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Che
poeta! Non ho mai visto riunite, come in lui, la grazia e il genio, il
cuore alato e la cascata cristallina. Federico García Lorca era
lo spirito scialacquatore, l’allegria centrifuga, che raccoglieva in seno
e irradiava, come un pianeta, la felicità di vivere. Ingenuo e commediante,
cosmico e provinciale, singolare musicista, splendido mimo, timido e superstizioso,
raggiante e gentile: era
una sorta di riassunto delle età della Spagna, della fioritura popolare;
un prodotto arabico-andaluso che illuminava e profumava, come un gelsomino,
tutta la scena di quella Spagna, ahimè!, scomparsa. […] La grande
capacità di metafora di García Lorca mi seduceva e mi interessava
tutto ciò che scriveva. Dal canto suo, lui mi chiedeva a volte di
leggergli le mie ultime poesie e, a metà della lettura, mi interrompeva
gridando: «Non continuare, non continuare, ché mi influenzi!».
Nel teatro e nel silenzio, nella folla e nel decoro, era un moltiplicatore
della bellezza. Non ho mai veduto un tipo con così tanta magia nelle
mani. Non ho mai avuto un fratello più allegro di lui. Rideva, cantava,
musicava, saltava, inventava, crepitava. […] «Ascolta», mi
diceva prendendomi sottobraccio, «la vedi quella finestra? Non la
trovi ciorpatelica?».
«E che
vuol dire ciorpatelico?».
«Non
lo so neanch’io, ma è assolutamente necessario che ci rendiamo conto
di cosa sia e cosa non sia ciorpatelico. Altrimenti, siamo perduti. Guarda
quel cane lì: com’è ciorpatelico!». […]
Federico ebbe
una premonizione della sua morte. Una volta, di ritorno da una tournée
teatrale, mi chiamò per raccontarmi un fatto molto strano.
Con la troupe de La Barraca, era giunto a un remoto paesino della Castiglia,
nelle cui vicinanze aveva accampato per passare la notte. Non riuscendo
a dormire, verso l’alba, uscì a fare un giro […]. Si fermò
all’ingresso dell’ampio parco di una vecchia proprietà feudale,
dove l’abbandono, l’ora e il freddo rendevano la solitudine ancor più
penetrante. Federico si sentì, ad un tratto, oppresso per via di
qualcosa di confuso che doveva accadere. Si sedette su un capitello caduto.
Un agnellino venne a brucare fra i ruderi e la sua comparsa fu quella di
un piccolo angelo di nebbia che, di colpo, rendeva umana la solitudine.
All’improvviso apparve un branco di maiali. Erano quattro o cinque bestie
scure, maiali neri, selvatici e affamati. Federico assistette allora a
una scena raccapricciante: i maiali si avventarono sull’agnello,
lo squartarono e divorarono. Questa scena, di sangue e solitudine, scosse
Federico a tal punto che ordinò al suo teatro ambulante di proseguire
subito il viaggio. Ancora stravolto dall’orrore, Federico mi raccontava
questa storia terribile tre mesi prima della Guerra Civile. In seguito
compresi, sempre più chiaramente, che quella scena era stata la
rappresentazione anticipata della sua morte. […] L’assassinio di Federico
fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento.
La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto
sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete
l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce.
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Jorge Guillén, dal Prologo a Obras Completas de Federico García
Lorca, vol. 1 |
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