Opinioni nelle file
del partito
di Antonio Gramsci
"L'Unità", 21 luglio 1925
Abbiamo sul tavolo esattamente 40 tra lettere ed articoli giunti da ogni parte d'Italia e dai compagni italiani residenti all'estero e dedicati alla polemica suscitata dal tentativo frazionistico dell'ex Comitato d'intesa. Vorremmo pubblicarli tutti, questi articoli, anche se essi non danno un contributo importante alla discussione e alla chiarificazione delle idee; sono l'opinione media della massa del partito; rappresentano stati d'animo diffusi tra gli elementi più attivi del movimento rivoluzionario, tra gli elementi che in ultima analisi sono la spina dorsale del partito; sono la forza per il cui merito progrediamo e siamo capaci d'azione. Ma il Comitato esecutivo ha deciso
di troncare la campagna contro il frazionismo con la pubblicazione (che
avverrà domani) di una lunga lettera di Bordiga, e perciò
riassumiamo solo e diamo puramente notizia di questi articoli. Nessuno
dei 40 scritti ha sia pure una frase che significhi appoggio aperto all'ex
Comitato d'intesa. Solo un piccolissimo numero di essi (7-8) contiene spunti
o motivi che dimostrano, in chi scrive, concordanza di opinioni coi compagni
che si sono resi responsabili del tentativo frazionistico. La grande maggioranza
dimostra di aver capito ottimamente la necessità della campagna
fatta dal Comitato centrale e di aver capito quale pericolo abbia corso
il partito, ciò che significa come tentativi simili siano ormai
destinati a fallire subito all'inizio. L'avventura intesista ha offerto
una formidabile lezione al partito; essa ha mostrato che anche per ciò
che riguarda la vita interna del partito stesso, non bisogna mai lavarsi
la bocca con frasi fatte, nella persuasione che la nostra organizzazione,
perché è comunista, sia immunizzata a priori da ogni tentativo
frazionistico e scissionistico. Finché c'è la lotta di classe,
fino a quando esisterà una società divisa in classi (e cioè,
quindi, anche dopo la vittoria rivoluzionaria, poiché la dittatura
del proletariato non è che la forma suprema della lotta della classe
proletaria), il partito può sempre diventare il teatro di lotte
interne, provocate dall'influenza delle classi non proletarie e specialmente
di quelle che storicamente possono diventare e diventeranno alleate degli
operai, cioè i contadini e gli intellettuali. Se il partito non si è
consolidato, se attraverso l'esperienza non è riuscito a capire
come le manovre tendenti a mutare il suo carattere proletario possono assumere
inizialmente anche le più innocenti apparenze di pure quistioni
organizzative, il partito può sempre correre il rischio di essere
deviato o disgregato: nessuna garanzia può essere data perché
ciò non avvenga all'infuori della coscienza proletaria e della preparazione
ideologica e politica della massa. Un articolo discretamente interessante
ha inviato da Napoli un compagno che firma Tini. La tesi del compagno Tini
è molto semplice: la critica è buona in sé, il malcontento
è sempre stato il lievito della storia, ecc. Occorre però
precisare: nell'interno del partito la critica è utile e necessaria
quando tende a correggere gli errori commessi nell'applicazione di un determinato
metodo (per usare la fraseologia cara ai nostri estremisti), in questo
caso del metodo fissato dai congressi dell'Internazionale. Ma quando la
critica stessa diventa un metodo e si crede che occorra sempre essere originali
a tutti i costi e si crede di essere furbi perché si mette in dubbio
tutto e tutti, allora si cade proprio nella posizione piccolo-borghese. Noi, per esempio, crediamo che
sia più originale studiare e capire il leninismo, piuttosto che
servire al proletariato piatti nuovi presunti originali, ma che viceversa
sono spessissimo vecchi cavoli riscaldati dalle cucine anarchica, sindacalista,
socialdemocratica. Il cuoco può crederli originali, perché
ogni cuoco ama i suoi piatti, può condirli con salse e brodi piccantissimi;
rimangono cavoli riscaldati, rimasticature pappagallesche di vecchissimi
errori. In realtà il compagno Tini ripete una vecchia musica, quella
della libertà di opinione, diventata "libertà di critica",
libertà di spazzar razzi originali, libertà di portare il
proprio contributo di esperienze. Anche Turati voleva questa libertà
nel 1920, e se gli fosse stata concessa sarebbe rimasto nell'Internazionale
comunista. L'argomento è interessante e merita di essere trattato
più largamente. Altri compagni si preoccupano di quistioni come:
la possibilità della discussione che può nuocere al partito
dinanzi alle masse, il fatto che le masse possano credere che si tratti
di lotta fra persone preoccupate di mantenere o di acciuffare il cadreghino,
ecc. La quistione fondamentale è
però questa: la discussione era ed è necessaria o no? Se
era necessaria, il male che può fare la sua pubblicità, sarà
sempre minore del male che avrebbe fatto il soffocarla, nascondendo le
nostre debolezze, lasciando che il partito fosse disgregato. Le masse non
vedono mai malvolentieri che si affronti apertamente e decisamente una
situazione. Potranno oscillare per un momento, poi si stringeranno più
fortemente intorno al partito che dimostra di saper risolvere con energia
le sue quistioni. Quanto alla lotta di persone e al cadreghino, le masse
vedono ogni giorno come avere cariche di responsabilità nel nostro
partito non sia una sinecura fruttuosa: vuol dire andare in prigione, o
prendersi una randellata all'angolo della via. L'interesse personale porterebbe
piuttosto a scomparire dalla circolazione, a farsi dimenticare, ad andare
a piantar cavoli nel proprio paesello. Un compagno parla anche del fatto
che l'attuale Comitato centrale rappresenta la minoranza del partito. Perché
mai dunque? Il partito, in questo periodo, ha triplicato i suoi effettivi,
da 10.000 membri che contava nei primi mesi del '24 è giunto a più
di 30.000. Questi nuovi 20.000 membri sono forse entrati nel partito perché
accettavano la politica degli estremisti, o perché accettavano la
tattica leninista dell'Internazionale applicata dal Comitato centrale in
Italia? E poi. Prendiamo i compagni del Comitato centrale eletto nel Congresso
di Roma: è la maggioranza di questo Comitato centrale che si è
dichiarata per l'Internazionale contro l'estrema sinistra, e non una piccola
maggioranza, ma 12 a 3. Dunque anche della vecchia guardia
comunista la maggioranza non era rappresentata dall'estrema sinistra, ma
dal Comitato centrale eletto a Roma, che ha isolato l'estrema sinistra
appunto quando la sinistra è diventata estrema sinistra, cercando
di spostare il terreno su cui il partito si era costituito. Il compagno
T.U. di Milano che più insiste su questo argomento, accenna anche
al fatto che gli attuali estremisti sarebbero stati i fondatori del partito.
Piano, compagno. Sono stati tra i fondatori, non i fondatori. Crediamo
per esempio che alla fondazione del partito abbia contribuito parecchio
il fatto che a Torino i compagni abbiano nel 1920 assicurato alla frazione
di Imola l'edizione piemontese dell'"Avanti!" , divenuta col 1° gennaio
1921 "l'Ordine Nuovo", e che a Trieste sia stato assicurato al nostro partito
il "Lavoratore". Questi due giornali hanno molto contribuito alla formazione
del partito; ed essi non furono conquistati con la tattica estremista,
rappresentata allora dall'astensionismo, ma con la tattica leninista. Si
potrà riparlare anche di questo argomento, poiché è
necessario che i compagni, specialmente i più giovani di partito,
conoscano la storia della nostra organizzazione.(…) Abbiamo detto che tra i 40 articoli-lettere
che abbiamo davanti solo pochissimi sostenevano sia pure indirettamente
la posizione del Comitato d'intesa, mentre la grandissima maggioranza esprime
punti di vista contrari radicalmente al tentativo frazionistico e svolge
considerazioni che dimostrano come nei compagni è stato capito il
nesso esistente tra la concezione tattica erronea dell'estremismo e l'avventura
frazionistica stessa. Da questo mucchio di scritti una cosa risulta in
forma chiara e con energia: la formidabile compattezza proletaria del nostro
partito, che non vuole seguire le persone ma i programmi e che riconosce
come valido un solo programma, quello dell'Internazionale comunista. I proletari comunisti vedono
la lotta di classe reale, non lo schema libresco della lotta di classe;
vogliono la verità, non l'"originalità"; sentono pulsare
nella dottrina leninista lo spirito realistico, concreto, fattivo della
loro classe, mentre vedono contrapporgli degli schemi freddi, inamidati,
dei figurini intellettuali senza consistenza che si reggono non per una
coerenza propria, ma per l'abilità esteriore del sapere adoperare
le parole ad effetto. Una cosa colpisce specialmente; come non faccia più
effetto l'uso e l'abuso dell'aggettivo "sinistro"; l'esperienza fascista
ha dimostrato agli operai italiani che non gli aggettivi contano, ma le
cose: nessuna teoria può essere più a "sinistra" del leninismo
che ha guidato la vittoriosa rivoluzione russa. Il compagno Bordiga scrive: ma
Lenin è morto, e perciò la sua teoria può degenerare
nei suoi discepoli. Certo, gli rispondono gli operai, tutto può
avvenire, ma se i singoli possono degenerare e può quindi degenerare
lo stesso Bordiga, non può degenerare invece l'intiero partito,
l'intiera Internazionale. E poi non basta porre la quistione della possibile
degenerazione dei singoli: occorre proporre rimedi ai malanni possibili.
Quali rimedi propone Bordiga? Il frazionismo, cioè ad una degenerazione
possibile nel futuro contrappone una degenerazione reale nel presente.
La sostituzione delle persone e dei metodi? Ma dove sono questi metodi
e quanto essi hanno subito la prova del fuoco di una rivoluzione? Il compagno Bordiga ha applicato
il suo metodo astensionista negli anni 1919-20: è forse riuscito
a far vincere la rivoluzione agli operai? Eppure allora il compagno Lenin
era vivo; ma era anche contro il compagno Bordiga. E nel 1921-22, forse
che l'estremismo ha impedito l'avvento al potere dei fascisti? Purtroppo
una cosa appare da queste lettere: che il compagno Bordiga appena ha enunciato
nudo e crudo il suo pensiero come ha fatto nei Punti della sinistra è
apparso ai compagni molto, ma molto inferiore alla sua fama. Egli era come una dama velata
e misteriosa, che viene creduta chissà mai quale bellezza; si toglie
il velo, ed appare una donna comune, non completamente spiacevole, ma che
potrà fare i figli allo stesso modo di tutte le altre donne, né
più e né meno, senza che si debba uscir pazzi per lei...
Proprio così, e ciò spiega perché tanti compagni rimproverino
alla Centrale di non essere stata più energica e di non aver subito
ricorso ai mezzi chirurgici anziché all'omeopatia. |
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