Intervento nella
Commissione politica
Intervento di Antonio Gramsci
dal verbale di riunione
"L'Unità", 24 febbraio 1926
(…) Vi è tra il lavoro di "bolscevizzazione" che oggi si sta compiendo e l'azione esercitata da Carlo Marx in seno al movimento operaio una analogia fondamentale. Si tratta, oggi come allora, di combattere contro ogni deviazione della dottrina e della pratica della lotta di classe rivoluzionaria, e la lotta si svolge nel campo ideologico, in quello organizzativo e in quello che si riferisce alla tattica e alla strategia del Partito del proletariato. Nel nostro partito però
la discussione più ampia si è svolta sul piano organizzativo:
ciò si spiega perché oggi è su questo piano che le
conseguenze delle diverse posizioni ideologiche e tattiche appaiono immediatamente
evidenti a tutti i compagni, anche a quelli che sono meno preparati a un
dibattito puramente teorico. Tutti i punti di dissenso che
esistono tra la Centrale del partito e la estrema sinistra si possono raggruppare
attorno a tre fondamentali problemi:
Tutti questi rapporti devono essere stabiliti in modo esatto se si vuole poter giungere alla conclusione storica della dittatura del proletariato. Perché si giunga a questa conclusione infatti è necessario che la classe operaia diventi classe dirigente della lotta anticapitalistica, che il Partito comunista diriga la classe operaia in questa lotta, e che esso sia internamente costruito in modo da poter adempiere a questa sua funzione fondamentale. Ognuno dei tre problemi accennati
si collega quindi al fondamentale problema della attuazione del compito
rivoluzionario del Partito comunista. Ai primi due problemi è collegata
la questione della natura del partito e degli organi che lo dirigono. Noi
riteniamo che nel definire il partito è necessario sottolineare
il fatto che esso è una "parte" della classe operaia, mentre la
estrema sinistra trascura e sottovaluta questo lato della definizione del
partito per dare invece importanza fondamentale al fatto che il partito
è un "organo" della classe operaia. La nostra posizione deriva da
ciò che noi riteniamo si debba porre nel massimo rilievo il fatto
che il partito è unito alla classe operaia non solo da legami ideologici,
ma anche da legami di carattere "fisico". E questo è in stretta
relazione con i compiti che debbono essere attribuiti al partito nei confronti
della classe operaia. Secondo la estrema sinistra il
processo di formazione del partito è un processo "sintetico"; per
noi esso invece è un processo di carattere storico e politico, legato
strettamente a tutto uno sviluppo della società capitalistica. La
diversa concezione porta a determinare in modo diverso la funzione e i
compiti del partito. Tutto il lavoro che il partito deve compiere per elevare
il livello politico delle masse, per convincerle e portarle sul terreno
della lotta di classe rivoluzionaria viene, in conseguenza della errata
concezione della estrema sinistra, svalutato e ostacolato, per via del
distacco iniziale che si è creato tra il partito e la classe operaia. La errata concezione che ha l'estrema
sinistra circa la natura del partito ha innegabilmente un carattere di
classe. Non già che, come avvenne in seno al Partito socialista,
si tenda a far prevalere in seno alla organizzazione politica del proletariato
la influenza di altre classi, ma nel senso che si dà una errata
valutazione del peso che nel partito debbono avere i diversi elementi che
la compongono. La concezione della estrema sinistra, la quale pone su uno
stesso piano gli operai e gli elementi che provengono da altre classi sociali
e non si preoccupa di salvaguardare il carattere proletario del partito,
corrisponde a una situazione in cui gli intellettuali erano gli elementi
politicamente e socialmente più avanzati, ed erano quindi destinati
ad essere gli organizzatori della classe operaia. Oggi, secondo noi, gli organizzatori
della classe operaia devono essere gli operai stessi. Occorre quindi, nel
definire il partito, sottolineare in modo particolare quella parte della
definizione che mette in rilievo la intimità dei rapporti che esistono
tra esso e la classe da cui esso sorge. Questo problema di natura teorica
ha dato origine alla discussione sulla organizzazione per "cellule", cioè
secondo la base della produzione. E' stato anzi questo il punto che nella
discussione preparatoria del congresso è stato toccato più
e dal maggior numero di compagni. Tutti gli argomenti di carattere
pratico che rendono utile e indispensabile la trasformazione della organizzazione
del partito sulla base delle cellule sono quindi stati ampiamente esposti
e i compagni li conoscono. La estrema sinistra presenta delle obiezioni,
di cui le principali consistono in una sopravvalutazione del problema di
superare la concorrenza tra diverse categorie di operai, cioè del
problema della unificazione classista del proletariato. E' certo che questo
problema esiste ma è un errore fare di esso un problema fondamentale,
dal quale debba essere determinata la forma che il partito dà alla
sua organizzazione. Questo problema inoltre ha trovato in Italia una risoluzione
già da tempo nel campo sindacale, e la esperienza ha dimostrato
che la organizzazione per fabbrica consente di combattere con la maggiore
efficacia ogni residuo di corporativismo e di spirito di categoria. In realtà, se il problema
che la estrema sinistra sembra presentare come fondamentale e dal quale
sono determinate le sue preoccupazioni fosse davvero problema essenziale
nell'attuale periodo storico, in Italia, allora veramente gli intellettuali
sarebbero organizzativamente l'avanguardia del movimento rivoluzionario.
Ma così invece non è. Una seconda questione fondamentale
è quella dei rapporti che debbono essere stabiliti tra la classe
operaia e le altre classi anticapitalistiche. E' questo un problema che
può essere risolto soltanto dal partito della classe operaia mediante
la sua politica. In nessun paese il proletariato è in grado di conquistare
il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi
degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta
di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici
e guidarle nella lotta per l'abbattimento della società borghese.
La questione è particolarmente importante in Italia, dove il proletariato
è una minoranza della popolazione lavoratrice ed è disposto
geograficamente in forma tale che non può presumere di condurre
una lotta vittoriosa per il potere se non dopo avere data una esatta risoluzione
al problema dei suoi rapporti con la classe dei contadini. Alla impostazione e risoluzione
di questo problema dovrà dedicarsi in particolar modo il nostro
partito nel prossimo avvenire. Esiste del resto una reciprocità
tra il problema della alleanza tra operai e contadini e il problema della
organizzazione della classe operaia e del partito; questi ultimi saranno
risolti più agevolmente se il primo sarà stato avviato a
una soluzione. Il problema della alleanza tra operai e contadini è
stato già impostato dalla Centrale del partito, ma non si può
affermare che tutti i compagni ne abbiano bene compreso i termini e abbiano
la capacità di lavorare per la risoluzione di esso, e ciò
soprattutto nelle zone dove occorrerebbe lavorare di più e meglio,
cioè nel Mezzogiorno. Così la estrema sinistra
fa oggetto di critica tutta la azione che Centrale ha svolto verso Miglioli,
esponente della sinistra contadina nel Partito popolare. Queste critiche
dimostrano che la estrema sinistra non coglie i termini e la importanza
del problema dei rapporti tra il proletariato e le altre classi anticapitalistiche.
L'azione che il partito ha condotto verso Miglioli è stata condotta
appunto allo scopo di aprire la via alla alleanza tra gli operai e i contadini
per la lotta contro il capitalismo e contro lo Stato borghese. Sullo stesso
piano si pone la questione del Vaticano come forza politica controrivoluzionaria.
La base sociale del Vaticano è data appunto dai contadini, che i
clericali hanno sempre considerato come esercito di riserva della reazione
e che si sono sforzati di mantenere sempre sotto il loro controllo. La realizzazione della alleanza
tra operai e contadini per la lotta contro il capitalismo suppone la distruzione
della influenza del Vaticano sui contadini dell'Italia centrale e settentrionale
in particolar modo. La tattica seguita dal partito verso Miglioli tende
precisamente a questo scopo. Il problema dei rapporti tra il proletariato
e le altre classi anticapitalistiche non è che uno dei problemi
della tattica e della strategia del partito. Anche sugli altri punti esiste
un profondo dissenso fra la Centrale e l'estrema sinistra. La Centrale
ritiene che la tattica del partito deve essere determinata dalla situazione
e dal proposito di conquistare una influenza decisiva sopra la maggioranza
della classe operaia, per poterla guidare di fatto verso la rivoluzione.
La estrema sinistra ritiene che la tattica deve essere determinata da preoccupazioni
di natura formale e che il partito non deve porsi in ogni momento il problema
della conquista della maggioranza, ma limitarsi per lunghi periodi di tempo
ad una semplice azione di propaganda dei suoi principi politici generali.
L'esempio migliore della natura ed estensione del dissenso si ha nella
tattica seguita dal partito dopo il delitto Matteotti e nelle critiche
che la estrema sinistra muove ad essa. E' certo che in un primo momento,
cioè subito dopo il delitto Matteotti, le opposizioni costituzionali
erano il fattore predominante della situazione, e che le loro forze erano
essenzialmente date dalla classe operaia e dai contadini. Era quindi in
sostanza la classe operaia la quale si trovava sopra una posizione sbagliata
e si muoveva senza avere coscienza della propria funzione e della posizione
politica che le spettava nel quadro delle forze in contrasto. Bisognava
far acquistare alla classe operaia coscienza di questa sua funzione e posizione. Che atteggiamento doveva assumere
a questo scopo il nostro partito? Sarebbe stato sufficiente lanciare delle
parole di propaganda e condurre una campagna di critica ideologica e politica
tanto contro il fascismo quanto contro la opposizione costituzionale (Aventino)?
No, questo non sarebbe stato sufficiente. La propaganda e la critica politica
che si svolgono sugli organi del partito hanno una cerchia di influenza
molto ristretta; esse non giungono molto al di là delle masse degli
iscritti. Era necessario condurre una azione politica, e questa doveva
essere diversa nei riguardi del fascismo e delle opposizioni. Infatti,
anche la estrema sinistra asserisce che i fattori della situazione in quel
momento erano tre: il fascismo, le opposizioni e il proletariato. Questo vuol dire che tra i due
primi noi dovevamo fare una distinzione e porci, non solo teoricamente,
ma praticamente, il problema di disgregare socialmente e quindi politicamente
le opposizioni, per togliere loro le basi che avevano tra le masse. A questo
scopo fu rivolta la azione politica del partito verso le opposizioni. E'
certo che, per il proletariato e per noi in quel momento esisteva un problema
fondamentale: quello di rovesciare il fascismo. Appunto perché volevamo
che il fascismo fosse abbattuto con qualsiasi mezzo, le masse seguivano
in grandissima parte le opposizioni. E in realtà non si deve negare
che se il governo di Mussolini fosse caduto, con qualunque mezzo lo si
fosse fatto cadere, si sarebbe aperta in Italia una crisi politica assai
profonda, di cui nessuno avrebbe potuto prevedere o frenare gli svolgimenti. Ma questo sapevano anche le opposizioni
e perciò esse esclusero fin dall'inizio "un" modo di far cadere
il fascismo, che era il solo possibile, cioè la mobilitazione e
la lotta delle masse. Escludendo questo solo possibile modo di far cadere
il fascismo le opposizioni in realtà tennero in piedi il fascismo,
furono il più efficiente puntello del regime in dissoluzione. Ebbene, noi, con la azione politica
svolta verso le opposizioni (uscita dal Parlamento, partecipazione alla
assemblea
delle opposizioni, uscita da essa) riuscimmo a rendere evidente alle masse
questo fatto, cosa che assolutamente non ci sarebbe riuscito di fare con
una semplice attività di propaganda, di critica, ecc. Noi riteniamo
che la tattica del partito deve sempre avere il carattere che ebbe allora
la tattica nostra: il partito deve portare alle masse i problemi in modo
reale e politico, se vuole ottenere dei risultati. Il problema della conquista di
una influenza decisiva sopra la maggioranza della classe operaia e quello
dell'alleanza tra gli operai e i contadini sono strettamente collegati
con il problema militare della rivoluzione, che si pone oggi a noi in modo
del tutto particolare dato l'ordinamento delle forze armate che la borghesia
italiana ha al suo servizio. Anzitutto vi è un esercito nazionale,
il quale è però estremamente ridotto e nel quale esiste una
altissima percentuale di ufficiali che controlla la massa dei soldati.
E' quindi tutt'altro che facile esercitare una influenza sull'esercito
in modo da averlo alleato in un momento rivoluzionario. Nella migliore
delle ipotesi e secondo quanto è possibile prevedere oggi, l'esercito
potrà restare neutrale. Ma oltre l'esercito vi sono dei
corpi armati numerosissimi (polizia, carabinieri, milizia nazionale) i
quali sono ben difficilmente influenzabili dal proletariato. In conclusione
su 600 mila armati che la borghesia ha al suo servizio, 400 mila almeno
non sono conquistabili alla politica della classe operaia. Il rapporto
delle forze che esiste tra il proletariato e la borghesia è quindi
modificabile soltanto in conseguenza di una lotta politica che il partito
della classe operaia abbia condotto e che lo abbia portato a collegarsi
e a dirigere la maggioranza della popolazione lavoratrice. La concezione tattica della sinistra
è un ostacolo alla attuazione di questo compito. Tutti i problemi
che si sono presentati nella discussione tra la centrale del partito e
la estrema sinistra sono legati alla situazione internazionale e ai problemi
della organizzazione internazionale del proletariato, cioè della
Internazionale comunista. La estrema sinistra assume in questo campo un
atteggiamento singolare analogo in parte a quello dei massimalisti, in
quanto considera la Internazionale comunista come una organizzazione di
fatto, alla quale si oppone la "vera" Internazionale che ancora dovrebbe
essere creata. Questo modo di presentare le questioni contiene in sé,
potenzialmente, un problema di scissione. Gli atteggiamenti assunti dalla
estrema sinistra in Italia prima e durante la discussione precongressuale
(frazionismo) ne hanno del resto data la prova. Occorre esaminare quale
è la situazione del nostro partito quale organismo internazionale.
Nel 1921 il nostro partito si è costituito sul terreno indicato
dalle tesi e dalle risoluzioni dei primi due congressi della Internazionale
comunista. Chi si è staccato da queste tesi per assumere una posizione
contrastante con quelle della Internazionale? Non la Centrale del partito
che è ora fondamentalmente la stessa che venne eletta dai congressi
di Livorno e di Roma, ma un gruppo di dirigenti del partito, quelli che
costituiscono la tendenza della estrema sinistra. La posizione di questo gruppo
è errata, e il partito, opponendosi ad essa e condannandola, non
fa che continuare la sua tradizione politica. L'ampiezza della discussione
che si è fatta e si dovrà fare al congresso con i compagni
della estrema sinistra deriva dal fatto che questi compagni, per individuarsi
nel partito come frazione, hanno sentito il bisogno di differenziarsi sopra
tutti i problemi che potevano essere posti in discussione, conducendo in
pari tempo una azione che avrebbe potuto portare alla disgregazione della
base del partito. Questa azione dovrà essere condannata dal congresso
e dovrà essere esclusa per l'avvenire la possibilità di essa. La discussione che si svolgerà
a questo congresso ha una enorme importanza in quanto tocca tutti i problemi
della rivoluzione italiana e interessa quindi profondamente lo sviluppo
del nostro partito per un intero periodo storico. Occorre quindi che ogni
compagno abbia coscienza della responsabilità proletaria e rivoluzionaria
che gli incombe. La discussione che si svolge
tra il Comitato centrale e la estrema sinistra del partito non è
una discussione puramente accademica. La estrema sinistra ad esempio dà
del partito una definizione che la porta a compiere degli errori di tattica.
Questo è avvenuto nel periodo in cui essa era nella direzione del
partito. Lo stesso dicasi per quanto riguarda la analisi dei movimenti
e dei partiti della borghesia. Per il fascismo ad esempio. Quando il fascismo
sorse e si sviluppò in Italia come bisognava considerarlo? Era esso
soltanto un organo di combattimento della borghesia, oppure era anche un
movimento sociale? La estrema sinistra che allora dirigeva il partito non
lo considerò che sotto il primo aspetto, e questo errore ebbe come
conseguenza che non si riuscì ad arginare la avanzata del fascismo
come forse sarebbe stato possibile fare. Nessuna azione politica venne
compiuta per impedire l'avvento al potere del fascismo. La Centrale di allora commise
l'errore di pensare che la situazione del 1921-22 potesse protrarsi e consolidarsi,
e che non fosse né necessario né possibile l'avvento al potere
di una dittatura militare. Questo errore di valutazione era la conseguenza
di un errato sistema di analisi politica, cioè del sistema che Bordiga
oggi oppone a quello sostenuto dal Comitato centrale, che è il sistema
leninista. La situazione italiana è caratterizzata dal fatto che
la borghesia è organicamente più debole che in altri paesi
e si mantiene al potere solo in quanto riesce a controllare e dominare
i contadini. Il proletariato deve lottare per strappare i contadini alla
influenza della borghesia e porli sotto la sua guida politica. Questo è
il punto centrale dei problemi politici che il partito dovrà risolvere
nel prossimo avvenire. E' certo che si debbono esaminare
con attenzione anche le diverse stratificazioni della classe borghese.
Anzi occorre esaminare la stratificazione del fascismo stesso perché,
dato il sistema totalitario che il fascismo tende ad instaurare, sarà
nel seno stesso del fascismo che tenderanno a risorgere i conflitti che
non si possono manifestare per altre vie. La tattica del partito nel periodo
Matteotti ha cercato sempre di tenere conto delle stratificazioni della
borghesia, e la nostra proposta dell'antiparlamento fu fatta allo scopo
di giungere a prendere contatto con masse arretrate le quali erano fino
ad allora rimaste sotto il controllo di strati della grande o della piccola
borghesia. E' certo che vi sono delle masse di contadini nel Mezzogiorno
le quali solo quando noi facevamo la proposta di antiparlamento vennero
a conoscere la esistenza di un Partito comunista. Riguardo al problema delle cellule
il compagno Bordiga confonde la concorrenza corporativa tra le diverse
categorie operaie con la scissione politica della classe operaia. Oggi
è essenziale combattere contro la scissione politica della classe
operaia, ed è una scissione politica quella che i fascisti cercano
di tenere aperta nel seno del proletariato, mentre la lotta contro la concorrenza
corporativa, se pure deve essere condotta, non è un problema essenziale.
Certamente non è vero quanto afferma Bordiga, e cioè che
il problema della organizzazione del partito si ponga per noi in termini
essenzialmente diversi che per il partito russo, il quale era organizzato
sulla base della produzione. Bordiga afferma che lo zarismo era una forma
reazionaria e non una forma capitalistica. Questo non è vero. Basta
conoscere la storia della rivoluzione del 1905 e del modo come si è
sviluppato il capitalismo in Russia prima e durante la guerra per essere
in grado di smentire l'affermazione di Bordiga. Il problema che oggi si pone
a noi, e che è in fondo lo stesso che si poneva al partito russo
sotto la reazione, è quello del livellamento e della unificazione
politica della classe operaia. Per risolvere questo problema il partito
deve essere organizzato sulla base delle cellule di officina. Assolutamente
inadeguata la soluzione propugnata dalla estrema sinistra di fare delle
cellule semplici organi di lavoro del partito. Esistono oggi nel partito
due organismi di lavoro: il comitato sindacale e il gruppo parlamentare,
ed essi sono proprio i due punti deboli del partito stesso. Non ci può
essere organismo di lavoro il quale non sia in pari tempo organismo politico. Se noi dessimo al problema delle
cellule la soluzione propugnata dalla estrema sinistra verremmo alla conseguenza
che le cellule o non lavorerebbero più politicamente come invece
debbono fare oppure diventerebbero il veicolo di una deviazione del partito.
Non è vero poi che la questione delle cellule, come dice Bordiga,
non sia una questione di principio. Nel campo organizzativo essa è
una questione di principio. Il nostro partito è un partito di classe
e la organizzazione politica della avanguardia del proletariato. Compito
dell'avanguardia del proletariato è quello di guidare tutta la classe
operaia alla costruzione del socialismo. Ma per attuare questo compito
appunto è necessario che la avanguardia del proletariato sia organizzata
sulla base della produzione. Per quanto riguarda la tattica il compagno
Bordiga, quando è costretto a dare alle sue critiche una veste concreta,
si limita a dire che esistono dei "pericoli" nella applicazione della tattica
leninista. Ma esistono pure gravissimi pericoli in conseguenza della applicazione
della tattica di cui egli è fautore. E' vero che bisogna guardare
alle conseguenze che la tattica del partito ha sulle masse operaie ed è
pure vero che è da condannarsi una tattica la quale induca le masse
nella passività. Ma proprio questo avvenne nel 1921-22 in conseguenza
dell'atteggiamento tenuto dalla Centrale sulla questione degli arditi del
popolo. (...) Quella tattica se da una parte corrispondeva alla esigenza
di evitare che i compagni iscritti al partito fossero controllati da una
centrale che non era la centrale del partito, servì d'altra parte
a squalificare un movimento di massa che partiva dal basso e che avrebbe
potuto invece essere politicamente sfruttato da noi. E' assurdo affermare che non
esiste differenza tra una situazione democratica e una situazione reazionaria,
e che, anzi, in una situazione democratica sia più disagevole il
lavoro per la conquista delle masse. La verità è che oggi
in una situazione reazionaria si lotta per organizzare il partito, mentre
in una situazione democratica si lotterebbe per organizzare la insurrezione.
(…) Bordiga ha detto che è
favorevole alla conquista delle masse nel periodo immediatamente precedente
alla rivoluzione. Ma come si fa a sapere quando si è in questo periodo?
Dipende proprio dal lavoro che noi sappiamo svolgere tra le masse che questo
periodo si inizi o meno. Solo se noi lavoriamo e otteniamo dei successi
nelle conquiste delle masse si giunge al periodo prerivoluzionario. Il compagno Napoli ha protestato
contro il modo che è stata condotta la campagna contro il frazionismo
della estrema sinistra. Sostengo che quella campagna fu pienamente giustificata.
Fui io a scrivere che il costituire una frazione nel partito comunista,
nella situazione attuale nostra, era opera di agenti provocatori e sostengo
ancora oggi quella affermazione. Se si tollera il frazionismo per gli uni,
bisogna tollerarlo per tutti, e una delle vie che la polizia può
seguire per rovinare i partiti rivoluzionari è proprio quella di
far sorgere in seno ad essi dei movimenti di opposizione artificiali. Il compagno Napoli ha pure detto
che se la Centrale ha fatto qualcosa di bene questo è stato per
la pressione della periferia. E' molto strano che se alla periferia esisteva
una così forte pressione di "sinistra", tutta questa forza di sinistra
si sia poi squagliata in seguito ad alcuni commenti degli articoli della
discussione. La realtà è che un vasto movimento di sinistra
alla base non esisteva e che la costituzione della frazione fu una cosa
del tutto artificiale. Quanto all'orientamento politico
del partito alla base nel periodo Matteotti esso fu tutt'altro che di sinistra.
La Centrale dovette fare uno sforzo per trascinare il partito sulle posizioni
di opposizione tanto al fascismo che all'Aventino. Questa del resto era
una conseguenza della situazione in cui si era trovato il partito nel 1923,
anno in cui non aveva condotto una sua azione politica. Perciò mentre
si era isolato dalle masse in pari tempo il partito seguiva la influenza
delle masse stesse, le quali alla loro volta erano sotto la influenza di
altri partiti. Sulla situazione attuale del
partito non si può essere pessimisti. Il nostro partito è
in una fase di sviluppo più avanzata degli altri partiti della Internazionale.
Vi è in esso un nucleo proletario fondamentale stabile e si sta
costituendo un centro omogeneo e compatto. Ma appunto per questo è
necessario chiedere al nostro partito più di quanto non si chieda
agli altri partiti della Internazionale, e la lotta contro il frazionismo
può e deve essere condotta nel suo seno con la più grande
decisione. |
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