dove esse esistono, a creare comitati
di agitazione nelle fabbriche dove non esistono commissioni interne o dove
esse non assolvono ai loro compiti, spingendole a volere la centralizzazione
delle istituzioni di fabbrica come organismi di massa non solamente sindacali,
ma di lotta generale contro il capitalismo e il suo regime politico. E' certo che la situazione in
cui noi ci troviamo è molto più difficile di quella in cui
si trovavano i bolscevichi russi, perché noi dobbiamo lottare non
solo contro la reazione dello Stato fascista, ma anche contro la reazione
dei riformisti nei sindacati. Appunto perché è più
difficile la situazione, più forti devono essere le nostre cellule
sia organizzativamente che ideologicamente. In ogni caso, la bolscevizzazione
per ciò che ha riflesso nel campo organizzativo è una necessità
imprescindibile. Nessuno oserà dire che i criteri leninisti di organizzazione
del partito siano propri della situazione russa e che sia un fatto puramente
meccanico la loro applicazione all'Europa occidentale. Opporsi all'organizzazione del
partito per cellula significa ancora essere legati alle vecchie concezioni
socialdemocratiche, significa trovarsi realmente in un terreno di destra,
cioè in un terreno nel quale non si vuole lottare contro la socialdemocrazia. I cinque punti di Lenin per un buon partito
bolscevico
La commissione che avrebbe dovuto
discutere specialmente col compagno Bordiga, ha in sua assenza fissato
la linea che il partito deve seguire per risolvere la quistione delle tendenze
e delle possibili frazioni che da esse possono nascere, cioè per
far trionfare nel nostro partito la concezione bolscevica. Se esaminiamo
la situazione generale del nostro partito, alla stregua delle cinque qualità
fondamentali che il compagno Lenin poneva come condizioni necessarie per
la efficienza del partito rivoluzionario del proletariato nel periodo della
preparazione rivoluzionaria e cioè:
Se esaminiamo la situazione generale del nostro partito alla stregua di questi cinque punti osserviamo che, se si può affermare per il nostro partito che la seconda qualità forma uno dei suoi tratti caratteristici, non altrettanto si può affermare per le altre quattro. Manca nel nostro partito una profonda conoscenza della dottrina del marxismo e quindi anche del leninismo. Sappiamo che ciò è legato alle tradizioni del movimento socialista italiano, nel seno del quale mancò ogni discussione teorica che interessasse le masse e contribuisse alla loro formazione ideologica. E' anche vero però che
il nostro partito non contribuì affatto a distruggere questo stato
di cose, e che anzi il compagno Bordiga, confondendo la tendenza riformista
a sostituire una generica attività culturale all'azione politica
rivoluzionaria delle masse con l'attività interna di partito diretta
ad elevare il livello di tutti i suoi membri fino alla completa consapevolezza
dei fini immediati e lontani del movimento rivoluzionario, contribuì
a mantenerlo. Il fenomeno dell'estremismo
Il nostro partito ha abbastanza
sviluppato il senso della disciplina, e cioè ogni socio riconosce
la sua subordinazione al complesso del partito, ma non altrettanto si può
dire per ciò che riguarda i rapporti con l'Internazionale comunista,
cioè per ciò che riguarda la coscienza di appartenere al
partito mondiale. In questo senso solamente bisogna dire che lo spirito
internazionalista non è molto praticato, non certo nel senso generale
della solidarietà internazionale. Era questa una situazione esistente
nel Partito socialista e che si rifletté a nostro danno al Congresso
di Livorno. Continuò a sussistere
in parte sotto altre forme per la tendenza suscitata dal compagno Bordiga
a ritener speciale titolo di nobiltà di dirsi seguaci di una cosiddetta
"sinistra italiana". In questo campo il compagno Bordiga ha ricreato una
situazione simile a quella creata dal compagno Serrati dopo il II Congresso
e che portò all'esclusione dei massimalisti dall'Internazionale
comunista. Egli cioè crea una specie di patriottismo di partito
che rifugge dall'inquadrarsi in una organizzazione mondiale. Ma la debolezza
massima del nostro partito è quella caratterizzata dal compagno
Lenin nel punto terzo: l'amore per le pose rivoluzionarie e per le superficiali
frasi scarlatte è il tratto più rilevante non del Bordiga
stesso, ma degli elementi che dicono di seguirlo. Naturalmente, il fenomeno dell'estremismo
bordighiano non è campato in aria. Esso ha una duplice giustificazione.
Da una parte è legato alla situazione generale della lotta di classe
nel nostro paese, e cioè al fatto che la classe operaia è
la minoranza della popolazione lavoratrice e che essa è agglomerata
prevalentemente in una sola zona del paese. In una tale situazione, il
partito della classe operaia può essere corrotto da infiltrazioni
delle classi piccolo-borghesi che, pur avendo interessi contrari come massa
agli interessi del capitalismo, non vogliono però condurre la lotta
fino alle sue estreme conseguenze. Dall'altro ha contribuito a consolidare
l'ideologia di Bordiga la situazione in cui venne a trovarsi il Partito
socialista fino a Livorno e che Lenin caratterizzò così nel
suo libro "L'estremismo come malattia infantile del comunismo": "In un
partito dove c'è un Turati e c'è un Serrati che non lotta
contro Turati è naturale che ci sia un Bordiga". Non è però
naturale che il compagno Bordiga si sia cristallizzato nella sua ideologia
anche quando Turati non era più nel partito, non vi era lo stesso
Serrati, e Bordiga in persona conduceva la lotta contro l'uno o contro
l'altro. Evidentemente, l'elemento della
situazione nazionale era preponderante nella formazione politica del compagno
Bordiga e aveva cristallizzato in lui uno stato permanente di pessimismo
sulla possibilità che il proletariato e il suo partito potessero
rimaner immuni da infiltrazioni di ideologie piccolo-borghesi senza l'applicazione
di una tattica politica estremamente settaria che rendeva impossibile l'applicazione
e la realizzazione dei due principi politici che caratterizzarono il bolscevismo:
l'alleanza tra operai e contadini e l'egemonia del proletariato nel movimento
rivoluzionario anticapitalista. La linea da adottare per combattere
queste debolezze del nostro partito è quella della lotta per la
bolscevizzazione. La campagna da farsi deve essere prevalentemente ideologica.
Essa però deve diventare politica per ciò che riguarda l'estrema
sinistra, cioè la tendenza rappresentata dal compagno Bordiga, che
dal frazionismo latente passerà necessariamente all'aperto frazionismo
e nel congresso cercherà di mutare l'indirizzo politico dell'Internazionale. La quistione delle tendenze
Esistono nel nostro partito
altre tendenze? Qual è il loro carattere e quale pericolo possono
rappresentare? Se esaminiamo da questo punto di vista la situazione interna
del nostro partito, dobbiamo riconoscere che esso non solo non ha raggiunto
il grado di maturità politica rivoluzionario che riassumiamo nella
parola "bolscevizzazione", ma che non ha raggiunto neanche la completa
unificazione delle varie parti che influirono alla sua composizione. A ciò ha contribuito l'assenza
di ogni largo dibattito che purtroppo ha caratterizzato il partito fin
dalla sua fondazione. Se teniamo conto degli elementi che al Congresso
di Livorno si schierarono per l'Internazionale comunista possiamo constatare
che delle tre correnti che costituirono il Partito comunista:
Ma queste correnti, se riuscirono ad avere il sopravvento nella direzione del nuovo Partito comunista, non ne costituivano la maggioranza di base. Inoltre, di queste due correnti una sola, astensionista, fin dal 1919, cioè da due anni avanti Livorno, aveva un'organizzazione nazionale, aveva formato fra i suoi aderenti una certa esperienza organizzativa di partito, ma nel periodo preparatorio si era esclusivamente occupata di quistioni interne di partito, della specifica lotta delle frazioni, senza avere nel suo complesso attraversato esperienze politiche di massa altro che nella quistione puramente parlamentare. La corrente costituitasi intorno
all'"Ordine Nuovo" e all'"Avanti!" piemontese non aveva suscitato né
una frazione nazionale e neppure una vera e propria frazione nei limiti
della regione piemontese in cui era sorta e si era sviluppata. La sua attività
fu prevalentemente di massa; i problemi interni di partito furono da essa
sistematicamente collegati con i bisogni e le aspirazioni della lotta generale
di classe, generale della popolazione lavoratrice piemontese e specialmente
del proletariato di Torino: ciò, se diede ai suoi componenti una
migliore preparazione politica e una capacità maggiore nei suoi
singoli membri anche di massa, a guidare dei movimenti reali, la pose in
condizioni di inferiorità nell'organizzazione generale del partito. Se si eccettua il Piemonte, la
grande maggioranza del nostro partito venne a costituirsi degli elementi
rimasti a Livorno con l'Internazionale comunista, perché con l'Internazionale
comunista erano rimasti tutta una serie di compagni del vecchio strato
dirigente del Partito socialista, come Gennari, Marabini, Bombacci, Misiano,
Salvadori, Graziadei, ecc.: su questa massa che per le concezioni non si
differenziava in nulla dai massimalisti, s'innestarono i gruppi astensionisti
locali dandole la forma dell'organizzazione del nuovo Partito comunista. Se non si tenesse conto di questa
reale formazione nel nostro partito non si comprenderebbe né la
crisi che esso ha attraversato e neanche la situazione attuale. Per le
necessità di lotta senza quartiere che s'imposero al nostro partito
fin dalla sua origine, la quale coincise con lo sferrarsi più furioso
della reazione fascista e per cui si può dire che ogni nostra organizzazione
fu battezzata dal sangue dei nostri migliori compagni, le esperienze dell'Internazionale
comunista, cioè non solo del partito russo ma anche degli altri
partiti fratelli, non giunsero fino a noi e non furono assimilate dalla
massa del partito altro che saltuariamente e episodicamente. In realtà
il nostro partito si trovò ad essere staccato dal complesso internazionale,
si trovò a sviluppare la sua ideologia arruffata e caotica sulla
sola base delle nostre immediate esperienze nazionali, si creò cioè
in Italia una nuova forma di massimalismo. Questa situazione generale è
stata aggravata l'anno scorso dall'ingresso nelle nostre file della frazione
terzinternazionalista. Le debolezze che ci erano caratteristiche, esistevano
in una forma ancora più grave e pericolosa in questa frazione, la
quale da due anni e mezzo viveva in forma autonoma nel seno del partito
massimalista, creando così vincoli interni fra i suoi aderenti che
dovevano prolungarsi anche dopo la fusione. Inoltre anche la frazione terzinternazionalista,
per due anni e mezzo, fu assorbita completamente dalla lotta interna con
la direzione del Partito massimalista, lotta che fu prevalentemente di
carattere personale e settario e solo episodicamente trattò le quistioni
fondamentali
sia politiche che organizzative. La bolscevizzazione
E' evidente dunque che la bolscevizzazione
del partito nel campo ideologico non può solo tenere conto della
situazione che riassumiamo nell'esistenza di una corrente di estrema sinistra
e nell'atteggiamento personale del compagno Bordiga. Essa deve investire
la situazione generale del partito, cioè deve porsi il problema
di elevare il livello teorico e politico di tutti i nostri compagni. E'
certo per esempio che esiste anche una quistione Graziadei, cioè
che noi dobbiamo basarci sulle sue recenti pubblicazioni per migliorare
l'educazione marxista dei nostri compagni combattendo le deviazioni cosiddette
scientifiche in esse sostenute. Nessuno però può
pensare che il compagno Graziadei rappresenti un pericolo politico, cioè
che sulla base delle sue concezioni revisionistiche del marxismo possa
nascere una vasta corrente e quindi una frazione che metta in pericolo
l'unità organizzativa del partito. D'altronde non bisogna neppure
dimenticare che il revisionismo di Graziadei porta ad un appoggio alle
correnti di destra che, sia pure allo stato latente, esistono nel nostro
partito. L'entrata in esso della frazione terzinternazionalista, cioè
di un elemento politico che non ha perduto molto dei suoi caratteri massimalisti
e che, come si è già detto, meccanicamente tende a prolungare
oltre la sua esistenza di frazione nel seno del Partito massimalista i
vincoli creatisi nel periodo precedente, può indubbiamente dare
a questa potenziale corrente di destra una certa base organizzativa, ponendo
dei problemi che non devono assolutamente essere trascurati. Tuttavia non è possibile
che nascano forti divergenze su questa serie di apprezzamenti; le quistioni
alle quali abbiamo accennato e che nascono dalla composizione originaria
del nostro partito pongono prevalentemente dei problemi ideologici fortemente
legati a due necessità:
Si può dire che potenzialmente
esiste nel nostro partito un pericolo di destra. Esso è legato alla
situazione generale del paese. le opposizioni costituzionali, quantunque
storicamente siano scadute dalla loro funzione fin da quando hanno rigettato
la nostra proposta di creare l'antiparlamento, continuano tuttavia a sussistere
politicamente accanto ad un fascismo consolidato. Poiché le perdite subite
dall'opposizione, se hanno rafforzato il nostro partito, non l'hanno però
rafforzato nella stessa misura in cui si è consolidato il fascismo
che ha nelle mani tutto l'apparato statale, è evidente che nel nostro
partito, di fronte ad una tendenza di estrema sinistra, che crede giunto
ad ogni istante il momento di passare all'attacco frontale del regime che
non può disgregarsi per le manovre dell'opposizione, potrà
nascere se già non esiste una tendenza di destra, i cui elementi,
demoralizzati dall'apparente strapotere del partito dominante, disperando
che il proletariato possa rapidamente rovesciare il regime nel suo complesso,
incominceranno a pensare che sia per essere migliore tattica quella che
porti, se non addirittura a un blocco borghese-proletario per la eliminazione
costituzionale del fascismo, per lo meno ad una tattica di passività
reale, di non-intervento attivo del nostro partito, la quale permetta alla
borghesia di servirsi del proletariato come di una massa di manovra elettorale
contro il fascismo. Di tutte queste possibilità
e probabilità il partito deve tener conto affinché la sua
giusta linea rivoluzionaria non subisca deviazioni. Il partito, se deve
considerare il pericolo di destra come una possibilità da combattersi
con la propaganda ideologica e con mezzi disciplinari ordinari ogni volta
che ciò si dimostra necessario, deve invece considerare il pericolo
di estrema sinistra come una realtà immediata, come un ostacolo
allo sviluppo non solo ideologico ma politico del partito, come un pericolo
che deve essere combattuto non solo con la propaganda ma anche con l'azione
politica, perché immediatamente porta alla disgregazione dell'unità
anche formale della nostra organizzazione, perché tende a creare
un partito nel partito, una disciplina contro la disciplina del partito. Vuol dire questo che noi si voglia
giungere ad una rottura con il compagno Bordiga e con quelli che si dicono
suoi amici? Vuol dire che noi vogliamo modificare la base fondamentale
del partito quale si era costituita al Congresso di Livorno ed era stata
conservata al Congresso di Roma? Certamente e assolutamente no. Ma la base
fondamentale del partito non era un fatto puramente meccanico: essa si
era costituita sull'accettazione incondizionata dei principi e della disciplina
dell'Internazionale comunista. Ma non siamo noi che abbiamo
posto in discussione questi principi e questa disciplina; non sarebbe quindi
da ricercare in noi la volontà di modificare la base fondamentale
del partito; occorre inoltre dire che il 90 per cento se non più
dei suoi membri, il partito ignora le quistioni che sono sorte tra la nostra
organizzazione e l'Internazionale comunista. Se, specialmente dopo il Congresso
di Roma, il partito nel suo complesso fosse stato messo in grado di conoscere
la situazione dei nostri rapporti internazionali, esso probabilmente non
sarebbe ora nelle condizioni di confusione in cui si trova. In ogni caso, teniamo ad affermare
con molta energia, perché sia sventato il triste gioco di alcuni
elementi irresponsabili che pare trovino la loro felicità nell'inasprire
le piaghe della nostra organizzazione, che noi riteniamo possibile venire
ad un accordo col compagno Bordiga e pensiamo che tale sia anche la opinione
del compagno Bordiga stesso. L'impostazione della discussione E' secondo questo indirizzo
generale che noi riteniamo debba essere impostata la discussione per il
nostro congresso. Nel periodo che abbiamo attraversato dalle ultime elezioni
parlamentari, il partito ha condotto un'azione politica reale che è
stata condivisa dalla grande maggioranza dei nostri compagni. Sulla base
di questa azione, il partito ha triplicato il numero dei suoi soci, ha
sviluppato in modo notevole la sua influenza nel proletariato, tanto che
si può dire essere il nostro partito il più forte tra i partiti
che hanno una base nella Confederazione generale del lavoro. Si è riusciti in questo
periodo a porre concretamente il problema fondamentale della nostra rivoluzione:
quello dell'alleanza tra operai e contadini. Il nostro partito, in una
parola, è diventato un fattore essenziale della situazione italiana.
Su questo terreno dell'azione politica reale si è creata una certa
omogeneità tra i nostri compagni. Questo elemento deve continuare
a svilupparsi nella discussione del congresso e deve essere una delle determinanti
essenziali della bolscevizzazione. Ciò significa che il congresso
non deve essere concepito solo come un momento della nostra politica generale,
del processo attraverso il quale noi ci leghiamo alle masse e suscitiamo
nuove forze per la rivoluzione. Il nucleo principale dell'attività
del congresso deve essere perciò visto nelle discussioni che si
faranno per stabilire quale fase della vita italiana e internazionale noi
attraversiamo, cioè quali sono i rapporti attuali delle forze sociali
italiane, quali sono le forze motrici della situazione, quale fase della
lotta delle classi è l'attuale. Da questo esame nascono due problemi
fondamentali:
Cioè, noi dobbiamo esaminare quali sono i problemi essenziali della vita italiana e quale loro soluzione favorisce e determina l'alleanza rivoluzionaria del proletariato coi contadini e realizza l'egemonia del proletariato. Il congresso quindi dovrà almeno preparare lo schema generale del nostro programma di governo. E' questa una fase essenziale della nostra vita di partito. Perfezionare lo strumento necessario per la rivoluzione proletaria in Italia: ecco il compito maggiore del nostro congresso; ecco il lavoro al quale invitiamo tutti i compagni di buona volontà che antepongono gli interessi unitari della loro classe alle meschini e sterili lotte di frazioni. |
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