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Federico
è stato paragonato a un bambino e lo si potrebbe paragonare a un
angelo, all’acqua («il mio cuore è un po’ d’acqua pura»,
diceva in una lettera) o ad una roccia. Nei suoi momenti più tremendi
era impetuoso, rumoroso, magico come una selva. Ognuno lo ha visto a modo
suo. […] Nessuno può definirlo. La sua presenza, paragonabile, forse,
soltanto - e giustamente - al tifone che assume e rapisce, rimandava sempre
alla più elementare semplicità. Era tenero come una conchiglia
di spiaggia; innocente, nella sua tremenda risata bruna, come un albero
furioso; e ardente, nei suoi desideri, come un essere nato per la libertà.
Aveva, per la sua opera futura, un tale istinto di difesa che mi ricorda
quella di un genio: Goethe. Con
una differenza: che Federico era incapace della fredda serenità
con cui quel giove costruì il complicato meccanismo dei propri istinti
e passioni fino a ridurli a ruote dentate al servizio del suo rendimento
intellettuale. In Federico tutto era ispirazione; la sua vita, così
meravigliosamente in armonia con la sua opera, fu il trionfo della libertà,
e fra la sua vita e la sua opera v’è uno scambio spirituale e fisico
così costante, così appassionato e fecondo, che le rende
eternamente indivisibili. […] Il suo cuore, di sicuro, non era allegro.
Era capace di tutta l’allegria dell’Universo; ma nel profondo, come quello
di ogni grande poeta, non era allegro. Coloro che lo videro come un uccello
pieno di colori non lo conobbero. Il suo cuore era appassionato come pochi,
e una capacità d’amore e di sofferenza nobilitava ogni giorno di
più la sua già nobile fronte. Amò oltremodo (qualità
che alcuni superficiali gli negarono) e soffrì per amore (cosa che
probabilmente nessuno seppe). Ricorderò per sempre la lettura che
mi diede, qualche tempo prima di partire per Granada, della sua ultima
opera lirica, destinata a rimanere incompiuta… Mi leggeva quei suoi Sonetti
dell’amore oscuro, prodigio di passione, di entusiasmo, di felicità,
di dolore, ardente e puro monumento all’amore, in cui la materia prima
è ormai la carne, il cuore, l’anima del poeta in via di distruzione.
Sorpreso, non potei fare a meno di esclamare, guardandolo: «Federico,
che cuore! Quanto ha dovuto amare e soffrire!». Mi guardò
e sorrise come un bambino…
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