da Federico García Lorca...
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1910
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Quei miei occhi millenovecentodieci
non videro seppellire i morti,
né la festa di cenere di colui che piange all’alba,
né il cuore che trema rannicchiato come un cavalluccio marino.

Quei miei occhi millenovecentodieci
videro la bianca parete dove orinavano le bambine,
il muso del toro, il fungo velenoso
e una luna incomprensibile che illuminava negli angoli
i pezzi di limone secco sotto il nero duro delle bottiglie.

Quei miei occhi sul collo del ronzino
nel seno trafitto di Santa Rosa addormentata,
sui tetti dell’amore, con gemiti e fresche mani,
in un giardino dove i gatti mangiavano le rane.

Soffitta dove la polvere vecchia raccoglie statue e muschi,
casse che nascondono silenzi di granchi divorati
nel luogo dove il sogno inciampava nella realtà.
Là i miei piccoli occhi.

Non chiedermi nulla. Ho visto che le cose
quando cercano il loro corso trovano il vuoto.
C’è un dolore di vuoti nell’aria senza gente
e nei miei occhi creature vestite senza nudo!

New York, agosto 1929