Contro lo scissionismo frazionistico
per l'unità ferrea del partito
(Interventi pubblicati sotto il titolo di una rubrica
dell' "Unità" dedicata alla lotta nel Partito)
di Antonio Gramsci
"L'Unità", 15 ottobre 1925


La lotta contro la frazione e la discussione nel Partito

Secondo dunque la delicata dizione della lettera in data 22 maggio del Comitato d'intesa, "il lavoro di carattere organizzativo e propagandistico" che il gruppo di compagni recentemente denunciati dal Comitato esecutivo alla massa dei militanti incrollabilmente fedeli alla disciplina rivoluzionaria, aveva iniziato, fino dal mese di aprile, tale lavoro superava il fatto del congresso e mirava a creare in tutto il partito una specie di collegamento spirituale fra i compagni della sinistra". 

Il congresso doveva quindi, nelle loro intenzioni, soltanto offrire l'occasione ed il pretesto, sotto le parvenze della partecipazione alla discussione e del contributo alla risoluzione dei formidabili problemi posti all'avanguardia del proletariato dalla situazione storica nella quale essa è chiamata ad assolvere i suoi compiti, di porre nel partito le basi di un permanente processo di disgregazione. Dare un'esatta analisi della situazione internazionale per dedurne le direttive tattiche dell'Internazionale? Esaminare le condizioni concrete della società italiana, fissando le attuali reciproche posizioni del proletariato e della borghesia e dei vari raggruppamenti politici? Stabilire le direttive per ridare alla massa dei lavoratori italiani una forma organica di schieramento, un inquadramento più saldo, un'organizzazione più adatta alle lotte imminenti? Tracciare le grandi linee di una soluzione comunista dei problemi economici dell'Italia considerata nel suo aggregato di 40 milioni di operai e contadini, nelle sue terre, nelle sue miniere, nelle sue fabbriche? Ohibò! I compagni del comitato nazionale della frazione hanno ben altri compiti cui applicarsi. 

Bisogna superare le differenze contingenti per creare l'unità ideologica del partito, sostanza e contenuto dell'unità organizzativa? Ma no, rispondono essi, "oggi ciò che è necessario (sic!) è lo sviluppo del processo critico di differenziazione". Bisogna, dinanzi all'offensiva reazionaria, alla legge contro le associazioni, allo stagnamento minacciante il movimento proletario, rinsaldare la nostra compagine, serrare i ranghi, divenire una muraglia intangibile e ferrea, sia pure con qualche sacrificio di qualche concezione tattica, con rinuncia di qualche affermazione? Ma no, assolutamente no, rispondono i nostri ottimi compagni frazionisti: l'imperativo del momento è per il buon rivoluzionario italiano di "dimostrare come non sia giusto e conveniente fingere di ignorare l'esistenza di tutta una corrente del movimento comunista nel nostro paese"; "la richiesta ai compagni di una immediata presa di posizione critica che investe in pieno l'attività del partito".

Investire in pieno l'attività del partito, ingaggiato nella lotta più aspra contro fascismo e Aventino; impegnato a difendere contro i riformisti, l'unità sindacale, contrastando loro passo a passo la libertà e l'autonomia delle masse organizzate; preso alla gola dalle nuove leggi che mirano, sotto la maschera dell'antimassonismo, a dare i legali pretesti per sciogliere la nostra organizzazione! Ecco davvero un ottimo programma per dei "vecchi combattenti dell'idea comunista", i quali sanno che investire significa abbattere e spezzare. 

Queste affermazioni del comitato della frazione precisano in modo perfetto l'ambito e gli scopi della campagna cui il Comunicato del Comitato esecutivo del partito dà inizio. Essa deve restare la campagna per il ritorno alla disciplina, per la condanna dei misconoscitori della tradizione di buon costume politico del nostro partito, per la purificazione d'esso di tutti i residui improvvisamente affioranti di mentalità socialdemocratica. E questa lotta nella quale il partito intero, senza diversità di correnti, si schiererà all'allarme dei dirigenti, non avrà nulla a che vedere colla discussione politica alla quale il partito sta approntandosi. 

Occorre evitare che la manovra dei frazionisti, creando l'equivoco, impedisca alla prossima discussione di giungere, col contributo della massa dei compagni, a risolvere la crisi ideologica sorta dopo il IV Congresso dell'Internazionale ed è ormai giunta a maturazione. Non è evidentemente possibile confondere una questione di disciplina, di pura o semplice disciplina, con una questione politica. 

La cosa migliore sarebbe stata per il partito di potere giungere al congresso attraverso una larga discussione non inceppata da incidenti come l'attuale, destinato a creare un certo turbamento fra i ranghi dei compagni, i quali mai più immaginavano potessero attecchire nel Partito comunista italiano simili germi degenerativi. Ed il Comitato Centrale aveva scelto infatti tale via, evitando - salvo in un caso particolarmente deplorevole verificatosi nella federazione di Milano - di ricorrere a sanzioni disciplinari contro i compagni dell'opposizione, anche quando con la loro condotta essi avevano offeso i principi costitutivi del partito. 

Ma oggi, che per volontà deliberata di alcuni di essi la disciplina è stata spezzata in modo scandaloso ed inatteso, occorre risolvere rapidamente e radicalmente quest'episodio senza collegarlo coi grandi problemi politici che si pongono. La grande massa dei compagni, infatti, sta reagendo con decisione contro il tentativo frazionistico che è stato loro denunciato, senza diversità fra fautori ed oppositori della tattica del partito. L'amore e l'attaccamento per esso, la coscienza della gravità del momento di reazione contro cui solo la più salda unità dà garanzia di vittoriosa resistenza, la sottomissione piena e completa alla disciplina dell'Internazionale comunista, la fedeltà incrollabile alla milizia rivoluzionaria sono bene virtù essenziali di tutti i comunisti italiani. Nessuna confusione è possibile fra gli attentatori alla saldezza del partito ed i sostenitori di criteri tattici contrastanti con quella centrale. 

Quelli non possono avere e non avranno diritto e possibilità di difendere e sostenere comunque dinanzi ai compagni la loro attività nemica del partito; questi potranno e dovranno, senza restrizione, nel corso della discussione, esporre e sostenere le loro idee e le loro convinzioni. E se un breve ritardo forse sarà frapposto all'inizio di essa, ne renda grazie il partito all'incoscienza delittuosa della frazione mascherata.
("L'Unità", 10 giugno 1925)
 

Democrazia interna e frazionismo

Pubblichiamo una lettera di M.V. non già perché una discussione si possa aprire fra i violatori della disciplina ed il partito, ma perché essa riflette - e non a caso - le ingenue abilità con cui si vorrebbe da parte dei pochi difensori del frazionismo gabellare il Comitato d'intesa per una coserella lecita ed onesta e la Centrale del partito, che ha la piena approvazione in questa sua azione da parte dell'Internazionale, per un gruppo di frazionisti, accaniti e pervicaci. 

Vi è la storiella antica sul lupo e l'agnello che bevevano allo stesso ruscello. Il lupo stava a monte e intorbidiva le acque: "tu intorbidi l'acqua che io bevo", gridò l'agnello che stava a valle, e lo sbranò. Si costituisce una frazione nel partito; il Comitato esecutivo la scopre; ahimè!, si la scopre, poiché la frazione era segretamente organizzata. Ed il Comitato esecutivo getta l'allarme. "Si crea il frazionismo! Lotta al frazionismo! ". 

Ma ecco il compagno M.V. se ne viene: "Chi lotta contro la frazione è un frazionista. Chi lotta contro la frazione getta il turbamento nel partito e lo abbassa nell'influenza fra le masse". Per cui non il Comitato d'intesa, che ha fatto quanto, documentariamente, il Comitato esecutivo ha denunciato al partito, viola i principi dell'Internazionale; ma bensì il Comitato esecutivo stesso non si è accorto che il Comitato d'intesa non è che la formazione normale dei "comunisti in meditazione" (?), che una "presa di posizione precongressuale" non è che la "democrazia" nel partito. 

Che cosa è successo nel partito? Ecco: dei compagni "che erano uniti da puri e semplici vincoli ideologici e di affinità di vedute su determinati problemi" si incontrarono per gettare le basi "di un lavoro organizzativo e propagandistico il quale supera il fatto del Congresso". Quando fanno questo? Naturalmente quando il Congresso offre loro il motivo acconcio. Quale lo scopo dell'organizzazione? "Sviluppare il processo critico di differenziazione nel partito". Quale il primo strumento all'uopo? Una circolare segreta e personale, dalla quale si apprende la necessità di iniziare senz'altro un serio ed efficace lavoro di collegamento con tutte le regioni, gruppi, cellule, ecc., scegliendo i compagni più fidati e politicamente più provati. Ed il secondo strumento? "Una scappata a Milano per conferire coi compagni incaricati del lavoro". 

Quali i risultati che si attendono da questa attività? "Ottenere al più presto un efficiente collegamento atto a rendere unitaria e omogenea l'opera diretta ad investire in pieno l'attività attuale del partito e la posizione teorica che l'esprime". E come quest'opera viene accelerata ? Incaricando alcuni compagni deputati e non (e fornendo i non deputati di abbonamento ferroviario) di fare un sopralluogo presso tutti i centri federali e presso i compagni adescabili; valendosi possibilmente di indirizzi riservati del partito procacciatisi in modo senza dubbio sleale; e possibilmente mettendo a profitto le conoscenze organizzative acquistate in un periodo in cui si svolgeva per conto della Centrale un lavoro di fiducia. Non si negligono neppure i convegni a base di inviti, la diffusione di documenti di cui l'Internazionale ha chiesta la non pubblicazione, le parate di sapore massimalista nelle ore piccole della notte. 

Che c'è di male in tutto questo? Chiede il compagno M.V. Tutto ciò egli ci afferma, non è frazionismo ma democrazia nel partito, ma presa di posizione per la discussione. "E voi intorbidate le acque!" grida alla Centrale.
("L'Unità", 21 giugno 1925)
 

I documenti frazionisti

Se si considerano da una parte la lettera inviata dal Comitato d'intesa all'Esecutivo del partito e dall'altra i documenti illegali, dei quali il Comitato esecutivo non avrebbe dovuto aver conoscenza, si comprende subito il loro valore e significato. La lettera al Comitato esecutivo è un tentativo del Comitato d'intesa di procurarsi presso gli organi responsabili il diritto di cittadinanza nel partito, in seno al quale avrebbe svolto "clandestinamente" il lavoro di frazione: in sostanza è la richiesta di un lasciapassare per introdurre di contrabbando nella nostra organizzazione la merce avariata del frazionismo di cui troviamo tracce nei documenti riservati.

Anche se questi ultimi non fossero venuti alla luce, con un minimo di buon senso si poteva comprendere dal testo stesso della lettera il fine reale che essa si proponeva. Basta esaminare le proposte in essa contenute. Esse si possono dividere in due parti: la prima comprende i punti a e b: con essi si chiede che alla discussione venga dato il tempo necessario al suo svolgimento e che i congressi provinciali vengano tenuti dopo la discussione. 

Quale valore potrebbe avere un congresso al quale presenziassero delegati di federazioni nelle quali non si sia precedentemente discusso con serietà e conoscenza, ecc. ecc.? si afferma nella prima parte di questa lettera. Queste proposte sono superflue: noi vorremmo sapere quando e come sia mai stato affermato che il Comitato centrale intenda soffocare la discussione, convocare i congressi provinciali prima che i compagni siano preparati a discutere. Quando e come sia stata fatta una qualsiasi dichiarazione che giustifichi il brano che abbiamo riportato. 

Si vuol forse credere che il Comitato centrale sia interessato a fare l'opposto di quanto si chiede con quella lettera? E' il contrario che è vero: non per nulla lo stesso Esecutivo internazionale affermava che il nostro partito aveva bisogno ora di una vasta ed ampia discussione per convincersi della bontà della politica e della tattica dell'Internazionale comunista e dell'errore in cui si trova l'estrema sinistra italiana. 

Noi siamo d'avviso che se qualcuno può avere interesse ad evitare una ampia discussione questo è proprio l'estrema sinistra. Quelle proposte avrebbero dovuto colmare delle lacune ed essere delle critiche alle norme per la discussione. Come si può far ciò prima di conoscere quelle norme? E' logico pensare che bisognava almeno attendere di conoscere le disposizioni che avrebbero regolato la discussione e la convocazione dei congressi, disposizioni che erano preannunciate nelle deliberazioni del Comitato centrale rese pubbliche sull' "Unità" del 26 maggio. 

In quelle deliberazioni vi è un passaggio che dice anche con quale spirito e con quali criteri il Comitato centrale intende dirigere la discussione nel partito. Ma tutto ciò non ha valore per il Comitato d'intesa, il quale deve ben trovare una ragione qualsiasi per giustificare la propria esistenza e perciò finge di ignorare e di non capire, tentando così di sorprendere la buona fede dei compagni e creare un'atmosfera di sospetto intorno al Comitato centrale. 

Lo stesso fatto di essersi accinta ad organizzare la frazione è una manifestazione di debolezza dell'estrema sinistra, poiché si vuole con i vincoli disciplinari interni che essa crea ostacolare ed infrenare il libero sviluppo del processo di chiarificazione politica e di comprensione dei principi e del metodo leninista, la cui conoscenza ed assimilazione spingerebbero strati sempre più numerosi di compagni ad abbandonare le concezioni erronee dell'estrema sinistra. 

E passiamo alla seconda parte delle richieste: i punti c, d, e. Questi non hanno bisogno di troppi commenti: essi presumono tutti la esistenza nel partito di frazioni contrastanti organizzate.

1. Si chiede che ai congressi provinciali venga data facoltà di parlare in contraddittorio ai compagni "riconosciuti" delle diverse correnti. Chi ha mai pensato che sia reso impossibile e vietato il contraddittorio? Nei congressi qualunque delegato può prendere la parola, parlare pro e contro, presentare tutti gli ordini del giorno che gli aggrada. Ma cosa significa la domanda di questo diritto per i compagni "riconosciuti"? Cosa è questa nuova categoria di compagni che verrebbe a stabilirsi nel partito? Riconosciuti o non, il diritto di parola non deriva dall'appartenere all'una o all'altra corrente, dall'essere o meno "riconosciuti" da esse ma dal fatto di appartenere a quella determinata organizzazione. E ciascuno ha il diritto di fare tutti i contraddittori che crede. 

E' naturale poi che i congressi provinciali non possono e non devono divenire il pretesto per una fiera "oratoria nel partito", per cui ad ogni congresso provinciale o sezionale ogni corrente manda i suoi "commessi viaggiatori". Ciò contrasta con le direttive organizzative del partito. Ognuno partecipa alla riunione della propria organizzazione di base, nella propria cellula. I delegati partecipano poi ai congressi di grado superiore. Meno grandi discorsi e maggiore discussione reale ed effettiva fra i compagni operai: questa deve essere la pratica del nostro partito. Altro che mancanza di libertà. Non c'è bisogno che vi siano dei compagni appositi, indicati di diffondere il verbo di ogni tendenza; per portare a conoscenza di tutto il partito il pensiero delle diverse correnti, serve la stampa sulla quale verrà pubblicato tutto il materiale di discussione con relative tesi e controtesi. 

Il Comitato esecutivo del partito ha già preso disposizioni perché essa possa arrivare ovunque, in tutte le nostre organizzazioni. Nei congressi provinciali le diverse correnti si manifestano attraverso i delegati che vi partecipano. Esse si incontrano e si misurano poi definitivamente al congresso nazionale. E' proprio necessario ricordare queste norme elementari della nostra organizzazione? 

2. Si chiede che la nomina dei delegati al congresso sia fatta dai rispettivi congressi federali. Qui veramente si superano tutti i limiti. Chi ha mai pensato ed affermato il contrario? Si vuol forse far credere che la Centrale intenda eleggere essa stessa direttamente i delegati al congresso? L'"Avanti!" non avrebbe mai pensato di trovare migliori alleati nella sua campagna di denigrazione del nostro partito.

3. Si continua: se la nomina verrà fatta con altri sistemi, venga data facoltà di scelta degli elementi chiamati a far parte di eventuali comitati ai "fiduciari" delle diverse correnti. Cosa c'entrano i fiduciari? Chi sono costoro? I delegati al congresso nominano essi stessi gli elementi chiamati a far parte di eventuali comitati, rispettando tutte le correnti secondo le norme che verranno a suo tempo emanate. Nessuna autorità e nessun diritto speciale a dei "fiduciari" che non devono esistere. Se questi elementi, che nella mente dell'estrema sinistra assolverebbero alla funzione di "fiduciari", sono delegati al congresso, essi hanno gli stessi diritti degli altri compagni delegati, né più né meno. Se non sono compresi fra i delegati o non fanno parte di quell'organizzazione essi non hanno nulla a che vedere col congresso. 

Non si comprende perché ed in base a quale criterio un socio, puta caso, di una cellula di Milano debba avere il diritto di recarsi, mettiamo, al congresso provinciale di Girgenti nella qualità di "fiduciario" e come tale possa limitare i diritti dei delegati regolarmente eletti al congresso di quella federazione per la facoltà che verrebbe a lui conferita e riconosciuta da un organo superiore incontrollato e incontrollabile. Veramente ci sembra di sognare ad occhi aperti. E si ha il coraggio di avanzare proposte di questo genere proprio in un periodo di illegalità come quello che il partito sta attraversando!

4. Si chiede infine il diritto al comitato di frazione di nominare e disciplinare gli oratori della propria corrente al congresso nazionale. E' necessario ricordare l' abc della nostra organizzazione: il congresso è convocato dal Comitato centrale e da questo diretto in tutta la sua fase di preparazione fino al momento in cui, riunitisi i delegati, questi nominano un "presidium" che assume la direzione dei lavori del congresso ed al quale quindi spetta il diritto di disciplinare gli oratori senza distinzione di tendenza, e di prendere ogni altra deliberazione riguardante il congresso stesso. 

Altri organi non hanno proprio nulla a che fare. Dalle osservazioni su esposte si manifesta il contrasto netto che c'è fra la direzione del partito ed il Comitato d'intesa. Per i compagni del Comitato esecutivo ogni quistione deve essere concepita ed impostata dal punto di vista di partito; per esso tutto si pone dal punto di vista di frazione. Tutte le richieste dell'estrema sinistra presumono non una discussione che deve svolgersi nel seno di uno stesso partito, ma una lotta fra due organismi contrastanti, fra due partiti avversi. 

Si poteva ammettere e sanzionare un simile criterio? Ed ora appare ancora più chiaro lo scopo della lettera inviata al Comitato centrale. E' evidente che se il Comitato esecutivo l'avesse accettata anche solo in parte, esso avrebbe riconosciuto il diritto di una intesa "organizzata" fra gli elementi di una stessa corrente. Praticamente il Comitato d'intesa si sarebbe dedicato ad organizzare la frazione la cui costituzione avrebbe dovuto "superare il fatto stesso del congresso" (lettera del 22 maggio). 

E quando il Comitato esecutivo si fosse accorto che non si trattava più soltanto di una intesa congressuale o fosse intervenuto come è suo dovere, gli si sarebbe risposto: ma come, prima ci autorizzate ad un determinato lavoro e poi ci colpite per lo stesso lavoro da voi autorizzato? Era evidente che non era possibile stabilire una intesa senza un minimum di organizzazione. 

Naturalmente si sarebbe respinta con indignazione l'accusa di voler organizzare la frazione, di voler "scindere le forze" del partito, ecc. Quanta fede si sarebbe dovuta prestare a queste dichiarazioni di lealismo, sarà dimostrato all'esame dei "documenti illegali". Si prenda la circolare n. 1 (personale e riservata dell'aprile). Questo documento rispecchia fedelmente il formalismo che caratterizza la mentalità dei compagni dell'estrema sinistra. Essa incomincia col lamentare che l'Internazionale "mira a bersagliare il compagno Bordiga" fingendo di ignorare l'esistenza di una "sinistra italiana", cioè dell'estrema sinistra. 

E' così banale questo rilievo che in verità non merita risposta: è mai possibile che dei compagni, non degli ultimi venuti nel movimento, non sappiano che quando nelle nostre discussioni si fa il nome di questo o di quel compagno esponente di una determinata tendenza, si intende riferirsi a tutta la tendenza che egli rappresenta e non solo a lui personalmente? Stiano tranquilli i componenti del Comitato d'intesa: quando si parla di Bordiga si intende parlare anche di tutti coloro che la pensano come lui, quindi loro compresi. 

Certo che fra Bordiga ed un ristretto numero di compagni, la cui mentalità si è irrigidita e anchilosata nell'errore e che, se è passibile di mutamento e di correzione, muterà solo sotto la sferza degli avvenimenti e della storia, e la massa che li ha seguiti per ragioni diverse che non hanno nulla a che vedere con le loro erronee affermazioni teoriche c'è una differenza notevole, che impone una distinzione di valutazione politica di cui bisogna tener conto: per Bordiga e compagni questa distinzione non esiste e non si deve fare: il disconoscimento di questo principio è sempre stato una caratteristica dell'errore di concezione di Bordiga. 

Volete sapere, continua la circolare, fino a che punto si arriva a bersagliare il compagno Bordiga? Si arriva "nientemeno" a dire che Bordiga è passato alla destra. Se i compagni del Comitato d'intesa giudicassero i fatti e le cose con intelligenza politica e non con il formalismo proprio di una mentalità "notarile", forse avrebbero meglio compreso il vero significato di quella dichiarazione. Il compagno Bordiga che è sempre stato all'estrema sinistra e si è trovato quindi sempre lontano e contro le posizioni della destra, oggi, nonostante tutte le sue affermazioni estremiste in teoria, praticamente, nell'azione concreta, e di ciò bisogna sempre tenere conto in un giudizio politico, col suo atteggiamento rafforza la destra dell'internazionale e su molte quistioni si trova sul suo stesso piano. (…) 

Là dove poi la posizione di Bordiga è la stessa di quella di tutta la destra dell'Internazionale è nella rivendicazione del diritto alle frazioni, all'organizzazione delle tendenze. E qui abbiamo accennato solo ad alcune quistioni. Qual meraviglia dunque se con un giudizio dato da un punto di vista oggettivo e non soggettivo (i sentimenti di Bordiga verso la destra non interessano: ciò che conta sono gli atti) e che si basa sulla situazione internazionale e non soltanto sull'Italia (l'estrema sinistra dovrebbe ricordarsi qualche volta di essere parte di una organizzazione internazionale), si è ritenuto necessario richiamare l'attenzione dei compagni sull'esempio Bordiga, il cui estremismo lo porta di fatto a collegarsi alla destra. 

Ma tutto ciò non interessa i compagni del Comitato d'intesa. La sostanza della quistione viene da essi lasciata da parte: ci si arresta alla forma. Si osa "nientemeno" avvicinare il nome di Bordiga alla parola "destra"? Ma è inaudito! Si lancia un allarme: tutto il campo è a rumore. Un gruppo di "vecchi e provati compagni" sorge in armi e si costituisce in Comitato d'intesa. Si mobilitano i "vecchi combattenti dell'idea comunista" , si fa appello alle loro "energie" in difesa "del pensiero, della tattica e di tutta una tradizione di capacità rivoluzionaria" contro l'Internazionale comunista che calpesta e distrugge quanto vi è di più rivoluzionario, "il patrimonio ideologico e tattico della sinistra italiana". 

La cosa sarebbe enormemente buffa se non fosse estremamente pericolosa e dannosa per il partito. Un po' più di linea e di serietà, cari compagni del Comitato d'intesa. Vi siete gettati a corpo perduto nell'organizzazione clandestina di una frazione nel partito, e non pare che vogliate smetterla, per prepararvi a dimostrare ancora una volta "come non sia giusto e conveniente circoscrivere la lotta all'obiettivo Bordiga". Ma chi vi ha detto che la lotta sarà limitata all'obiettivo Bordiga? Di più, chi vi ha mai detto che Bordiga personalmente sia l'obiettivo della lotta? L'obiettivo reale sta negli errori che il compagno Bordiga sostiene e di cui deve correggersi: essi non saranno combattuti nei confronti di Bordiga soltanto ma di tutti coloro che lo sosterranno. 

Voi parlate di capacità, di tradizioni rivoluzionarie e di lotta da salvare. Da chi sono esse minacciate? Questo della tradizione rivoluzionaria del movimento italiano sarà il terreno più propizio per battere in breccia tutte le deviazioni e gli errori che caratterizzano la vostra posizione. Per ora osserviamo solo questo: con la vostra opera voi state distruggendo ciò che vi è di meglio nella tradizione rivoluzionaria, mentre tendete a mantenere in vita ed a perpetuare ciò che in essa deve invece essere corretto ed eliminato. Un errore, anche se è vecchio ed ha una tradizione, è sempre un errore. 

E passiamo oltre. I compagni sono pregati di riflettere alle seguenti parole: "...la sinistra italiana deve saper dimostrare come non sia stato vano ogni tentativo di assorbimento e di deviazione". Si prega di prendere la collezione dell'"Avanti!" e constatare quante volte queste parole sono state adoperate dai vari Vella e Nenni nella loro lotta contro l'Internazionale. Il loro significato è gravissimo: esse sono indice di una situazione dalla quale può sorgere una vera e propria forma di massimalismo comunista. 

I compagni del Comitato d'intesa ascrivono a loro merito il non essersi fatti assorbire dall'Internazionale comunista. Essi si considerano dunque qualche cosa di eterogeneo e di estraneo ad essa, fino al punto di porsi il problema di non farsi assorbire per non perdere i propri connotati. E questi compagni vogliono organizzare una frazione al fine di mobilitare il partito od almeno una parte di esso affinché questo dimostri di aver reso vano ogni tentativo di assorbimento nell'Internazionale. Il pericolo che il partito ha corso senza accorgersi sotto la direzione del Comitato centrale è stato senza dubbio gravissimo: è stato quello di deviare verso l'Internazionale comunista e farsi assorbire da essa! E' per questo che ad un dato momento i compagni dell'estrema sinistra sono scesi in campo per impedire che un tale assorbimento ed una tale deviazione avvenisse. 

Continuando di questo passo questi compagni si accorgeranno ben presto che non altrettanto vani saranno gli altri tentativi di deviazione in senso opposto a quello dell'Internazionale comunista. Logicamente ne deriva che bisogna investire in pieno tutta l'attività del partito e la posizione teorica che la esprime. E per far ciò non si ritiene sufficiente la discussione, ma si organizza clandestinamente una frazione. Così questo "investimento" assume un significato molto preciso. Conseguentemente occorre al più presto un "collegamento atto a rendere unitaria ed omogenea quest'opera". 

Come si vede per il Comitato d'intesa il problema dell'unità ed omogeneità non si pone nei confronti del partito ma solo di una parte di esso, di una frazione. Chi non intende il significato scissionista di una tale impostazione del problema? Non ci si pone neanche il problema dell'unificazione ideologica del partito attraverso la discussione. Anzi, questa e lo stesso congresso che seguirà diventano motivo di maggiore e più profonda divisione e differenziazione. Proprio tutto l'opposto. 

Si legge infatti nella lettera del Comitato d'intesa in data 22 maggio: "il congresso del partito che sarà tenuto tra non molto ci dà motivo ad un lavoro di carattere organizzativo e propagandistico il quale, in sostanza, supera il fatto nel congresso stesso e mira a creare in tutto il partito una specie di collegamento tra i compagni della sinistra atto allo sviluppo di un processo critico di differenziazione"... 

A queste parole facciamo seguire un brano della mozione votata dal Comitato centrale: "Il suo (della discussione) scopo essenziale non deve essere quello di aprire in seno al partito una lotta di tendenze o frazioni, ma al contrario essa deve tendere attraverso la discussione dei problemi essenziali della teoria e della pratica del leninismo all'elevazione dell'educazione e della capacità politica di tutti i nostri militanti ed alla creazione di quella omogeneità ed unità ideologica che è la premessa essenziale di una reale ed effettiva bolscevizzazione del partito". Ed ora i compagni giudichino: ogni commento è superfluo.
("L'Unità", 23-25 giugno 1925)
 

Si tratta veramente di frazionismo?

Il segretario generale di Teramo rifugge dalle abilità verbali e dalle inutili schermaglie. Egli giudica con freddezza, precisa il suo pensiero, dice senza sottintesi quello che pensa e che vuole. E cosa egli vuole? Null'altro che "organizzare" la frazione di sinistra. Questo diritto egli rivendica meravigliandosi che la centrale di un Partito comunista si prefigga di "schiacciare qualsiasi movimento tendente a frazione". 

Oggi sono i sinistri che si organizzano; domani in una situazione capovolta, colla sinistra cioè della direzione del partito e con i sostenitori della tattica dell'Internazionale all'opposizione, saranno questi gli organizzatori di un'altra frazione, di un altro Comitato d'intesa. Oh! Il nostro compagno è in queste cose assolutamente imparziale: piena libertà per tutti di organizzare e disorganizzare nel seno del partito! Vi possono essere dei dubbi su questi suoi concetti? Egli adopera parole non possibili di equivoco: "la sinistra si organizza", "la frazione di sinistra", ecc. 

Ma dove mai qualche compagno bizantineggiante vi fosse il quale volesse esitare a credere possibile una tale esplicita denuncia di uno dei più importanti principi organizzativi di un Partito comunista, il segretario federale di Teramo si affretta a darci alcuni paragoni od esempi destinati a scolpire il suo pensiero. Ed ecco allora la meravigliosa invettiva: "Ma voi rinnegate tutta la lotta che avete condotta contro i massimalisti quando espulsero la frazione terzinternazionalista e quella che conducete attualmente contro i riformisti!". 

Che vi sia nel partito un compagno il quale, da tutta l'azione sviluppata nel corso dei primi mesi del '24 contro il Partito massimalista allo scopo di sgretolarne la compagine e di spezzarne la rete organizzativa, abbia tratto nessun altro insegnamento che non sia quello della liceità dell'applicazione di una uguale tattica nel seno del partito; che vi sia un compagno il quale, dalla viva polemica che stiamo conducendo contro i riformisti per rivendicare il nostro diritto ad organizzare le nostre frazioni comuniste nei sindacati, tragga la convinzione che un uguale diritto sia concedibile ai singoli compagni nell'interno del partito, è cosa davvero triste e sconsolante.

Quale differenza vi è tra un partito opportunista contro il quale si lotta, dal quale si vuole strappare gli elementi operai rivoluzionari che ancora vi sono inquadrati, nel cui seno si provoca quindi la formazione di una frazione, la quale deve cercare di restarvi il più a lungo possibile per potere sempre più profondamente portarvi il perturbamento, l'inerzia, la dispersione, ed un partito comunista? Quale differenza vi è fra principi di organizzazione e principi di tattica? Il nostro segretario risponde a questi interrogativi con un'unica monosillabica risposta: nessuna.

Quando il Partito massimalista espulse la frazione terzinternazionalista noi gridammo al sopruso, all'arbitrio, al colpo di mano. Perché? Perché nessun statuto massimalista ha mai vietato l'esistenza di frazioni e anzi, appunto per non accettare questo principio, il Partito massimalista ruppe i suoi rapporti colla Internazionale; perché tale espulsione era motivata con l'alleanza costituita dai terzinternazionalisti col Partito comunista per un'azione comune antifascista, azione che i massimalisti non volevano condurre ed avrebbero voluto rendere impossibile anche agli altri gruppi o partiti proletari; perché tale espulsione era in pieno contrasto col criterio di "libertà per tutti" che i massimalisti inalberavano come stendardo della loro organizzazione opportunista. 

Ed invece il compagno segretario federale di Teramo aveva creduto che, rivendicando il diritto di cittadinanza nel Partito massimalista alla frazione terzinternazionalista, noi sostenessimo un principio generale ed assoluto proprio di tutte le organizzazioni politiche, di tutti i partiti, anche del Partito comunista. Ed era per lui questo l'argomento principe per far tacere gli anarchici e le loro accuse che continuamente gli ronzano nelle orecchie. Quali argomenti potrà ancora trovare per controbattere le scemenze di costoro ora che la Centrale del partito afferma niente di meno, di voler "schiacciare" ogni movimento tendente a creare una frazione? 

Rinunciamo a parlare del richiamo alla nostra lotta nei sindacati contro i dirigenti riformisti i quali tentano di impedirci un'azione organizzata contro la loro attività anticlassista. Siamo qui veramente ai primi elementari precetti del comunismo: che diversità vi è tra un sindacato e un partito? Il segretario federale di Teramo che fu già buon organizzatore sindacale dovrebbe esserci maestro in queste quistioni nelle quali invece miseramente si incaglia. Ma ciò è ben naturale. Sostenere il diritto alla frazione nel seno del nostro partito non può essere che la conseguenza dell'ignoranza completa di tutte le tesi di tutti i congressi dell'Internazionale. E ciò spiega ampiamente gli errori madornali sui quali abbiamo dovuto intrattenerci. 
("L'Unità", 25 giugno 1925)
 

Rettifiche

Vi è un opportunismo dei più pericolosi per un partito rivoluzionario, ed è quello che gli suggerisce e consiglia una determinata tattica non già perché essa lo avvicina di più alle masse, o perché fa comprendere a queste il contenuto di una determinata situazione storica, o perché lo sospinge verso uno sbocco di detta situazione più favorevole alla lotta rivoluzionaria, o perché provoca il superamento di una situazione e un passo verso una situazione più avanzata della guerra di classe; ma che basa una determinata tattica sul timore delle critiche dei partiti avversari, proletari o peggio borghesi; quasi che vi possa essere un episodio qualunque della tattica di un partito rivoluzionario che non provochi le più aspre critiche, per più precise rampogne, le accuse più veementi contro di esse.

Il giudizio degli avversari non deve mai essere un elemento delle decisioni di un partito comunista, il quale non deve preoccuparsi che del giudizio delle masse e della necessità della sua azione, la quale, sempre, urta e cozza contro gli interessi, le intenzioni, la tattica degli altri partiti.
("L'Unità", 9 luglio 1925)
 

Per una lettera del compagno Ferragni

I commenti del compagno Ferragni dimostrano che egli non ha una giusta concezione delle funzioni che spettano in un Partito comunista al Comitato centrale. Il Comitato centrale è, in qualsiasi momento della vita del partito, il solo potere e non abdica mai, per nessun motivo e in nessuna circostanza, a nessuna parte della sua autorità. 

E' bene che questo principio venga ricordato, perché non è escluso che le obiezioni che si muovono ora, in sede di preparazione congressuale, vengano avanzate anche in circostanze e per motivi molto più gravi. 

Per fare un esempio, il primo che ci corre alla mente: quando esisterà nel partito un potere militare, esso sarà in ogni caso e sempre subordinato al potere e al controllo del Comitato centrale. A parte questo esempio, una rinuncia del Comitato centrale ai suoi poteri in precedenza del congresso, per lasciare "libera" di formarsi l'opinione del partito, non è concepibile se non in un organismo socialdemocratico. Per noi, la "libertà" è garantita appunto dal fatto che la Centrale non rinuncia al suo potere, ma continua a esercitarlo normalmente per regolare e dirigere la discussione preparatoria. 

L'errore dell'attuale Comitato centrale consisterebbe però nel fatto che esso, nel regolare la discussione, non dimentica di avere una sua opinione, anzi, fa attiva propaganda perché essa abbia ad essere compresa, accolta e condivisa dalla maggioranza degli inscritti. Anche su questo punto, la risposta nostra sta nell'ammettere che la cosa viene fatta, nell'affermare, anzi, che essa viene fatta con piena certezza di far bene e di adempiere a un dovere. 

Nemmeno in condizioni "normali" il Comitato centrale non è mai un organismo il quale possa assistere passivamente a una discussione che si svolge nel partito. Questo per il semplice fatto che la discussione parte da esso, che nel seno di esso le aspirazioni divergenti si formano e vengono a un primo contrasto; che non è in linea generale possibile concepire una tendenza che in seno ad esso non sia rappresentata. Questo fatto risolve, anzi tronca, ogni problema della legittimità e delle forme dell'azione regolatrice della Centrale sul dibattito. E' la centrale stessa, infatti, che deve discutere di esso e deciderne la portata. 

La tutela della minoranza si esercita nel suo seno, e la minoranza formatasi nel Comitato centrale è per questo solo fatto riconosciuta come una corrente di opinione nel partito. Essa avrà i suoi rappresentanti nelle commissioni che elaborano le tesi, presenterà emendamenti a seconda che crederà opportuno e così via. Il "riconoscimento" di essa non giungerà però mai a ispirare provvedimenti che ledano la compagine del partito o spezzino il processo di formazione "organica" - e non "parlamentare" - del suo centro dirigente. L'integrità di quella compagine e la continuità di questo processo non hanno garanzia se non nel fatto che la Centrale non sopprima mai se stessa come organismo che ha un pensiero, una volontà, un potere.
("L'Unità", 1 ottobre 1925)
 

Contro lo scetticismo

Nella nota dell'articolo precedente del compagno Bordiga rilevavamo come carattere essenziale di esso fosse il dubbio, lo scetticismo, la diffidenza e la cura di non opporre concretamente una soluzione propria alle questioni discusse. Nell'articolo che segue, la critica alla politica dell'Internazionale è ristretta al "metodo di lavoro", e questo ancora è circoscritto ai rapporti fra i dirigenti, le sezioni nazionali e il centro dell'internazionale. 

La Centrale del partito risponderà ampiamente, anche in linea di fatto, al compagno Bordiga. Ma intanto occorre rilevare che la posizione da lui presa è invariabilmente la seguente: egli rimane all'opposizione perché "non si fida". Ma non occorre ripetere che la sfiducia metafisica si può applicare a chiunque, non escluso il compagno Bordiga. Qualunque sia la dirigenza internazionale può allora sempre avvenire che sulla linea attuale di Bordiga si stacchi una tendenza la quale giustifichi il proprio "astensionismo" col pretesto di "non fidarsi". 

Il compagno Bordiga osserva: ma perché fare delle proposte alla socialdemocrazia, quando si riconosce che essa è l'ala sinistra della borghesia? Ciò che il compagno Bordiga non comprende è questo: che si tratta di un'ala sinistra borghese, la quale comanda a una parte notevole o addirittura alla maggioranza del proletariato, la quale lo ignora; che il partito non deve privarsi della possibilità che la situazione gli offre di combattere le illusioni operaie anche dall'interno, e di dimostrare agli operai "coi fatti" che la socialdemocrazia è la mano sinistra della borghesia; che, fino a quando la maggioranza decisiva del proletariato non sarà passata sotto le nostre bandiere, è questa la vera lotta di classe che noi dobbiamo condurre contro la socialdemocrazia. 

Certo, si tratta di una tattica che comporta pericoli; tuttavia essa è incontestabilmente giusta. Il problema consiste nell'evitare i pericoli e nel saperla rettamente applicare. Abbandonarla per timore del pericolo, è un altro opportunismo: opportunismo di sinistra.
 

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