La coltella e la ruota del carro,
e il rasoio e le barbe spinose dei pastori, e la luna pelata, e la mosca,
e le dispense umide, e le macerie, e i santi coperti di pizzo, e la calce,
e la linea tagliente di gronde e terrazze hanno in Spagna piccole erbe
di morte, allusioni e voci percettibili per uno spirito desto, che la memoria
ci richiama con l’aria irrigidita del nostro proprio trapasso. Non è
frutto del caso tutta l’arte spagnola legata con la nostra terra di cardi
e pietre di confine, non è un esempio isolato il lamento di Pleberio
o le danze del maestro Josef María de Valdivielso, non è
un caso che tra tutte le ballate europee spicchi questa amata spagnola:
Se tu sei la mia bella amica,
a non guardarmi, dí, come
fai?
Occhi con cui ti guardavo
io all’ombra li donai.
Se tu sei la mia bella amica,
a non baciarmi, dí, come fai?
Labbra con cui ti baciavo
alla terra le donai.
Se tu sei la mia bella amica,
a non abbracciarmi, dí, come
fai?
Braccia con cui ti abbracciavo
con i vermi le velai.
Né è strano che agli albori
della nostra lirica suoni questa canzone:
Dentro il verziere
morirò,
dentro il roseto
ucciso sarò.
Io me ne andavo, madre mia,
a coglier rose,
la morte ad incontrar
dentro il verziere.
Io me ne andavo, madre mia,
a tagliar rose,
la morte ad incontrar
dentro il roseto.
Dentro il verziere
morirò,
dentro il roseto
ucciso sarò.
Le teste gelate dalla luna che dipinse Zurbarán,
il giallo burro con il giallo fulmine del Greco, il racconto di padre Sigüenza,
tutte le opere di Goya, l’abside della chiesa di El Escorial, tutta la
scultura policroma, la cripta della casa ducale di Osuna, la morte con
la chitarra della cappella dei Benaventes a Medina de Rioseco, equivalgono,
sul piano cólto, alle sagre di San Andrés de Teixido, dove
i morti hanno un posto nella processione, ai canti funebri intonati dalle
donne delle Asturie con lanterne piene di fiamme nella notte di novembre,
al canto e danza della sibilla nelle cattedrali di Maiorca e Toledo, all’oscuro
In
recort tortosino e agli innumerevoli riti del venerdì santo
che, con la coltissima festa della corrida, formano il trionfo popolare
della morte spagnola. Nel mondo, solamente il Messico può andare
a braccetto con il mio Paese.
Quando la musa vede giungere la morte
chiude la porta o innalza un plinto o si porta in giro un’urna e scrive
un epitaffio con mano di cera, ma subito torna a stracciare il suo lauro
con un silenzio che vacilla tra due brezze. Sotto l’arco troncato dell’ode
ella unisce con senso funebre i medesimi fiori che dipinsero gli italiani
del Quattrocento e chiama l’impavido gallo di Lucrezio affinché
spaventi ombre impreviste.
Quando vede giungere la morte, l’angelo
vola in cerchi lenti e tesse con lacrime di ghiaccio e narciso l’elegia
che abbiamo visto tremare nelle mani di Keats, e in quelle di Villasandino,
e in quelle di Herrera, e in quelle di Béquer e in quelle di Juan
Ramón Jiménez. Ma che terrore prende l’angelo quando sente
un ragno, per piccolo che sia, sul suo tenero piede rosato!
Il duende, invece, non giunge
se non coglie possibilità di morte, se non sa che deve far la ronda
alla sua casa, se non è sicuro di dover cullare quei rami che tutti
portiamo e che non hanno, che non avranno consolazione.
Con un’idea, con un suono o con un gesto,
il duende si compiace dei bordi del pozzo in aperta lotta con il
creatore. Angelo e musa scappano con violino o ritmo, e il duende
ferisce, e nella guarigione di questa ferita, che mai rimargina, risiede
l’insolito, l’inventato dell’opera umana.
La virtù magica del componimento
poetico consiste nell’essere sempre induendato per battezzare con
acqua oscura tutti coloro che lo guardano, poiché con duende
è più facile amare, comprendere, ed è una certezza
l’essere amati, l’essere compresi, e questa lotta per l’espressione e per
la comunicazione dell’espressione a volte acquisisce, in poesia, caratteri
mortali.
Ricordate il caso della flamenchissima
e induendata santa Teresa, flamenca non per aver legato un toro
furioso e averlo passato con tre figure [da torero, ndt] magnifiche,
cosa che fece; non per essersi pavoneggiata davanti a fra Juan de la Miseria,
né per aver mollato un ceffone al nunzio di Sua Santità,
bensì per essere una delle poche creature il cui duende (non
il cui angelo, poiché l’angelo non attacca mai) la trapassa con
un dardo, volendo ucciderla perché gli ha carpito il suo ultimo
segreto, il ponte sottile che unisce i cinque sensi a quel centro di carne
viva, di nube viva, di mare vivo, che è l’Amore liberato dal Tempo.
Coraggiosissima vincitrice del duende,
a differenza di Filippo d’Austria che, bramando di trovare musa e angelo
nella teologia, si ritrovò prigioniero del duende dagli ardori
freddi in quell’opera di El Escorial, dove la geometria confina con il
sogno e dove il duende si maschera da musa a eterno castigo del
gran re.
Abbiamo detto che il duende ama
il bordo, la ferita, e si avvicina ai luoghi dove le forme si fondono in
un anelito superiore alle loro espressioni visibili.
In Spagna (come nei popoli orientali,
per i quali la danza è espressione religiosa) il duende ha
un potere illimitato sui corpi delle ballerine di Cadice, elogiate da Marziale,
sui petti di coloro che cantano, elogiati da Giovenale, e in tutta la liturgia
della corrida, autentico dramma religioso in cui, al pari della messa,
si adora, e ci si sacrifica, a un Dio.
Sembra come se l’intero duende
del mondo classico si radunasse in questa festa perfetta, esponente della
cultura e della grande sensibilità di un popolo che scopre nell’uomo
le sue migliori ire, le sue migliori bili, il suo miglior pianto. Né
nel ballo spagnolo né nella corrida si diverte alcuno; il duende
s’incarica di far soffrire per mezzo del dramma, su forme vive, e prepara
le scale per un’evasione dalla realtà che ci circonda.
Il duende opera sul corpo della
ballerina come il vento sulla sabbia. Trasforma con magico potere una ragazza
in paralitica della luna, o riempie di rossori verginali un vecchio straccione
che chiede l’elemosina per le osterie, dà con una chioma odore di
porto notturno, e in ogni momento opera sulle braccia con espressioni che
sono madri della danza di tutti i tempi.
Ma mai è possibile ripetersi,
ed è molto interessante sottolinearlo. Il duende non si ripete,
come non si ripetono le forme del mare in burrasca.
Nella corrida assume gli accenti più
impressionanti, perché da un lato deve lottare con la morte che
può distruggerlo, dall’altro con la geometria, con la misura, fondamento
della fiesta.
Il toro ha la propria orbita, il torero
la sua, e fra orbita e orbita un punto di pericolo: il vertice del terribile
giuoco.
Si può avere musa con le muletas
e angelo con le banderillas e passare per buon torero, ma nei passagi
di capa, con il toro ancora privo di ferite, e poi nel momento di
uccidere, occorre l’aiuto del duende per colpire nel segno della
verità artistica.
Il torero che spaventa il pubblico nell’arena
con la sua temerarietà non torea, bensì assume quell’atteggiamento
ridicolo, alla portata di qualsiasi uomo, di giocarsi la vita: il torero
morso dal duende, invece, impartisce una lezione di musica pitagorica
e fa dimenticare che scaglia costantemente il cuore sopra le corna.
Lagartijo col suo duende romano,
Joselito col suo duende ebraico, Belmonte col suo duende
barocco e Cagancho col suo duende gitano, mostrano, dal crepuscolo
dell’arena, a poeti, pittori e musicisti, quattro grandi strade della tradizione
spagnola.
La Spagna è l’unico paese dove
la morte è lo spettacolo nazionale, dove la morte suona lunghi clarini
al sopraggiungere della primavera, e la sua arte è sempre retta
da un duende acuto che le ha conferito differenza e qualità
d’invenzione.
Il duende che riempie di sangue,
per la prima volta nella scultura, le gote dei santi del maestro Matteo
di Compostela, è lo stesso che fa gemere san Giovanni della Croce,
e che brucia ninfe nude nei sonetti religiosi di Lope.
Il duende che innalza la torre
di Sahagún o lavora caldi mattoni a Calatayud e Teruel è
il medesimo che squarcia le nubi del Greco e allontana a pedate le guardie
di Quevedo e le chimere di Goya.
Quando piove tira fuori Velazquez induendato
in segreto dietro i suoi grigi monarchici; quando nevica fa uscire Herrera
nudo per dimostrare che il freddo non uccide; quando arde mette nelle proprie
fiamme Berruguete e gli fa inventare un nuovo spazio per la scultura.
La musa di Góngora e l’angelo
di Garcilaso devono cedere la ghirlanda di lauro quando passa il duende
di san Giovanni della Croce, quando
Il cervo vulnerato
di sopra il colle appare.
La musa di Gonzalo de Berceo e l’angelo
dell’arciprete di Hita devono cedere il passo a Jorge Manrique quando,
ferito a morte, giunge alle porte del castello di Belmonte. La musa di
Gregorio Hernández e l’angelo di José de Mora devono allontanarsi
per lasciar attraversare il duende che piange lacrime di sangue
di Mena e il duende con testa di toro assiro di Martínez
Montañés, come la malinconica musa della Catalogna e l’angelo
bagnato della Galizia devono guardare, con amoroso stupore, il duende
della Castiglia, tanto lontani dal pane caldo e dalla dolcissima vacca
che si pasce di scampoli di cielo spazzato e terra secca.
Duende di Quevedo e duende
di Cervantes, con verdi anemoni di fosforo l’uno, e fior di gesso di Ruidera
l’altro, coronano il quadro del duende di Spagna.
Ogni arte ha, com’è naturale,
un duende di forma e modo diversi, ma tutti affondano le radici
in un punto da cui sgorgano i suoni neri di Manuel Torres, materia ultima
e fondo comune scosso da brivido incontrollabile di legno, suono, tela
e vocabolo.
Suoni neri dietro i quali stanno da tempo
in tenera intimità i vulcani, le formiche, gli zefiri e la grande
notte che si cinge la vita con la via lattea.
Signore e signori, ho innalzato tre archi
e con mano incerta ho messo in essi la musa, l’angelo e il duende.
La musa rimane tranquilla; può
avere la tunica a piccole pieghe o gli occhi di vacca che guardano, di
Pompei, oppure il nasone a quattro facce con cui l’ha dipinta il suo grande
amico Picasso. L’angelo può agitare capelli di Antonello da Messina,
tunica di Lippi e violino di Masolino e di Rousseau.
Il duende… Ma dov’è il
duende?
Dall’arco vuoto entra un’aria mentale che soffia con insistenza sulle teste
dei morti, alla ricerca di nuovi paesaggi e accenti ignorati; un’aria con
odor di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il
costante battesimo delle cose appena create.