Un anno di storia
di Antonio Gramsci
"Il Grido del Popolo", 16 marzo 1918
Un anno è trascorso, dal giorno in cui il popolo russo costringeva lo zar Nicola II ad abdicare e prendere la via dell'esilio. La commemorazione dell'anniversario è poco lieta. Dolore, rovina, apparenza di sfacelo, controffensiva borghese con le baionette e le mitragliatrici tedesche. E' finita la rivoluzione russa?
E' fallito, in Russia, il proletariato, nel più grande dei tentativi
di riscossa che esso abbia mai tentato nella storia? Le apparenze sono
sconfortanti: i generali tedeschi sono arrivati ad Odessa: i giapponesi
si dice stiano per intervenire; 50 milioni di cittadini sono stati staccati
dalla rivoluzione, e con essi le terre più fertili, gli sbocchi
al mare, le strade della civiltà e della vita economica. La rivoluzione
nata dal dolore e dalla disperazione, continua nel dolore e nelle sofferenze,
stretta in un anello di potenze nemiche, immersa in un mondo economico
refrattario alle sue idealità, ai suoi fini. Nel marzo del 1917 il telegrafo
ci annunziò che un mondo era crollato in Russia: mondo effimero
ormai, inanimata parvenza di un potere che era sorto, si era rafforzato,
si era trascinato, con la violenza sanguinosa, con la compressione degli
spiriti, con la tortura delle carni dilaniate. Aveva questo potere suscitato
una grande macchina statale. 170 milioni di creature umane erano state
costrette a dimenticare la loro umanità, la loro spiritualità
per servire. A che? All'idea dell'Impero russo, del grande Stato russo
che doveva arrivare ai mari caldi e aperti per assicurare all'attività
economica sbocchi sicuri da ogni taglia di concorrenti, da ogni sorpresa
di guerra. L'Impero russo era una mostruosa necessità del mondo
moderno: per vivere, svilupparsi, per assicurarsi le vie dell'attività,
dieci razze, 170 milioni di uomini dovevano sottostare a una disciplina
statale feroce; dovevano rinunziare all'umanità ed essere puro strumento
del potere. Nel marzo 1917 la macchina mostruosa
crolla, imputridita, disfatta nella sua impotenza congenita. Gli uomini
si drizzano, si guardano negli occhi. Tutti i valori umani hanno il sopravvento.
L'esteriorità non ha più valore; troppo male ha fatto, troppi
dolori ha prodotto, troppo sangue ha versato. Incomincia la storia, la
vera storia. Ognuno vuole essere padrone del proprio destino, si vuole
che la società sia plasmata in ubbidienza allo spirito, e non viceversa.
L'organizzazione della convivenza civile deve essere espressione di umanità,
deve rispettare tutte le autonomie, tutte le libertà. Incomincia
la nuova storia della società umana, incominciano le esperienze
nuove della storia dello spirito umano. Esse vengono a coincidere con le
espressioni che l'ideale socialista aveva dato ai bisogni elementari degli
uomini. I socialisti come ceto politico salgono al potere senza troppi
sforzi: le parole della loro fede coincidono con le aspirazioni confuse
e vaghe del popolo russo. Essi devono realizzare l'organizzazione
nuova, devono dettare le nuove leggi, stabilire i nuovi ordinamenti. Il
passato continua a sussistere; viene disgregato. Si ha la parvenza dello
sfacelo, del disordine, della confusione. Sembra che si ritorni alla società
barbarica, cioè alla non società. Il passato continua a sussistere
oltre il territorio della libertà, e preme e vuole prendere una
rivincita. L'ordine nuovo tarda a realizzarsi.
Tarda? O uomini scettici e perversi, non tarda, no perché non si
rifà una società in un fiat, perché il male del passato
non è un edifizio di cartapesta cui si dà fuoco in un attimo.
Doloroso sforzo è la vita, lotta tenace contro le abitudini, contro
l'animalità e l'istinto grezzo che latra continuamente. Non si crea
una società umana in sei mesi, quando tre anni di guerra hanno esaurito
un paese, l'hanno privato dei mezzi meccanici per la vita civile. Non si
riorganizzano milioni e milioni di uomini in libertà, così,
semplicemente, quando tutto è avverso, e non sussiste che lo spirito
indomabile. La storia della rivoluzione russa non si è chiusa e
non si chiuderà con l'anniversario del suo iniziarsi. Come un canto
esiste nella fantasia del poeta prima che sulla carta stampata, l'avvento
dell'organizzazione sociale esiste nelle coscienze e nelle volontà.
Sono gli uomini cambiati: questo importa. Si vuole l'esteriorità,
la carta stampata. Si stride per ogni insuccesso, per ogni rovescio apparente. Si domanda ai russi ciò
che gli storici non domandano alle rivoluzioni passate: la creazione fulminea
di un ordine nuovo. Si suppongono propositi che non sono mai esistiti,
speranze che non sono mai state sognate. E questi propositi, queste speranze
sono confrontate con la realtà attuale per concludere al fallimento,
allo sfacelo. Con la realtà che si dice sortita da un anno di nuova
storia, ma che è sortita da secoli di bestiale soppressione dell'uomo
dalla storia. Si domanda l'impossibile che non è mai stato domandato
agli uomini del passato. Quante volte la Rivoluzione francese
ha visto occupata la capitale dai nemici? E l'occupazione veniva dopo che
Napoleone aveva organizzato autoritariamente le forze rivoluzionarie, e
aveva condotto gli eserciti francesi di vittoria in vittoria. E la Francia
era ben piccola cosa in confronto della Russia sterminata. No, le forze meccaniche non prevalgono
mai nella storia: sono gli uomini, sono le coscienze, è lo spirito
che plasma l'esteriore apparenza, e finisce sempre col trionfare. Un anno
di storia si è chiuso, ma la storia continua, (sei righe censurate). |
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