Per una preparazione
ideologica di massa
di Antonio Gramsci
"La Sezione di agitprop del PC",
aprile-maggio 1925
Da quale bisogno specifico della classe operaia e del suo partito, il Partito comunista, è sorta l'iniziativa della scuola per corrispondenza, che finalmente comincia ad attuarsi, con la pubblicazione della presente dispensa? Da quasi cinque anni il movimento
operaio rivoluzionario italiano è piombato in una situazione di
illegalità o di semilegalità. La libertà di stampa,
il diritto di riunione, di associazione, di propaganda sono praticamente
soppressi. La formazione dei quadri dirigenti del proletariato non può
quindi più avvenire per le vie e coi metodi che erano tradizionali
in Italia fino al 1921. Gli elementi operai più
attivi sono perseguitati, sono controllati in ogni loro movimento, in ogni
loro lettura; le biblioteche operaie sono state incendiate o altrimenti
disperse; le grandi organizzazioni e le grandi azioni di massa non esistono
più e non possono attuarsi. I militanti non partecipano affatto
o partecipano solo in misura limitatissima alle discussioni e al contrasto
delle idee; la vita isolata o la riunione saltuaria di piccoli gruppi riservati,
l'abitudine che può venire formandosi a una vita politica che in
altri tempi pareva d'eccezione, suscitano sentimenti, stati d'animo, punti
di vista che sono spesso errati e talvolta persino morbosi. I nuovi membri che il partito
acquista in una tale situazione, evidentemente sono uomini sinceri e di
vigorosa fede rivoluzionaria, non possono venire educati ai nostri metodi
dall'attività ampia, dalle larghe discussioni, dal controllo reciproco
che sono propri del periodo di democrazia e di legalità di massa. Si prospetta così un pericolo
molto grave: la massa del partito, abituandosi, nell'illegalità,
a non pensare ad altro che agli espedienti necessari per sfuggire alle
sorprese del nemico, abituandosi a vedere possibili e organizzabili immediatamente
solo azioni di piccoli gruppi, vedendo come i dominatori apparentemente
abbiano vinto e conservino il potere con l'opera di minoranze armate e
inquadrate militarmente, si allontana insensibilmente dalla concezione
marxista dell'attività rivoluzionaria del proletariato, e mentre
pare si radicalizzi, per il fatto che si sentono spesso enunziare propositi
estremisti e frasi sanguinolente, in realtà diventa incapace di
vincere il nemico. La storia della classe operaia,
specialmente nell'epoca che attraversiamo, mostra come questo pericolo
non sia immaginario. La ripresa dei partiti rivoluzionari, dopo un periodo
di illegalità, è spesso caratterizzata da un irrefrenabile
impulso all'azione per l'azione, dall'assenza di ogni considerazione dei
rapporti reali delle forze sociali, dello stato d'animo delle grandi masse
operaie e contadine, delle condizioni d'armamento, ecc. E' avvenuto così troppo
spesso che il partito rivoluzionario si sia fatto massacrare dalla reazione
non ancora disgregata, e le cui riserve non erano state giustamente apprezzate,
tra l'indifferenza e la passività delle grandi masse, le quali,
dopo ogni periodo reazionario, diventano molto prudenti e sono facilmente
colte dal panico ogni qualvolta si minaccia un ritorno alla situazione
da cui sono allora uscite. E' difficile, in linea generale,
che tali errori non si verifichino; è perciò doveroso che
il partito se ne preoccupi e svolga una determinata attività che
specialmente tenda a migliorare la situazione e la sua organizzazione,
ad elevare il livello intellettuale dei membri che si trovano nelle sue
file nel periodo del terrore bianco e che sono destinati a diventare il
nucleo centrale e più resistente ad ogni prova e ad ogni sacrificio
del partito che guiderà la rivoluzione ed amministrerà lo
Stato proletario. Il problema appare così più largo e più
complesso. La ripresa del movimento rivoluzionario
e specialmente la sua vittoria, riversano nel partito una grande massa
di nuovi elementi. Essi non possono essere respinti, specialmente se di
origine proletaria, poiché appunto la loro adesione è uno
dei segni più sintomatici della rivoluzione che sta compiendosi;
ma il problema si pone di impedire che il nucleo centrale del partito sia
sommerso e disgregato dalla nuova impetuosa ondata. Tutti ricordiamo ciò che
è avvenuto in Italia, dopo la guerra, nel Partito socialista. Il
nucleo centrale, costituito dai compagni rimasti fedeli alla causa durante
il cataclisma, si restrinse fino a ridursi al numero di 16.000 circa. Al
Congresso di Livorno erano rappresentati 220.000 soci, cioè esistevano
nel partito 200.000 aderenti del dopoguerra, senza preparazione politica,
digiuni o quasi di ogni nozione della dottrina marxista, facile preda dei
piccoli borghesi declamatori e fanfaroni che costituirono negli anni 1919-20
il fenomeno del massimalismo. Non è senza significato
che l'attuale capo del Partito socialista e direttore dell'"Avanti!" sia
proprio Pietro Nenni, entrato nel Partito socialista dopo Livorno, ma che
riassume e sintetizza in sé tutte le debolezze ideologiche e i caratteri
distintivi del massimalismo del dopoguerra. Sarebbe veramente delittuoso
che nel Partito comunista si verificasse per rispetto al periodo fascista
ciò che si è verificato nel Partito socialista per rispetto
al periodo di guerra: ma ciò sarebbe inevitabile se il nostro partito
non avesse una direttiva anche in questo campo, se esso non provvedesse
a tempo a rinforzare ideologicamente e politicamente i suoi attuali quadri
e i suoi attuali membri, per renderli capaci di contenere e inquadrare
masse ancora più larghe senza che l'organizzazione subisca troppe
scosse e senza che la figura del partito ne venga mutata. Abbiamo posto il problema nei
suoi termini pratici più importanti. Ma esso ha una base che è
superiore ad ogni contingenza immediata. Noi sappiamo che la lotta del
proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: quello economico,
quello politico, e quello ideologico. La lotta economica ha tre fasi:
di resistenza contro il capitalismo, cioè la fase sindacale elementare;
di offensiva contro il capitalismo per il controllo operaio sulla produzione;
lotta per l'eliminazione del capitalismo attraverso la socializzazione. Anche la lotta politica ha tre
fasi principali: lotta per infrenare il potere della borghesia nello Stato
parlamentare, cioè per mantenere o creare una situazione democratica
in equilibrio tra le classi che permetta al proletariato di organizzarsi;
lotta per la conquista del potere e per la creazione dello Stato operaio,
cioè un'azione politica complessa attraverso la quale il proletariato
mobilita intorno a sé tutte le forze sociali anticapitalistiche
(in prima linea la classe contadina) e le conduce alla vittoria; fase della
dittatura del proletariato organizzato in classe dominante per eliminare
tutti gli ostacoli tecnici e sociali, che si frappongono alla realizzazione
del comunismo. La lotta economica non può
essere disgiunta dalla lotta politica, e né l'una né l'altra
cosa possono essere disgiunte dalla lotta ideologica. Nella sua prima fase
sindacale la lotta economica è spontanea, cioè essa nasce
ineluttabilmente dalla stessa situazione in cui il proletariato si trova
nel regime borghese, ma non è di per sé stessa rivoluzionaria,
cioè non porta necessariamente all'abbattimento del capitalismo,
come hanno sostenuto e continuano a sostenere con minor successo i sindacalisti.
Tanto è vero che i riformisti e persino i fascisti ammettono la
lotta sindacale elementare, anzi sostengono che il proletariato come classe
non debba esplicare altra lotta che quella sindacale. I riformisti si differenziano
dai fascisti solo in quanto sostengono che se non il proletariato come
classe, i proletari come individui, cittadini, lottino anche per la "democrazia
generale", cioè per la democrazia borghese, in altre parole lottino
solo per mantenere o creare le condizioni politiche della pura lotta di
resistenza sindacale. Perché la lotta sindacale
diventi un fattore rivoluzionario occorre che il proletariato l'accompagni
con la lotta politica, cioè che il proletariato abbia coscienza
di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni
più vitali dell'organizzazione sociale, cioè abbia coscienza
di lottare per il socialismo. L'elemento "spontaneità" non è
sufficiente per la lotta rivoluzionaria: esso non porta mai la classe operaia
oltre i limiti della democrazia borghese esistente. E' necessario l'elemento
coscienza, l'elemento "ideologico", cioè la comprensione delle condizioni
in cui si lotta, dei rapporti sociali in cui l'operaio vive, delle tendenze
fondamentali che operano nel sistema di questi rapporti, del processo di
sviluppo che la società subisce per l'esistenza nel suo seno di
antagonismi irriducibili, ecc. I tre fronti della lotta proletaria
si riducono a uno solo per il partito della classe operaia, che è
tale appunto perché riassume e rappresenta tutte le esigenze della
lotta generale. Non si può certo domandare ad ogni operaio della
massa di avere una completa coscienza di tutta la complessa funzione che
la sua classe è determinata a svolgere nel processo di sviluppo
dell'umanità: ma ciò deve essere domandato ai membri del
partito. Non ci si può proporre,
prima della conquista dello Stato, di modificare completamente la coscienza
di tutta la classe operaia; sarebbe utopistico, perché la coscienza
della classe operaia come tale si modifica solo quando sia stato modificato
il modo di vivere della classe stessa, cioè quando il proletariato
sarà diventato classe dominante, avrà a sua disposizione
l'apparato di produzione e di scambio e il potere statale. Ma il partito può e deve,
nel suo complesso, rappresentare questa coscienza superiore; altrimenti
esso non sarà alla testa, ma alla coda delle masse, non le guiderà
ma ne sarà trascinato. Perciò il partito deve assimilare
il marxismo e deve assimilarlo nella sua forma attuale, come leninismo.
L'attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico,
è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia il marxismo (all'infuori
di Antonio Labriola) è stato studiato più dagli intellettuali
borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che
dai rivoluzionari. Abbiamo visto perciò nel Partito socialista italiano
convivere insieme pacificamente le tendenze più disparate, abbiamo
visto essere opinioni ufficiali del partito le concezioni più contraddittorie.
Mai le direzioni del partito immaginarono che per lottare contro l'ideologia
borghese, per liberare cioè le masse dall'influenza del capitalismo,
occorresse prima diffondere nel partito stesso la dottrina marxista e occorresse
difenderla da ogni contraffazione. Questa tradizione non è stata,
per lo meno, ancora interrotta nel nostro partito, interrotta in modo sistematico
e con una attività notevole e continuata. Si dice tuttavia che il marxismo
ha avuto molta fortuna in Italia e in un certo senso ciò è
vero. Ma è vero anche che una tale fortuna non ha giovato al proletariato,
non ha servito a creare nuovi mezzi di lotta, non è stato un fenomeno
rivoluzionario. Il marxismo, cioè alcune affermazioni staccate dagli
scritti di Marx, hanno servito alla borghesia italiana per dimostrare che
per le necessità del suo sviluppo era necessario fare a meno della
democrazia, era necessario calpestare le leggi, era necessario ridere della
libertà e della giustizia: cioè, è stato chiamato
marxismo, dai filosofi della borghesia italiana, la constatazione che Marx
ha fatto dei sistemi che la borghesia adopera, senza bisogno di ricorrere
a giustificazioni... marxiste, nella sua lotta contro i lavoratori. E i riformisti, per correggere
questa interpretazione fraudolenta, sono essi diventati democratici, si
sono essi fatti i turiferari di tutti i santi sconsacrati del capitalismo.
I teorici della borghesia italiana hanno avuto l'abilità di creare
il concetto della "nazione proletaria", cioè di sostenere che l'Italia
tutta era una "proletaria" e che la concezione di Marx doveva applicarsi
alla lotta dell'Italia contro gli altri Stati capitalisti, non alla lotta
del proletariato italiano contro il capitalismo italiano; i "marxisti"
del Partito socialista hanno lasciato passare senza lotta queste aberrazioni,
che furono accettate da uno, Enrico Ferri, che passava per un grande teorico
del socialismo. Questa fu la fortuna del marxismo
in Italia: che esso servì da prezzemolo a tutte le più indigeste
salse che i più imprudenti avventurieri della penna abbiano voluto
mettere in vendita. E' stato marxista in tal modo Enrico Ferri, Guglielmo
Ferrero, Achille Loria, Paolo Orano, Benito Mussolini... Per lottare contro la confusione
che si è andata in tal modo creando è necessario che il partito
intensifichi e renda sistematica la sua attività nel campo ideologico,
che esso ponga come un dovere del militante la conoscenza della dottrina
del marxismo e del leninismo almeno nei suoi termini più generali.
Il nostro partito non è un partito democratico, almeno nel senso
volgare che comunemente si dà a questa parola. E' un partito centralizzato
nazionalmente e internazionalmente. Nel campo internazionale il nostro
partito è una semplice sezione di un partito più grande,
di un partito mondiale. Quali ripercussioni può
avere e ha già avuto questo tipo di organizzazione, che pure è
una ferrea necessità della rivoluzione? L'Italia stessa ci dà
una risposta a questa domanda. Per reazione all'andazzo solito del Partito
socialista, in cui si discuteva molto e si risolveva poco, la cui unità,
per l'urto continuo delle frazioni, delle tendenze e spesso delle cricche
personali si frantumava in una infinità di frammenti sconnessi,
nel nostro partito si era finito col non discutere più di nulla.
La centralizzazione, l'unità d'indirizzo e di concezione era diventata
una stagnazione intellettuale. A ciò contribuì la necessità
della lotta incessante contro il fascismo, che proprio alla fondazione
del nostro partito era già passato alla sua prima fase attiva ed
offensiva, ma contribuì anche la concezione errata del partito,
così come è esposta nelle "tesi sulla tattica" presentate
al Congresso di Roma. La centralizzazione e l'unità
erano concepite in modo troppo meccanico: il Comitato centrale, anzi, il
Comitato esecutivo era tutto il partito, invece di rappresentarlo e dirigerlo.
Se questa concezione venisse permanentemente applicata, il partito perderebbe
cioè la sua forza di attrazione, si staccherebbe dalle masse. Perché
il partito viva e sia a contatto con le masse occorre che ogni membro del
partito sia un elemento politico attivo, sia un dirigente. Appunto perché il partito
è fortemente centralizzato, si domanda una vasta opera di propaganda
e di agitazione nelle sue file, è necessario che il partito, in
modo organizzato, educhi i suoi membri e ne elevi il livello ideologico.
Centralizzazione vuol dire specialmente che in qualsiasi situazione, anche
dello stato d'assedio rinforzato, anche quando i comitati dirigenti non
potessero funzionare per un determinato periodo o fossero posti in condizione
di non essere collegati con tutta la periferia, tutti i membri del partito,
ognuno nel suo ambiente siano stati posti in grado di orientarsi, di saper
trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché
la classe operaia non si abbatta ma senta di essere guidata e di poter
ancora lottare. La preparazione ideologica di
massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria,
è una delle condizioni indispensabili della vittoria. |
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