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Ho constatato che lo stato d'animo
dei compagni si esprime soprattutto contro il cosiddetto "centro" del partito
e trovo strano che in seno al Partito comunista abbia ancora tanto valore
una questione di nomenclatura. E' necessario studiare i problemi da un
punto di vista più serio e più concreto. Il
compagno Bordiga afferma di non avere neppure tentato di costituire una
vera e propria frazione in seno al partito. Ma è indiscutibile che
da quando un compagno che ha una personalità come quella del Bordiga
si tiene in disparte senza più partecipare attivamente al lavoro
del partito, questo solo fatto è sufficiente a creare nei compagni
uno stato d'animo di frazione. Di questo fatto bisogna tenere conto per
giudicare il nostro atteggiamento nel presente dibattito. Noi non dobbiamo del resto faticare
molto per trovare quali sono le nostre origini. Nel 1919-20 esistevano
in Italia tre tendenze che si sono poi riunite nel Partito comunista: quella
che era rappresentata dall' "Ordine Nuovo" di Torino, quella astensionista
ed una terza infine, che solo ora tende a chiarificarsi e che riuniva tutti
quei compagni che sono entrati nel partito colla scissione di Livorno pur
non appartenendo a nessuna delle due tendenze a cui ho accennato in precedenza.
Noi della tendenza dell' "Ordine Nuovo" abbiamo sempre ritenuto necessario,
anche prima della costituzione del partito, appoggiarci alla sinistra anziché
alla destra. Un diverso contegno ritenevamo avrebbe portato alla valorizzazione
di tendenze da cui ci sentiamo molto lontani. A questo proposito rammento
che a Torino, immediatamente prima e dopo lo sciopero generale dell'aprile
1920, siamo venuti a una rottura con il gruppo di cui il compagno Tasca
era l'esponente e, vedendo il pericolo opportunistico della destra, abbiamo
preferito allearci con gli astensionisti e in un certo momento anzi lasciare
nelle loro mani tutta la dirigenza della Sezione. Secondo molti compagni l'occupazione
delle fabbriche rappresentò il punto massimo dello sviluppo rivoluzionario
del proletariato italiano. Per noi con quell'avvenimento si iniziava il
periodo della decadenza del movimento operaio. Ebbene, considerando allora
quali forze del movimento socialista fossero le più capaci ad arginare
la sconfitta noi fummo ancora una volta colla sinistra. E pensammo che
senza gli astensionisti il Partito comunista non si potesse costituire.
Anche attualmente noi manteniamo questo punto di vista, ma non possiamo,
d'altra parte nasconderci gli errori che la sinistra ha compiuto. E' bene, a questo proposito,
che si ricordi che il voto sulle tesi di Roma ebbe carattere puramente
di massima e consultivo e che quelle tesi avrebbero dovuto essere ripresentate
al partito - con qualche modificazione, eventualmente - dopo il IV Congresso
della III Internazionale. Purtroppo questo non è potuto avvenire
a causa dell'aggravarsi della situazione generale. Ma oggi la situazione non è
più uguale a quella esistente nel 1921 e nel 1922. Vi è un
inizio di ripresa del movimento operaio. Quale svolgimento avrà
essa? E' certo che essa non potrà non subire le influenze dell'esperienza
che tutte le classi e tutti i partiti politici hanno compiuto negli ultimi
anni. Questa esperienza ha fatto assumere ad ogni gruppo una sua fisionomia.
Nel 1919 e nel 1920 tutta la popolazione lavoratrice - dagli impiegati
del Nord e della capitale ai contadini del Mezzogiorno - seguiva, magari
inconsciamente, il movimento generale del proletariato industriale. Oggi
la situazione è mutata, e solo attraverso ad un lungo e lento lavoro
di riorganizzazione politica il proletariato potrà tornare ad essere
fattore dominante della situazione. Noi riteniamo che questo lavoro non
può essere svolto mantenendosi sulle direttive che il compagno Bordiga
vorrebbe mantenere al partito. La recente affermazione elettorale
del nostro partito ha certamente un grande valore, ma è indiscutibile
che manca al nostro movimento l'adesione della maggioranza del proletariato. BORDIGA - L'avremmo se non avessimo
mutato la nostra tattica nei confronti del Partito socialista! Del resto
noi non abbiamo fretta. GRAMSCI - Noi invece abbiamo
fretta! Vi sono delle situazioni in cui il "non aver fretta" provoca la
disfatta. Nel 1920, ad esempio, bisognava aver fretta. Io mi ricordo che
nel luglio di quell'anno mi recai al Convegno astensionista di Firenze
a proporre la creazione e la costituzione di una frazione comunista nazionale.
Il compagno Bordiga anche allora "non ebbe fretta" e respinse la nostra
proposta, in modo che l'occupazione delle fabbriche avvenne senza che esistesse
in Italia una frazione comunista organizzata capace di lanciare una parola
d'ordine nazionale alle masse che seguivano il Partito socialista. Anche
il fattore "tempo" ha importanza. Talvolta esso ha anzi un'importanza capitale. Ho l'impressione che i compagni
i quali fino ad ora hanno espresso il loro pensiero abbiano dimenticato
quale è il problema fondamentale che oggi si pone al nostro partito:
quello dei rapporti coll'Internazionale comunista. L'atteggiamento del
compagno Bordiga può anche, in un certo senso, essere utile, ma
il suo errore consiste nel non rendersi conto della necessità per
il partito di aver risolto il problema dei rapporti coll'Internazionale. L'atteggiamento di Bordiga non
può del resto avere altra conseguenza se non quella di far sorgere
un gruppo di elementi eterogenei, i quali possono trovare un motivo di
unità e di consistenza nel fatto di dichiararsi "per l'Internazionale".
Questa conseguenza che già si è avuta a deplorare una volta,
sta a provare quanto l'atteggiamento di Bordiga sia in sé sbagliato.
Ad esso è da attribuire l'origine della "minoranza". Nei confronti
dei compagni della minoranza la situazione è oggi in parte modificata
in seguito alla dichiarazione avvenuta in mezzo ad essi, ma non tutte le
divergenze sono scomparse. Sul programma politico attuale la minoranza
afferma che non esiste alcun disaccordo; in realtà io ricordo che
a Mosca, ad esempio, il compagno Tasca si è opposto alla formula
dello spostamento dei sindacati nella fabbrica. Oggi questo problema è
uno dei più importanti che si presentino al nostro partito. Esso si pone in questi termini:
come il Partito comunista - centro effettivo dell'avanguardia rivoluzionaria
- deve guidare le lotte sindacali della classe operaia? Creare le cellule
di officina, sta bene: ma che lavoro queste debbono svolgere? Noi siamo
convinti che scomparse, se non formalmente almeno come funzione, le commissioni
interne, gli operai si rivolgeranno alle cellule comuniste non solo per
le questioni di carattere politico ma anche per la loro difesa sindacale,
e che è perciò necessario che i compagni si trovino preparati
a compiere anche questo lavoro. Occorrerà che questi problemi siano
ampiamente esaminati e approfonditi, tanto più perché ci
troviamo a un punto decisivo della storia del movimento operaio italiano.
I compagni della sinistra protestano la loro disciplina all'Internazionale.
Noi diciamo loro: "Non basta dichiarare di essere disciplinati. Bisogna
mettersi sul piano di lavoro indicato dall'Internazionale". Se l'Internazionale
ha fatto finora - per ragioni a tutti note - delle concessioni ciò
non può continuare nell'avvenire poiché porterebbe alla disgregazione
dell'Internazionale stessa. (…) Non tutti i lavoratori possono
comprendere tutto lo sviluppo della rivoluzione. Oggi ad esempio i lavoratori
italiani del Mezzogiorno sono senza dubbio rivoluzionari, eppure continuano
a giurare per Di Cesarò e per De Nicola. Noi dobbiamo tener conto
di questi stati d'animo e cercare i mezzi per vincerli. Se i comunisti
vanno tra i contadini del Mezzogiorno a parlare del loro programma non
sono compresi. Se uno di noi andasse al mio paese a parlare di "lotta contro
i capitalisti" si sentirebbe dire che i "capitalisti" non esistono in Sardegna...
Eppure anche queste masse debbono essere conquistate. Noi abbiamo la possibilità;
date le condizioni stesse create dal fascismo, di iniziare nel Mezzogiorno
un movimento antireazionario di masse. Ma bisogna conquistare queste masse
e questo si fa soltanto partecipando alle lotte che esse conducono per
conquiste e rivendicazioni parziali. Queste sono le nostre idee sui problemi
dell'ora. Ripeto che i compagni non devono fare una questione di nomenclatura:
nel 1919 Buozzi rimproverava a noi di fare - attraverso i Consigli di fabbrica
- un'opera troppo riformista. Noi ridemmo allora, e i fatti hanno dimostrato
chi era riformista e chi era rivoluzionario. Si pongano, i compagni, delle
questioni concrete e rammentino che in questo momento la più importante
questione è quella dei rapporti del partito nostro con l'Internazionale
comunista. |
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