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Data la difficoltà di
pubblicare immediatamente un resoconto giornalistico dei lavori del III
Congresso del nostro partito, riteniamo per intanto opportuno di offrire
ai compagni e alla massa dei lettori un esame e una informazione generale
dei risultati del congresso stesso. Ci affrettiamo comunque ad annunciare
che prossimamente sarà pubblicato sul nostro giornale il resoconto
materiale del congresso e saranno successivamente riunite in un volume
le deliberazioni e le tesi nel loro testo definitivo. I risultati numerici dei voti
al congresso furono i seguenti: assenti e non consultati 18,9%; dei presenti
al congresso: voti per il Comitato centrale 90,8; per l'estrema sinistra
9,2; Il nostro partito è nato nel gennaio 1921, cioè nel
momento più critico sia della crisi generale della borghesia italiana,
sia della crisi del movimento operaio. Ma la scissione, se era storicamente
necessaria ed inevitabile, trovava però le grandi masse impreparate
e riluttanti. In tale situazione l'organizzazione materiale del nuovo partito
trovava le condizioni più difficili. Avvenne perciò che il
lavoro puramente organizzativo, data la difficoltà delle condizioni
in cui doveva svolgersi, assorbì le energie creatrici del partito
in modo quasi completo. I problemi politici che si ponevano,
per la decomposizione da una parte del personale dei vecchi gruppi dirigenti
borghesi, dall'altra per un processo analogo del movimento operaio, non
poterono essere approfonditi sufficientemente. Tutta la linea politica
del partito negli anni immediatamente successivi alla scissione fu in primo
luogo condizionata da questa necessità: di mantenere strette le
file del partito, aggredito fisicamente dalla offensiva fascista da una
parte, e dai miasmi cadaverici della decomposizione socialista dall'altra. Era naturale che in tali condizioni
si sviluppassero nell'interno del nostro partito sentimenti e stati d'animo
di carattere corporativo e settario. Il problema generale politico, inerente
all'assistenza e allo sviluppo del partito non era visto nel senso di una
attività per la quale il partito dovesse tendere a conquistare le
più larghe masse e ad organizzare le forze sociali necessarie per
sconfiggere la borghesia e conquistare il potere, ma era visto come il
problema della esistenza stessa del partito. La scissione di Livorno
Il fatto della scissione fu
visto nel suo valore immediato e meccanico e noi commetteremmo, in altro
senso sia pure, lo stesso errore che era stato commesso da Serrati. Il
compagno Lenin aveva dato la formula lapidaria del significato della scissione,
in Italia, quando aveva detto al compagno Serrati: "Separatevi da Turati,
e poi fate l'alleanza con lui". Questa formula avrebbe dovuto
essere da noi adattata alla scissione avvenuta in forma diversa da quella
prevista da Lenin. Dovevamo cioè, come era indispensabile e storicamente
necessario, separarci non solo dal riformismo, ma anche dal massimalismo
che in realtà rappresentava e rappresenta l'opportunismo tipico
italiano del movimento operaio; ma dopo di ciò e pur continuando
la lotta ideologica e organizzativa contro di essi, cercare di fare una
alleanza contro la reazione. Per gli elementi dirigenti del
nostro partito, ogni azione dell'Internazionale, rivolta ad ottenere un
riavvicinamento a questa linea, apparve come se fosse una sconfessione
implicita della scissione di Livorno, come una manifestazione di pentimento. Si disse che, accettando una
tale impostazione della lotta politica, si veniva ad ammettere che il nostro
partito era solamente una nebulosa indefinita, mentre era giusto ed era
necessario affermare che il nostro partito, nascendo, aveva risolto definitivamente
il problema della formazione storica del partito del proletariato italiano. Questa opinione era rafforzata
dalle non lontane esperienze della rivoluzione soviettista in Ungheria,
dove la fusione tra comunisti e socialdemocratici fu certamente uno degli
elementi che contribuirono alla disfatta. La portata dell'esperienza ungherese
In realtà l'impostazione
data a questo problema dal nostro partito era falsa e andò sempre
più manifestandosi come tale alle larghe masse del partito. Proprio
l'esperienza ungherese avrebbe dovuto convincerci che la linea seguita
dall'Internazionale nella formazione dei partiti comunisti non era quella
che noi le attribuivamo. E' noto infatti che il compagno Lenin cercò
di opporsi strenuamente alla fusione tra comunisti e socialdemocratici
ungheresi, nonostante che questi ultimi si dichiarassero fautori della
dittatura del proletariato. Si può dire perciò che il compagno
Lenin fosse in generale contrario alle fusioni? Certamente no. Il problema
era visto dal compagno Lenin e dall'Internazionale come un processo dialettico,
attraverso il quale l'elemento comunista, cioè la parte più
avanzata e cosciente del proletariato, si pone, sia nell'organizzazione
del partito della classe operaia, sia nella funzione di direzione delle
grandi masse, alla testa di tutto ciò che di onesto e attivo si
è formato ed esiste nella classe. In Ungheria è stato un
errore distruggere l'organizzazione indipendente comunista nel momento
della presa del potere, per dissolvere e diluire il raggruppamento costituito
nella più vasta ed amorfa organizzazione socialdemocratica che non
poteva non riprendere predominio. Anche per l'Ungheria il compagno Lenin
aveva formulato la linea del nostro vecchio partito come un'alleanza con
la socialdemocrazia, non come una fusione. Alla fusione si sarebbe arrivati
più tardi, quando il processo del predominio del raggruppamento
comunista si fosse sviluppato sulla scala più larga nel campo dell'organizzazione
di partito, dell'organizzazione sindacale e dell'apparato statale, e cioè
con la separazione organica e politica degli operai rivoluzionari dai capi
opportunisti. Per l'Italia il problema si poneva
in termini ancora più semplici che in Ungheria, perché non
solo il proletariato non aveva conquistato il potere, ma iniziava, proprio
nel momento della formazione del partito, un grande movimento di ritirata.
Porre in Italia la questione della formazione del partito, così
com'era stato indicato dal compagno Lenin nella sua formula espressa a
Serrati, significava - nell'arretramento del proletariato che si iniziava
allora - dare la possibilità al nostro partito di raggruppare intorno
a sé quegli elementi del proletariato che avrebbero dovuto resistere,
ma che sotto la direzione massimalista erano travolti nella rotta generale
e cadevano progressivamente nella passività. Ciò significava
che la tattica suggerita da Lenin e dall'Internazionale era l'unica capace
di rafforzare e sviluppare i risultati della scissione di Livorno e di
fare veramente del nostro partito, fin d'allora, non solo in astratto e
come affermazione storica, ma in forma effettiva, il partito dirigente
della classe operaia. Per questa falsa impostazione
del problema, noi ci siamo mantenuti sulle posizioni avanzate, da soli
e con la frazione di masse immediatamente più vicina al partito,
ma non abbiamo fatto quanto era necessario per mantenere sulle nostre posizioni
il proletariato nel suo complesso, il quale tuttavia era ancora animato
da un grande spirito di lotta, come è dimostrato da tanti episodi
spesso eroici della resistenza opposta all'avanzata avversaria. Il partito negli anni 1921-22
Un altro degli elementi di debolezza
della nostra organizzazione è consistito nel fatto che tali problemi,
data la difficoltà della situazione e dato che le forze del partito
erano assorbite dalla lotta immediata per la propria difesa fisica, non
divennero oggetto di discussione alla base e quindi elemento di sviluppo
della capacità ideologica e politica del partito. Avvenne così
che il I Congresso del partito, quello tenuto a Livorno nel teatro San
Marco subito dopo la scissione, si pose solo dei compiti di carattere organizzativo
immediato: formazione degli organismi centrali e inquadramento generale
del partito. Il II Congresso avrebbe potuto
e forse dovuto esaminare e impostare le suddette questioni, ma a ciò
si opposero i seguenti elementi:
La crisi subita sia dalla classe dominante che dal proletariato nel periodo precedente l'avvento del fascismo al potere, pose nuovamente il nostro partito dinanzi ai problemi che il Congresso di Roma non aveva avuto la possibilità di risolvere. In che cosa consistette questa crisi? I gruppi di sinistra della borghesia, fautori a parole di un governo democratico che si proponesse di arginare energicamente il movimento fascista, avevano reso arbitro il Partito socialista di accettare o non accettare questa soluzione per liquidarlo politicamente sotto il cumulo della responsabilità di un mancato accordo antifascista. In questo modo di porre la questione da parte dei democratici era implicita la preventiva capitolazione dinanzi al movimento fascista, fenomeno che si riprodusse poi nella crisi Matteotti. Tuttavia tale impostazione se
ebbe in un primo tempo il potere di determinare una chiarificazione nel
Partito socialista, essendosi in base ad essa prodotta la scissione dei
massimalisti dai riformisti, aggravava però la situazione del proletariato.
Infatti la scissione rendeva infruttuosa la tattica proposta dai democratici,
in quanto il governo di sinistra da questi prospettato doveva comprendere
il Partito socialista unito, cioè significare la cattura della maggioranza
della classe proletaria organizzata nell'ingranaggio dello Stato borghese,
anticipando la legislazione fascista e rendendo politicamente inutile l'esperimento
diretto fascista. D'altronde la scissione, come
apparve più chiaramente in seguito, solo macchinalmente aveva portato
a uno sbalzo a sinistra dei massimalisti, i quali, se affermavano di voler
aderire all'Internazionale comunista e quindi di riconoscere l'errore commesso
a Livorno, si muovevano però con tante riserve e reticenze mentali
da neutralizzare il risveglio rivoluzionario che la scissione aveva determinato
nelle masse, portandole così a nuove disillusioni e a una ricaduta
di passività, di cui approfittò il fascismo per effettuare
la marcia su Roma. Il nuovo corso del partito Appare sempre più evidente
che occorre far uscire il partito dalla posizione mantenuta nel 1921-22,
se si vuole che il movimento comunista si sviluppi parallelamente alla
crisi che subisce la classe dominante. La pregiudiziale che aveva avuto
una così larga importanza nel passato, per la quale occorreva prima
di tutto mantenere l'unità organizzativa del partito, veniva a cadere
per il fatto che nella situazione di conflitto tra il nostro partito e
l'Internazionale, si costituiva nelle nostre file uno stato di frazione
latente che trovava la sua espressione in gruppi nettamente di destra,
spesso con carattere nettamente liquidazionista. Tardare ancora a porre in tutta
la loro ampiezza le questioni fondamentali di tattica, sulle quali fino
ad allora si era esitato ad aprire la discussione, avrebbe significato
determinare una crisi generale del partito senza uscita. Avvennero così
nuovi raggruppamenti che andarono sempre più sviluppandosi, fino
alla vigilia del nostro III Congresso, quando fu possibile accertare che
non solo la grande maggioranza alla base del partito (che non era stata
mai apertamente interpellata), ma anche la maggioranza del vecchio gruppo
dirigente si era staccata nettamente dalla concezione e dalla posizione
politica di estrema sinistra, per portarsi completamente sul terreno dell'Internazionale
e del leninismo. L'importanza del III Congresso Da ciò che è stato
detto finora, appare chiaramente quanto fossero grandi l'importanza e i
compiti del nostro III Congresso. Esso doveva chiudere tutta un'epoca della
vita del nostro partito, ponendo termine alla crisi interna, e determinando
uno schieramento stabile di forze tale da permettere uno sviluppo normale
della sua capacità di direzione politica delle masse da parte del
partito e quindi della sua capacità d'azione. Ha il congresso effettivamente
risolto questi compiti? Indubbiamente tutti i lavori del congresso hanno
dimostrato che, nonostante le difficoltà della situazione, il nostro
partito sia riuscito a risolvere la sua crisi di sviluppo, raggiungendo
un livello di omogeneità, di compattezza e di stabilizzazione notevole
e certamente superiore a quello di molte altre sezioni dell'Internazionale.
L'intervento nelle discussioni di congresso dei delegati di base, alcuni
dei quali venuti dalle regioni dove più è difficile l'attività
del partito, ha dimostrato come gli elementi fondamentali del dibattito,
fra l'Internazionale e il Comitato centrale da una parte e l'opposizione
dall'altra, siano stati non solo meccanicamente assorbiti dal partito,
ma, avendo determinato una convinzione consapevole e diffusa, abbiano contribuito
ad elevare, in misura impreveduta anche dagli stessi compagni più
ottimisti, il tono della vita intellettuale della massa dei compagni e
la loro capacità di direzione e di iniziativa politica. Questo ci
pare il significato più rilevante del congresso. E' risultato che il nostro partito
non solo può dirsi di massa per l'influenza che esso esercita sui
larghi strati della classe operaia e della massa contadina, ma perché
ha acquistato nei singoli elementi che lo compongono una capacità
di analisi delle situazioni, di iniziativa politica e di forza dirigente
che nel passato gli mancavano e che sono la base della sua capacità
di direzione collettiva. D'altronde tutto lo svolgimento dei lavori condotti
alla base per organizzare ideologicamente e praticamente il Congresso nelle
regioni e nelle province dove la repressione poliziesca vigila con maggiore
intensità ogni movimento dei nostri compagni, e il fatto che si
sia riusciti per sette giorni a tenere uniti oltre sessanta compagni per
il congresso del partito, e quasi altrettanti per il congresso giovanile,
sono di per sé stessi una prova dello sviluppo più sopra
accennato. E' evidente per tutti che tutto
questo movimento di compagni e di organizzazioni non è solamente
un puro fatto organizzativo, ma costituisce di per sé un'altissima
manifestazione di valore politico. Poche cifre in proposito. Sono state
tenute nella prima fase della preparazione congressuale dalle due alle
tre mila riunioni di base che hanno culminato in oltre un centinaio di
congressi provinciali, ove furono scelti, dopo ampie discussioni, i delegati
al congresso. Valore politico e risultati acquisiti
Ogni operaio è in grado
di apprezzare tutto il significato di queste poche cifre che è possibile
pubblicare, dopo cinque anni dall'epoca dell'occupazione delle fabbriche
e tre anni di governo fascista che ha intensificato l'opera generale di
controllo su ogni attività di massa e ha realizzato un'organizzazione
di polizia che è grandemente superiore alle organizzazioni poliziesche
precedentemente esistite. Poiché la maggiore debolezza
dell'organizzazione operaia tradizionale si manifestava essenzialmente
nello squilibrio permanente e che diventava catastrofico nei momenti culminanti
dell'attività di massa, tra la potenzialità dei quadri organizzativi
di partito e la spinta spontanea dal basso, è evidente che il nostro
partito è riuscito, nonostante le condizioni estremamente sfavorevoli
dell'attuale periodo, a superare in misura notevole questa debolezza e
a predisporre forze organizzative coordinate e centralizzate che assicurano
la classe operaia contro gli errori e le insufficienze che si verificavano
nel passato. E' questo un altro dei significati più importanti del
nostro congresso: la classe operaia è capace di azione e dimostra
di essere storicamente in grado di compiere la sua missione direttrice
nella lotta anticapitalistica, nella misura in cui riesce ad esprimere
dal suo seno tutti gli elementi tecnici che nella società moderna
si dimostrano indispensabili per l'organizzazione concreta delle istituzioni
in cui si realizzerà il programma proletario. E da questo punto di vista occorre
analizzare tutta l'attività del movimento fascista dal 1921 fino
alle ultime leggi fascistissime: essa è stata sistematicamente rivolta
a distruggere i quadri che il movimento proletario e rivoluzionario aveva
faticosamente elaborato in quasi cinquant'anni di storia. In questo modo
il fascismo riusciva nella praticità immediata a privare la classe
operaia della sua autonomia e indipendenza politica e la costringeva o
alla passività, cioè a una subordinazione inerte all'apparato
statale, oppure, nei momenti di crisi politica, come nel periodo Matteotti,
a ricercare quadri di lotta in altre classi meno esposte alla repressione. Il nostro partito è rimasto
il solo meccanismo che la classe operaia abbia a sua disposizione per selezionare
nuovi quadri dirigenti di classe, cioè per riconquistare la sua
indipendenza ed autonomia politica. Il congresso ha dimostrato come il
nostro partito sia riuscito brillantemente a risolvere questo compito essenziale.
Due erano gli obiettivi fondamentali che dovevano essere raggiunti dal
congresso:
I problemi che si ponevano per raggiungere concreti obiettivi non sono naturalmente indipendenti l'uno dall'altro, ma sono coordinati nel quadro della concezione generale del leninismo. La discussione del congresso perciò, anche quando si svolgeva intorno agli aspetti tecnici di ogni singola questione pratica, poneva la quistione generale dell'accettazione o meno del leninismo. Il congresso doveva quindi servire a mettere in evidenza in quale misura il nostro partito era diventato un partito bolscevico. Gli obiettivi fondamentali
Partendo da un apprezzamento
storico e politico immediato della funzione della classe operaia nel nostro
paese, il congresso dette una soluzione a tutta una serie di problemi che
possono raggrupparsi così: 1) Rapporti fra il Comitato
centrale del partito e la massa del partito. a) In questo gruppo di problemi
rientra la discussione generale sulla natura del partito, sulla necessità
che esso sia un partito di classe, non solo astrattamente, cioè
in quanto il programma accettato dai suoi membri esprime le aspirazioni
del proletariato, ma per così dire, fisiologicamente, in quanto
cioè la grande maggioranza dei suoi componenti è formata
di proletari e in esso si riflettono e si riassumono solamente i bisogni
e la ideologia di una sola classe: il proletariato. b) La subordinazione completa
di tutte le energie del partito in tal modo socialmente unificato alla
direzione del Comitato centrale. La lealtà di tutti gli elementi
del partito verso il Comitato centrale deve diventare non solo un fatto
puramente organizzativo e disciplinare, ma un vero principio di etica rivoluzionaria. Occorre infondere nelle masse
del partito una convinzione così radicata di questa necessità,
che le iniziative frazionistiche e ogni tentativo in generale di disgregare
la compagine del partito debbano trovare alla base una reazione spontanea
e immediata che le soffochi sul nascere. L'autorità del Comitato
centrale, tra un congresso e l'altro, non deve mai essere posta in discussione,
e il partito deve diventare un blocco omogeneo. Solo a tale condizione
il partito sarà in grado di vincere i nemici di classe. Come potrebbe
la massa dei senza-partito aver fiducia che lo strumento di lotta rivoluzionaria,
il partito, riesca a condurre senza tentennamenti e senza oscillazioni
la lotta implacabile per conquistare e mantenere il potere, se la Centrale
del partito non ha la capacità e l'energia necessaria per eliminare
tutte le debolezze che possono incrinare la sua compattezza? I due punti
precedenti sarebbero di impossibile realizzazione se, nel partito, alla
omogeneità sociale e alla compattezza monolitica della organizzazione
non si aggiungesse la coscienza diffusa di una omogeneità ideologica
e politica. Concretamente la linea che il
partito deve seguire può essere espressa in questa formula: il nucleo
della organizzazione di partito consiste in un forte Comitato centrale,
strettamente collegato con la base proletaria del partito stesso, sul terreno
della ideologia e della tattica del marxismo e del leninismo. Su questa
serie di problemi la enorme maggioranza del congresso si è nettamente
pronunciata in senso favorevole alle tesi del comitato centrale ed ha respinto
non solo senza la minima concessione, ma anzi insistendo sulla necessità
della intransigenza teorica e della inflessibiltà pratica, le concezioni
dell'opposizione che potrebbe mantenere il partito in uno stato di deliquescenza
e di amorfismo politico e sociale. 2) Rapporti del partito con la
classe proletaria (cioè la classe di cui il partito è il
diretto rappresentante, con la classe che ha il compito di dirigere la
lotta anticapitalistica e di organizzare la nuova società). In questo gruppo di problemi
rientra l'apprezzamento della funzione del proletariato nella società
italiana, cioè del grado di maturità di tale società
a trasformarsi da capitalista in socialista e quindi delle possibilità
per il proletariato di diventare classe indipendente e dominante. Il congresso
ha perciò discusso: a) la quistione sindacale, che per noi è
essenzialmente quistione della organizzazione delle più larghe masse,
come classe a sé stante, sulla base degli interessi economici immediati,
e come terreno di educazione politica rivoluzionaria; b) la quistione del
fronte unico, cioè dei rapporti di direzione politica fra la parte
più avanzata del proletariato e le frazioni meno avanzate di esso. 3) Rapporti della classe proletaria
nel suo complesso con le altre forze sociali che oggettivamente sono sul
terreno anticapitalistico, quantunque siano dirette da partiti e gruppi
politici legati alla borghesia; quindi in primo luogo i rapporti fra il
proletariato e i contadini. Anche su tutta quest'altra serie
di problemi la enorme maggioranza del congresso respinse le concezioni
errate dell'opposizione e si schierò in favore delle soluzioni date
dal Comitato centrale. Come si sono schierate le forze del congresso
Accennammo già all'atteggiamento
che la stragrande maggioranza del congresso ha assunto nei riguardi delle
soluzioni da dare ai problemi essenziali nel periodo attuale. E' opportuno
però analizzare più dettagliatamente l'atteggiamento assunto
dall'opposizione e accennare, sia pure brevemente, ad altri atteggiamenti
che si sono presentati al congresso come atteggiamenti individuali, ma
che potrebbero nell'avvenire coincidere con determinati momenti transitori
nello sviluppo della situazione italiana, e che perciò devono essere
fin da ora denunziati e combattuti. Abbiamo già accennato
nei primi paragrafi di questa esposizione ai modi e alle forme che hanno
caratterizzato la crisi di sviluppo del nostro partito negli anni dal 1921
al 1924. Ricorderemo brevemente come al V Congresso mondiale la crisi stessa
trovasse una soluzione provvisoria organizzativa con la costituzione di
un Comitato centrale che nel suo complesso si poneva completamente sul
terreno del leninismo e della tattica dell'Internazionale comunista, ma
che si scomponeva in tre parti, di cui, una, che aveva la maggioranza più
uno del comitato stesso, rappresentava gli elementi terzini, entrati nel
partito dopo la fusione. Nonostante le sue intrinseche
debolezze, tuttavia per il fatto che la funzione dirigente nel suo seno
era nettamente esercitata dal cosiddetto gruppo di centro, cioè
dagli elementi di sinistra staccatisi dal gruppo dirigente di Livorno,
il Comitato centrale riuscì ad impostare e a risolvere energicamente
il problema della bolscevizzazione del partito e del suo accordo completo
con le direttive dell'Internazionale comunista. Atteggiamenti dell'estrema sinistra
Certamente vi furono delle resistenze,
e l'episodio culminante di esse, che tutti i compagni ricordano, fu la
costituzione del Comitato d'intesa, cioè del tentativo di costituire
una frazione organizzata che si contrapponesse al Comitato centrale nella
direzione del partito. In realtà la costituzione del Comitato d'intesa
fu il sintomo più rilevante della disgregazione dell'estrema sinistra,
la quale, poiché sentiva di perdere progressivamente terreno nelle
file del partito, cercò di galvanizzare con un atto clamoroso di
ribellione le poche forze che ancora le rimanevano. E' notevole il fatto che dopo
la sconfitta ideologica e politica subita dall'estrema sinistra già
nel periodo precongressuale, il nucleo di essa più resistente sia
andato assumendo posizioni sempre più settarie e di ostilità
verso il partito dal quale si sentiva ogni giorno più lontano e
staccato. Questi compagni non solo continuarono a mantenersi sul terreno
della più strenua opposizione su determinati punti concreti della
ideologia e della politica del partito e dell'Internazionale, ma cercarono
sistematicamente motivi di opposizione su tutti i punti, in modo da presentarsi
in blocco quasi come un partito nel partito. E' facile immaginare che, partendo
da una tale posizione, si dovesse arrivare, durante lo svolgimento del
congresso, ad atteggiamenti teorici e pratici, nei quali la drammaticità
che era un riflesso della situazione generale in cui il partito deve muoversi,
difficilmente era distinguibile da un certo istrionismo, che appariva di
maniera a chi realmente aveva lottato e si era sacrificato per la classe
proletaria. In quest'ordine di avvenimenti
dev'essere posta, ad esempio, la pregiudiziale presentata dall'opposizione,
subito alla apertura del congresso, con la quale la validità deliberativa
di esso veniva contestata, cercandosi in tal modo di precostituire un alibi
per una possibile ripresa di attività frazionistica e per un possibile
misconoscimento dell'autorità della nuova dirigenza del partito. Alla massa dei congressisti,
che conoscevano quali sacrifici e quali sforzi organizzativi fosse costata
la preparazione del congresso, questa pregiudiziale apparve una vera e
propria provocazione e non è senza significato che gli unici applausi
(il regolamento del congresso proibiva per ragioni comprensibili ogni manifestazione
clamorosa di consenso o di biasimo) furono rivolti all'oratore che stigmatizzò
l'atteggiamento assunto dall'opposizione e sostenne la necessità
di rafforzare dimostrativamente il nuovo comitato da eleggersi con mandato
specifico di implacabile rigore contro qualsiasi iniziativa che praticamente
mettesse in dubbio l'autorità del congresso e l'efficienza delle
sue deliberazioni. Affioramento di deviazioni di destra
Allo stesso ordine di avvenimenti,
e in modo aggravato per la forma manierata e teatrale, appartiene anche
l'atteggiamento assunto dall'opposizione, prima della fine del congresso,
quando si stavano per trarre le conclusioni politico-organizzative dei
lavori del congresso stesso. Ma gli stessi elementi dell'opposizione poterono
avere la netta dimostrazione di quello che è lo stato d'animo diffuso
nelle file del partito: il partito non intende permettere che si giochi
più a lungo al frazionismo e all'indisciplina; il partito vuole
realizzare il massimo di direzione collettiva e non permetterà a
nessun singolo, qualunque sia il suo valore personale, di contrapporsi
al partito. Nelle sedute plenarie del congresso
l'opposizione di estrema sinistra è stata la sola opposizione ufficiale
e dichiarata. L'atteggiamento di opposizione sulla quistione sindacale
assunto da due membri del vecchio Comitato centrale per il suo carattere
di improvvisazione e di impulsività, è da considerarsi piuttosto
come un fenomeno individuale di isterismo politico, che di opposizione
in senso sistematico. Durante i lavori della commissione
politica invece ci fu una manifestazione che, se può ritenersi per
adesso di carattere puramente individuale deve essere considerata, dati
gli elementi ideologici che ne formavano la base, come una vera e propria
piattaforma di destra, che potrebbe essere presentata al partito in una
situazione determinata, e che perciò doveva essere, come fu, respinta
senza esitazione, dato specialmente che di essa si era fatto portavoce
un membro del vecchio Comitato centrale. Questi elementi ideologici sono:
Il primo e il secondo di tali elementi sono contrari alle decisioni del III Congresso: il terzo è fuori dalla concezione marxista dello Stato. Tutti i tre insieme rivelano un orientamento a concepire la soluzione della crisi della società borghese all'infuori della rivoluzione. La linea politica fissata dal partito Quistione ideologica.Su
tale quistione il congresso affermò la necessità che sia
sviluppato dal partito tutto un lavoro di educazione che rafforzi la conoscenza
della nostra dottrina marxista nelle file del partito e sviluppi la capacità
del più largo strato dirigente. Su questo punto l'opposizione cercò
di fare un'abile diversione: riesumò alcuni vecchi articoli e brani
di articoli di compagni della maggioranza del partito per sostenere che
essi solo relativamente tardi hanno accettato integralmente la concezione
del materialismo storico quale risulta dalle opere di Marx e di Engels,
e sostenevano invece la interpretazione che del materialismo storico era
data da Benedetto Croce. Poiché è noto che anche le tesi
di Roma sono state giudicate come essenzialmente ispirate dalla filosofia
crociana, questa argomentazione dell'opposizione apparve come ispirata
a pura demagogia congressuale. In ogni caso, poiché la
quistione non è di individui singoli, ma di masse, la linea stabilita
dal congresso, della necessità di un lavoro specifico di educazione
per elevare il livello della cultura generale marxista del partito, riduce
la polemica dell'opposizione a una esercitazione erudita di ricerca di
elementi biografici più o meno interessanti sullo sviluppo intellettuale
di singoli compagni. Tattica del partito. Il
congresso ha approvato e ha difeso energicamente contro gli attacchi dell'opposizione
la tattica seguita dal partito nell'ultimo periodo della storia italiana
caratterizzato dalla crisi Matteotti. Occorre dire che l'opposizione non
ha cercato di contrapporre all'analisi che della situazione italiana è
stata fatta dalla Centrale nelle tesi per il congresso né un'altra
analisi che portasse a stabilire una linea tattica diversa, né delle
correzioni parziali che giustificassero una posizione di principio. E' stato caratteristico anzi
della falsa posizione della estrema sinistra il fatto che mai le sue osservazioni
e le sue critiche si siano basate su un esame né approfondito e
neanche superficiale dei rapporti di forza e delle condizioni generali
esistenti nella società italiana. Risultò così chiaramente
come il metodo proprio dell'estrema sinistra, e che l'estrema sinistra
dice essere dialettico, non è il metodo della dialettica materialistica
proprio di Marx, ma il vecchio metodo della dialettica concettuale proprio
della filosofia premarxista e persino prehegeliana. All'analisi oggettiva delle forze
in lotta e della direzione che esse assumono contraddittoriamente in rapporto
allo sviluppo delle forze materiali della società, l'opposizione
sostituiva la affermazione di essere in possesso di uno speciale e misterioso
"fiuto" secondo il quale il partito dovrebbe essere diretto. Strana aberrazione
che autorizzava il congresso a giudicare estremamente pericoloso e deleterio
per il partito un tale metodo che porterebbe solo a una politica di improvvisazione
e di avventure. Che d'altronde l'opposizione
non abbia mai posseduto un proprio metodo capace di sviluppare le forze
del partito e le energie rivoluzionarie del proletariato che possa essere
contrapposto al metodo marxista-leninista, è dimostrato dall'attività
svolta dal partito negli anni 1921-22, quando era politicamente diretto
da alcuni degli attuali irriducibili oppositori. A questo proposito furono dal
congresso analizzati due momenti della situazione italiana, e cioè
l'atteggiamento assunto dalla direzione del partito nel febbraio 1921,
quando fu sferrata l'offensiva frontale dal fascismo in Toscana e in Puglia,
e l'atteggiamento della stessa direzione verso il movimento degli arditi
del popolo. Dall'analisi di questi due momenti risultò come il metodo
affermato dall'opposizione porti solo alla passività e alla inazione
e consista in ultima analisi semplicemente nel trarre dagli avvenimenti
ormai svoltisi senza l'intervento del partito nel suo complesso, degli
insegnamenti di solo carattere pedagogico e propagandistico. La quistione sindacale
Nel campo sindacale il difficile
compito del partito consiste nel trovare un giusto accordo fra queste due
linee di attività pratica:
E' chiaro d'altronde che questa tattica del partito corrisponde allo sviluppo normale dell'organizzazione di massa proletaria, quale si era verificata durante e dopo la guerra, cioè nel periodo in cui il proletariato ha incominciato a porsi il problema di una lotta a fondo contro la borghesia per la conquista del potere. In questo periodo la tradizionale forma organizzativa del sindacato di mestiere era stata integrata da tutto un sistema di rappresentanze elettive di fabbrica, cioè dalle commissioni interne. E' noto anche che, specialmente
durante la guerra, quando le centrali sindacali aderirono ai comitati di
mobilitazione industriale e determinarono quindi una situazione di "pace
industriale" per alcuni aspetti analoga a quella presente, le masse operaie
di tutti i paesi (Italia, Francia, Russia, Inghilterra e anche Stati Uniti)
ritrovarono le vie della resistenza e della lotta sotto la guida delle
rappresentanze elettive operaie di fabbrica. La tattica sindacale del partito
consiste essenzialmente nello sviluppare tutta l'esperienza organizzativa
delle grandi masse premendo sulle possibilità di immediata realizzazione,
considerate le difficoltà oggettive che sono state create al movimento
sindacale dal regime borghese da una parte e dal riformismo confederale
dall'altra. Questa linea è stata approvata integralmente dalla stragrande
maggioranza del congresso. Intorno ad essa tuttavia avvennero le discussioni
più appassionate, e l'opposizione fu rappresentata, oltre che dall'estrema
sinistra, anche da due membri della Centrale, così come abbiamo
già accennato. Un oratore sostenne che il sindacato è storicamente
superato, perché unica azione di massa del partito deve essere quella
che si svolge nelle fabbriche. Questa tesi, legata alle più assurde
posizioni dell'infantilismo estremista, fu nettamente ed energicamente
respinta dal congresso. Per un altro oratore invece l'unica
attività del partito in questo campo deve essere l'attività
organizzativa sindacale tradizionale: Questa tesi è legata strettamente
ad una concezione di destra, cioè alla volontà di non urtare
troppo gravemente con la burocrazia sindacale riformista che si oppone
strenuamente ad ogni organizzazione di massa. L'opposizione dell'estrema sinistra
era guidata da due direttive fondamentali: la prima, di carattere essenzialmente
congressuale, tendeva alla dimostrazione che la tattica delle organizzazioni
di fabbrica, sostenuta dal Comitato centrale e dalla maggioranza del congresso,
è legata alla concezione dell' "Ordine Nuovo" settimanale che, secondo
l'estrema sinistra, era proudhoniana e non marxista; l'altra è legata
alla quistione di principio in cui l'estrema sinistra si contrappone nettamente
al leninismo: il leninismo sostiene che il partito guida la classe attraverso
le organizzazioni di massa e sostiene quindi come uno dei compiti essenziali
del partito lo sviluppo dell'organizzazione di massa; per l'estrema sinistra
invece questo problema non esiste, e si danno al partito tali funzioni
che possono portare da una parte alle peggiori catastrofi e dall'altra
ai più pericolosi avventurismi. Il Congresso ha rigettato tutte
queste deformazioni della tattica sindacale comunista, pur ritenendo necessario
insistere con particolare energia sulla necessità di una maggiore
e più attiva partecipazione dei comunisti al lavoro di organizzazione
sindacale tradizionale. La quistione agraria
Il partito ha cercato, per ciò
che riguarda la sua azione tra i contadini, di uscire dalla sfera della
semplice propaganda ideologica tendente a diffondere solo astrattamente
i termini generali della soluzione leninista del problema stesso, per entrare
nel terreno pratico dell'organizzazione e dell'azione politica reale. E'
evidente che ciò era più facile da ottenersi in Italia che
negli altri paesi perché nel nostro paese il processo di differenziazione
delle grandi masse della popolazione è per certi aspetti più
avanzato che altrove, in conseguenza della situazione politica attuale. D'altronde una tale quistione,
dato che il proletariato industriale è da noi solo una minoranza
della popolazione lavoratrice, si pone con maggiore intensità che
altrove. Il problema di quali siano le forze motrici della rivoluzione
e quello della funzione direttiva del proletariato si presentano in Italia
in forme tali da domandare una particolare attenzione del nostro partito
e la ricerca di soluzioni concrete ai problemi generali che si riassumono
nell'espressione: quistione agraria. La grande maggioranza del congresso
ha approvato l'impostazione che il partito ha dato a questi problemi e
ha affermato la necessità di una intensificazione del lavoro secondo
la linea generale già parzialmente applicata. In che cosa consiste
praticamente questa attività? Il partito deve tendere a creare in
ogni regione delle unioni regionali dell'Associazione di difesa dei contadini:
ma, entro questi quadri organizzativi più larghi, occorre distinguere
quattro raggruppamenti fondamentali delle masse contadine, per ognuno dei
quali è necessario trovare atteggiamenti e soluzioni politiche ben
precise e complete. Uno di questi raggruppamenti
è costituito dalle masse dei contadini slavi dell'Istria e del Friuli,
la cui organizzazione è legata strettamente alla quistione nazionale.
Un secondo è costituito dal particolare movimento contadino che
si riassume sotto il titolo di "Partito dei contadini" e che ha la sua
base specialmente nel Piemonte; per questo raggruppamento, di carattere
aconfessionale e di carattere più strettamente economico, vale l'applicazione
dei termini generali della tattica agraria del leninismo, dato anche il
fatto che tale raggruppamento esiste nella regione in cui esiste uno dei
centri proletari più efficienti in Italia. I due altri raggruppamenti sono
di gran lunga i più considerevoli e sono quelli che domandano la
maggiore attenzione del partito, e cioè:
Per ciò che riguarda i contadini cattolici, il congresso ha deciso che il partito deve continuare e deve sviluppare la linea che consiste nel favorire le formazioni di sinistra che si verificano in questo campo e che sono strettamente collegate alla crisi generale agraria iniziatasi già prima della guerra nel centro e nel nord d'Italia. Il Congresso ha affermato che l'atteggiamento assunto dal partito verso i contadini cattolici, sebbene contenga in sé alcuni degli elementi essenziali per la soluzione del problema politico-religioso italiano, non deve in nessun modo condurre a favorire i tentativi, che possono nascere, di movimenti ideologici di natura strettamente religiosa. Il compito del partito consiste nello spiegare i conflitti che nascono sul terreno della religione come derivanti dai conflitti di classe e nel tendere a mettere sempre in maggior rilievo i caratteri di classe di questi conflitti e non, viceversa, nel favorire soluzioni religiose dei conflitti di classe, anche se tali soluzioni si presentano come di sinistra in quanto mettono in discussione l'autorità dell'organizzazione ufficiale religiosa. La quistione dei contadini meridionali
è stata esaminata dal congresso con particolare attenzione. Il congresso
ha riconosciuto esatta l'affermazione contenuta nelle tesi della Centrale,
secondo la quale la funzione della massa contadina meridionale nello svolgimento
della lotta anticapitalistica italiana deve essere esaminata a sé
e portare alla conclusione che i contadini meridionali sono, dopo il proletariato
industriale e agricolo dell'Italia del nord, l'elemento sociale più
rivoluzionario della società italiana. Quale è la base materiale
e politica di questa funzione delle masse contadine del sud? I rapporti
che intercorrono tra il capitalismo italiano e i contadini meridionali
non consistono solamente nei normali rapporti storici tra città
e campagna, quali sono stati creati dallo sviluppo del capitalismo in tutti
i paesi del mondo; nel quadro della società nazionale questi rapporti
sono aggravati e radicalizzati dal fatto che economicamente e politicamente
tutta la zona meridionale e delle isole funziona come una immensa campagna
di fronte all'Italia del Nord, che funziona come una immensa città. Una tale situazione determina
nell'Italia meridionale il formarsi e lo svilupparsi di determinati aspetti
di una quistione nazionale, se pure immediatamente essi non assumano una
forma esplicita di tale quistione nel suo complesso, ma solo di una vivacissima
lotta a carattere regionalistico e di profonde correnti verso il decentramento
e le autonomie locali. Ciò che rende caratteristica
la situazione dei contadini meridionali è il fatto che essi, a differenza
dei tre raggruppamenti precedentemente descritti, non hanno nel loro complesso
nessuna esperienza organizzativa autonoma. Essi sono inquadrati negli schemi
tradizionali della società borghese, per cui gli agrari, parte integrante
del blocco agrario-capitalistico, controllano le masse contadine e le dirigono
secondo i loro scopi. In conseguenza della guerra e
delle agitazioni operaie del dopoguerra che avevano profondamente indebolito
l'apparato statale e quasi distrutto il prestigio sociale delle classi
superiori nominate, le masse contadine del Mezzogiorno si sono risvegliate
alla vita propria e faticosamente hanno cercato un proprio inquadramento.
Così si sono avuti movimenti degli ex combattenti e i vari partiti
cosiddetti di "rinnovamento" che cercavano di sfruttare questo risveglio
della massa contadina, qualche volta secondandolo come nel periodo dell'occupazione
delle terre, più spesso cercando di deviarlo e quindi consolidarlo
in una posizione di lotta per la cosiddetta democrazia, come è ultimamente
avvenuto con la costituzione della "Unione nazionale". Gli ultimi avvenimenti della
vita italiana che hanno determinato un passaggio in massa della piccola
borghesia meridionale al fascismo, hanno resa più acuta la necessità
di dare ai contadini meridionali una direzione propria per sottrarsi definitivamente
all'influenza borghese agraria. Il solo organizzatore possibile
della massa contadina meridionale è l'operaio industriale, rappresentato
dal nostro partito. Ma perché questo lavoro di organizzazione sia
possibile ed efficace occorre che il nostro partito distrugga nell'operaio
industriale il pregiudizio inculcatogli dalla propaganda borghese che il
Mezzogiorno sia una palla di piombo che si oppone ai più grandi
sviluppi dell'economia nazionale e distrugga nel contadino meridionale
il pregiudizio ancora più pericoloso per cui egli vede nel nord
d'Italia un solo blocco di nemici di classe. Per ottenere questi risultati
occorre che il nostro partito svolga un'intensa opera di propaganda anche
nell'interno della sua organizzazione per dare a tutti i compagni una coscienza
esatta dei termini della quistione, la quale, se non sarà risolta
in modo chiaroveggente e rivoluzionariamente saggio per noi, renderà
possibile alla borghesia, sconfitta nella sua zona, di concentrarsi nel
sud per fare di questa parte d'Italia la piazza d'armi della sua controrivoluzione. Su tutta questa serie di problemi,
l'opposizione di estrema sinistra non riuscì a dire che delle barzellette
e dei luoghi comuni. La sua posizione essenziale fu quella di negare aprioristicamente
che questi problemi concreti esistono in sé, senza nessuna analisi
o dimostrazione neanche potenziale. Si può dire anzi che appunto
nei riguardi della quistione agraria, apparve la vera essenza della concezione
dell'estrema sinistra, la quale consiste in una specie di corporativismo
che aspetta meccanicamente dal solo sviluppo delle condizioni obiettive
generali la realizzazione dei fini rivoluzionari. Tale concezione fu, come
abbiamo detto, nettamente rigettata dalla stragrande maggioranza del congresso. Altri problemi trattati
Il congresso, dato il modo della
sua riunione e gli obiettivi che si proponeva, i quali riguardavano specialmente
l'organizzazione interna del partito ed il risanamento della crisi,
senza discussione ratificò le deliberazioni della recente Conferenza
di organizzazione, già pubblicate nell' "Unità". Per quanto riguarda la quistione
dell'organizzazione concreta del partito nell'attuale periodo, il congresso
non poté trattare ampiamente alcune quistioni che pure sono essenziali
per un partito proletario rivoluzionario. Così solo nelle tesi fu
esaminata la situazione internazionale in rapporto alla linea politica
dell'Internazionale comunista. Nella discussione del congresso
tale argomento fu solo sfiorato, e dei problemi internazionali si trattò
solo la parte riguardante le forme e i rapporti di organizzazione del Comintern,
poiché era questo un elemento della crisi interna del partito. Il congresso però ebbe
una larghissima ed esauriente relazione sui lavori del recente congresso
del partito russo e sul significato delle discussioni in esso svoltesi.
Così il congresso non si occupò del problema dell'organizzazione
nel campo femminile, né dell'organizzazione della stampa, argomenti
essenziali per il nostro movimento e che avrebbero meritato una trattazione
speciale. Anche la quistione della redazione
del programma del partito che era stata posta all'ordine del giorno non
fu trattata dal congresso. Pensiamo sia necessario rimediare a queste manchevolezze
con conferenze di partito, appositamente convocate a tale scopo. Conclusione
Nonostante queste parziali deficienze,
si può affermare, concludendo, che la massa di lavoro svolta dal
congresso sia stata veramente imponente. Il Congresso ha elaborato una
serie di risoluzioni e un programma di lavoro concreto tali da mettere
in grado la classe proletaria di sviluppare le sue energie e la sua capacità
di direzione politica nell'attuale situazione. Una condizione è specialmente
necessaria perché le risoluzioni del congresso non solo siano applicate,
ma diano tutti i frutti che esse possono dare: occorre che il partito si
mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo,
di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno. Tutti i compagni
del partito sono chiamati a realizzare una tale condizione. Nessuno può
mettere in dubbio che ciò sarà fatto con la più grande
delusione di tutti i nemici della classe operaia. |
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