La guerra è
la guerra
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 31 gennaio 1921
Comprendere e saper valutare con esattezza il nemico, significa possedere già una condizione necessaria per la vittoria. Comprendere e saper valutare le proprie forze e la loro posizione nel campo di lotta, significa possedere un'altra importantissima condizione per la vittoria. I fascisti vogliono evidentemente
anche a Torino sviluppare fino in fondo il piano generale che ha procurato
facili trionfi nelle altre città. Sono stati chiamati contingenti
forestieri (bolognesi, truppe scelte, allenate). Sono state intensificate
le passeggiate dimostrative, con i propri effettivi inquadrati e incolonnati
militarmente. Si
ripetono incessantemente le convocazioni improvvise degli aderenti, con
l'ordine di recarsi armati ai convegni: ciò che serve a creare l'aspettazione
di eventi misteriosi ed a determinare così la psicologia della guerra.
Le voci allarmistiche vengono diffuse a profusione ("il primo ucciso sarà
uno studente socialista, incendieremo "L'Ordine Nuovo", incendieremo la
Camera del lavoro, incendieremo la libreria dell'Act"). E' questo un espediente che si
propone due scopi: disgregare le forze proletarie, col panico e con la
snervante incertezza dell'attesa, determinare nei fascisti l'abitudine
dell'obiettivo da raggiungere. Avranno i fascisti di Torino il facile trionfo
che hanno avuto nelle altre città? Osserviamo intanto che l'aver
domandato aiuti fuori, è una prova della debolezza organica del
fascismo torinese. A Torino i fascisti si appoggiano e possono appoggiarsi
su una sola categoria della classe piccolo borghese: la categoria degli
esercenti, non certo famosa per sublimi virtù guerresche. La classe
operaia torinese è certo moralmente superiore ai fascisti e sa di
essere moralmente superiore. I controrivoluzionari della Confederazione
generale del lavoro vanno affermando (per avvilire la massa e toglierle
ogni capacità di offesa e di difesa) che gli operai, non avendo
fatto la guerra, non possono combattere e vincere il fascismo sul terreno
della violenza armata. Per ciò che riguarda Torino,
questa affermazione disfattista e controrivoluzionaria è falsa anche
obiettivamente. Gli operai torinesi hanno queste esperienze "guerresche":
sciopero generale del maggio 1915, insurrezione armata di cinque giorni
nell'agosto 1917, azione manovrata di grandi masse del 2-3 dicembre 1919,
sciopero generale con episodi di tattica irlandese e sviluppo di un piano
strategico unitario nell'aprile 1920, occupazione delle fabbriche nel settembre
scorso con l'accumulazione di infinite esperienze nell'ordine militare. Questo quadro obiettivo delle
condizioni in cui si svolgerà la lotta; non ha per nulla lo scopo
di attenuare la gravità del pericolo. La classe operaia torinese
si trova certo in una buona posizione di guerra, ma nessuna buona posizione
può, di per sé, salvare un esercito dalla sconfitta. La buona
posizione deve essere sfruttata in tutte le sue possibilità. Guai alla classe operaia se essa
permetterà, anche un istante solo, che a Torino i fascisti possano
mettere in esecuzione il loro piano, come hanno fatto nelle altre città.
La minima debolezza, la minima indecisione potrebbe essere fatale. Al primo
tentativo fascista deve seguire rapida, secca, spietata la risposta degli
operai e deve questa risposta essere tale che il ricordo ne sia tramandato
fino ai pronipoti dei signori capitalisti. Alla guerra come alla guerra,
e in guerra i colpi non si danno a patti. Intanto la classe operaia torinese
ha già dichiarato, in una mozione del suo partito politico, di considerare
i fascisti solo come strumenti di un'azione che trova i suoi mandanti e
responsabilità maggiori in ben altri ambienti. Anche la "Stampa"
ha pubblicato (il 27 gennaio, cinque giorni fa appena): "L'attuale potente
organizzazione (dei fascisti) è favorita da commercianti, industriali,
agricoltori". Nella guerra e nella rivoluzione
aver pietà di dieci significa essere spietati con mille. La classe
operaia ungherese ha voluto essere dolce coi suoi oppressori: oggi sconta,
e scontano le donne operaie e scontano i bambini operai, la sua dolcezza;
la pietà per i mille ha portato miseria, lutto; disperazione a milioni
di proletari ungheresi. I colpi non si danno a patti.
Tanto più implacabili devono essere gli operai, in quanto non c'è
proporzione tra i danni che subisce la classe operaia e i danni che subiscono
i capitalisti. La Camera del lavoro è il prodotto degli sforzi di
molte generazioni di operaie. E' costata sacrificio e stenti a centinaia
di migliaia di operai, è l'unica proprietà di centomila famiglie
operaie. Se essa viene distrutta, sono annientati questi sforzi, questi
sacrifici, questi stenti, questa proprietà. La si vuol distruggere per distruggere
l'organizzazione, per togliere all'operaio la garanzia del suo pane, del
suo tetto, del suo vestire, per togliere questa garanzia alla donna e al
figlio dell'operaio. Pericolo di morte per chi tocca la Camera del lavoro,
pericolo di morte per chi favorisce e promuove l'opera di distruzione!
Cento per uno. Tutte le case degli industriali e dei commercianti non possono
salvare la casa del popolo, perché il popolo perde tutto se perde
la sua casa. Pericolo di morte per chi attenta al pane dell'operaio, al
pane del figlio dell'operaio. La guerra è la guerra:
chi tenta l'avventura deve provare il duro morso della belva che ha scatenato.
Tutto ciò che l'operaio ha creato col soldino del suo sacrificio,
tutto ciò che le generazioni operaie hanno lentamente e faticosamente
elaborato col sangue e col dolore, deve essere rispettato come cosa sacra.
Scoppia la tempesta e l'uragano quando si commettono sacrilegi, e travolge
i colpevoli come pagliuzze. Pericolo di morte per chi tocca la proprietà
dell'operaio, dell'uomo condannato a non aver proprietà. La guerra è la guerra.
Guai a chi la scatena. Un militante della classe operaia che debba passare
all'altro mondo, deve avere nel suo viaggio un accompagnamento di prima
classe. Se l'incendio arrossa il pezzo di cielo di una strada, la città
deve essere provvista di molti bracieri per riscaldare le donne e i figli
degli operai andati in guerra. Guai a chi scatena la guerra.
Se l' ltalia non è abituata alla serietà e alla responsabilità,
se l'Italia non è abituata a prendere sul serio nessuno, se l'Italia
borghese si è per caso formata la facile e dolce persuasione che
neppure i rivoluzionari italiani sono da prendere sul serio, sia lanciato
il dado: siamo persuasi che più di una volpe lascerà la sua
coda e l'astuzia nella tagliola. |
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