Avvenimenti del 2-3
dicembre 1919
di Antonio Gramsci
"L'Ordine Nuovo", 6-13 dicembre 1919
| Piccola borghesia
Gli avvenimenti del 2-3 dicembre
sono un episodio culminante della lotta delle classi. La lotta non fu tra
proletari e capitalisti (questa lotta si svolge organicamente, come lotta
per i salari e per gli orari e come lavorìo tenace e paziente per
la creazione di un apparecchio di governo della produzione e delle masse
di uomini che sostituisca l'attuale apparecchio di Stato borghese); fu
tra proletari e piccoli e medi borghesi. La lotta è stata, in ultima
analisi, per la difesa dello Stato liberale democratico dalle strettoie
in cui lo tiene prigioniero una parte della classe borghese, la peggiore,
la più vile, la più inutile, la più parassitaria:
la piccola e media borghesia, la borghesia "intellettuale" (detta "intellettuale"
perché entrata in possesso, attraverso la facile e scorrevole carriera
della scuola media, di piccoli e medi titoli di studio generali), la borghesia
dei funzionari pubblici padre-figlio, dei bottegai, dei piccoli proprietari
industriali e agricoli, commercianti in città usurai nelle campagne. Questa lotta si è svolta
nell'unica forma in cui poteva svolgersi: disordinatamente, tumultuosamente,
con una razzìa condotta per le strade e per le piazze al fine di
liberare le strade e le piazze da una invasione di locuste putride e voraci.
Ma questa lotta, indirettamente sia pure, era connessa all'altra lotta,
alla superiore lotta di classi tra proletari e capitalisti: la piccola
e media borghesia è infatti la barriera di umanità corrotta,
dissoluta, putrescente con cui il capitalismo difende il suo potere economico
e politico, umanità servile, abietta, umanità di sicari e
di lacché, divenuta oggi la "serva padrona" che vuole prelevare
sulla produzione taglie superiori non solo alla massa di salario percepita
dalla classe lavoratrice, ma alle stesse taglie prelevate dai capitalisti;
espellerla dal campo sociale, come si espelle una volata di locuste da
un campo semidistrutto, col ferro e col fuoco, significa alleggerire l'apparato
nazionale di produzione e di scambio da una plumbea bardatura che lo soffoca
e gli impedisce di funzionare, significa purificare l'ambiente sociale
e trovarsi contro l'avversario specifico: la classe dei capitalisti proprietari
dei mezzi di produzione e di scambio. La guerra ha messo in valore la piccola
e media borghesia. Nella guerra e per la guerra,
l'apparecchio capitalistico di governo economico e di governo politico
si è militarizzato: la fabbrica è diventata una caserma,
la città è diventata una caserma, la nazione è diventata
una caserma. Tutte le attività di interesse generale sono state
nazionalizzate, burocratizzate, militarizzate. Per attuare questa mostruosa
costruzione lo Stato e le minori associazioni capitalistiche fecero la
mobilitazione in massa della piccola e media borghesia. Senza che avessero
una preparazione culturale e spirituale, decine e decine di migliaia di
individui furono fatti affluire dal fondo dei villaggi e delle borgate
meridionali, dai retrobottega degli esercizi paterni, dai banchi invano
scaldati delle scuole medie e superiori, dalle redazioni dei giornali di
ricatto, dalle rigatterie dei sobborghi cittadini, da tutti i ghetti dove
marcisce e si decompone la poltroneria, la vigliaccheria, la boria dei
frantumi e dei detriti sociali depositati da secoli di servilismo e di
dominio degli stranieri e dei preti sulla nazione italiana; e fu loro dato
uno stipendio da indispensabili e insostituibili, e fu loro affidato il
governo delle masse di uomini, nelle fabbriche, nelle città, nelle
caserme, nelle trincee del fronte. Bene armati, ben pasciuti, non
sottoposti a nessun controllo, nella possibilità di soddisfare impunemente
le tre passioni che i pessimisti reputano originarie e insopprimibili della
natura umana: la passione del potere assoluto sugli altri uomini, la passione
di possedere molte donne, la passione di possedere molti quattrini per
comprare piaceri e lusso, queste decine e decine di migliaia di corrotti,
di poltroni, di dissoluti si tengono stretti al mostruoso apparato militare-burocratico
costruito durante la guerra. Vogliono continuare a governare le masse di
uomini, ad essere investiti di una assoluta verità sulla vita e
sulla morte delle masse di uomini; organizzano pogroms contro i proletari,
contro i socialisti, tengono le piazze e le vie sotto un regime di terrore. Le elezioni parlamentari hanno
mostrato che le masse di uomini vogliono essere guidate e governate da
socialisti, che le masse di uomini vogliono una costituzione sociale in
cui chi non produce, chi non lavora, non mangia. Questi signori, che continuano
a prelevare sul reddito della produzione nazionale e sul credito estero
dello Stato una taglia di un miliardo al mese, che gridano sui tetti la
loro passione nazionalista e si fanno mantenere dalla patria, che per mantenerli
nell'ozio, nel lusso, nel piacere si vende agli americani, questi signori,
interroriti per l'imminente pericolo, hanno organizzato subito i pogroms,
contro i deputati socialisti. E dalle officine, dai cantieri, dai laboratori,
dagli arsenali di tutte le città italiane, subito, come una parola
d'ordine, appunto come succedeva in Russia e in Polonia quando i cento
Neri tentavano scatenare pogroms gli ebrei, per annegare in una palude
di barbarie e di dissolutezza ogni piccolo anelito di libertà, subito
gli operai irruppero nelle vie centrali della città e spazzarono
via le locuste piccolo-borghesi, gli organizzatori di pogroms i professionisti
della poltroneria. E' stato questo un episodio, in fondo, di "liberalismo". Si era formato un modo di guadagno
senza lavoro, senza responsabilità, senza alee; oggi questo modo
di guadagno ha anch'esso le sue alee, le sue preoccupazioni, i suoi pericoli.
Lotta di classe, guerra di contadini. Il caso ha voluto che le giornate
di sciopero e di gravi tumulti in tutta l'Italia superiore o media coincidessero
con lo scoppio spontaneo di una insurrezione di popolo in una zona tipica
dell'Italia meridionale, nel territorio di Andria. L'attenzione che si
è prestata all'insurrezione del proletariato delle città
contro quella parte della casta piccolo-borghese che ha acquistato durante
la guerra una fisionomia militaristica, e ora non vuol perderla, e contro
la polizia, ha deviato gli sguardi da Andria, ha impedito che si desse
l'esatto rilievo agli avvenimenti di laggiù, che essi fossero apprezzati
nel loro giusto valore. Noi speriamo di poter fornire
ai nostri lettori importanti dati di osservazione diretta delle cause e
dello svolgimento dei fatti, e ci limitiamo per ora a notare come il caso,
facendo coincidere le due sommosse, abbia fornito quasi un modello di ciò
che dovrà essere la rivoluzione italiana. Da una parte il proletariato
nel senso stretto della parola, cioè gli operai dell'industria e
dell'agricoltura specializzata, dall'altra i contadini poveri: ecco le
due ali dell'esercito rivoluzionario. Gli operai di città sono
rivoluzionari per educazione, li ha resi tali lo svolgimento della coscienza
e la formazione della persona nella fabbrica, cellula dello sfruttamento
del lavoro; gli operai di città guardano oggi alla fabbrica come
al luogo in cui si deve iniziare la liberazione, al centro di irradiazione
del movimento di riscossa: perciò il loro movimento è sano,
è forte e sarà vittorioso. Gli operai sono destinati ad essere,
nella insurrezione cittadina, l'elemento estremo e ordinatore a un tempo,
quello che non lascerà che la macchina messa in moto si arresti
e la terrà sulla giusta via; essi rappresentano sin d'ora l'intervento
nella rivoluzione delle grandi masse, e personificano in modo vivente l'interesse
e la volontà delle masse stesse. Nelle campagne dobbiamo contare
soprattutto sull'azione e sull'appoggio dei contadini poveri, dei "senza
terra". Essi saranno spinti a muoversi dal bisogno di risolvere il problema
della vita, come ieri i contadini di Andria, dal bisogno di lottare per
il pane, non solo, ma dallo stesso continuo bisogno, dal pericolo sempre
incombente della morte per la fame o per il piombo, saranno obbligati a
far pressione sulle altre parti della popolazione agricola, per costringerle
a creare anche nelle campagne un organismo di controllo, il consiglio dei
contadini, pur lasciando sussistere le forme intermedie di appropriazione
privata del terreno (piccola proprietà), farà opera di coesione
e di trasformazione psicologica e tecnica, sarà la base della vita
comune nelle campagne, il centro attraverso il quale gli elementi rivoluzionari
potranno far valere in modo continuo e concreto la loro volontà.
Oggi bisogna che anche i contadini sappiano quello che vi è da fare,
che l'azione loro getti radici profonde e tenaci, aderendo come quella
degli operai, al processo produttivo della ricchezza. Come gli uni guardano alla fabbrica,
gli altri debbono incominciare a guardare al campo come alla futura comunità
di lavoro. La sommossa di Andria ci dice che il problema è maturo:
è il problema, in fondo, di tutto il Mezzogiorno italiano, il problema
della effettiva conquista della terra da parte di chi la lavora. Il nostro
Partito ha l'obbligo di porselo e di risolverlo. La conquista della terra
si prepara oggi con le stesse armi con le quali gli operai preparano la
conquista della fabbrica, cioè formando gli organismi che permettano
alla massa che lavora di governarsi da sé, sul luogo del suo lavoro.
Il movimento degli operai e quello dei contadini confluiscono naturalmente
in una sola direzione, nella creazione degli organi del potere proletario. La rivoluzione russa ha trovato
appunto la sua forza e la sua salvezza nel fatto che in Russia operai e
contadini, partendo da punti opposti, mossi da sentimenti diversi, si ritrovarono
riuniti per uno scopo comune, in una lotta unica, perché entrambi
si convinsero alla prova di non potersi liberare dall'oppressione dei padroni,
se non dando alla propria organizzazione di conquista una forma che permettesse
di eliminare direttamente lo sfruttatore dal campo della produzione. Questa
forma fu il Consiglio, fu il Soviet. La lotta di classe e la guerra dei
contadini unirono in tal modo le loro sorti in modo inscindibile ed ebbero
un esito comune nella costituzione di un organismo direttivo di tutta la
vita del paese. Da noi il problema si pone negli
stessi termini. L'operaio e il contadino debbono collaborare in modo concreto
inquadrando le loro forze in uno stesso organismo. La sommossa li ha trovati
uniti e concordi. Il controllo della fabbrica e la conquista delle terre
debbono essere un problema unico. Settentrione e Mezzogiorno debbono compiere
insieme lo stesso lavoro, preparare insieme la trasformazione della nazione
in comunità produttiva. Deve apparire sempre più chiaro che
soltanto i lavoratori sono oggi in grado di risolvere e in un modo "unitario"
il problema del Mezzogiorno; il problema dell'unità che tre generazioni
borghesi hanno lasciato insoluto, verrà risolto dagli operai e dai
contadini collaboranti in una forma di politica comune, nella forma politica
nella quale essi riusciranno ad organizzare e a rendere vittoriosa la loro
dittatura. |
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