| .

|
.
[foto di Tactical
Media Crew]
I testi delle canzoni sono tratti
dal volume "No War. Canzoni contro la guerra"
edito nel 1991 da Kaos Edizioni
(per gentile concessione)
|
Canzoni
contro la guerra
3 / 3
|
.
Fabrizio
De Andrè
La guerra
di Piero
(…) “Lungo le sponde del
mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati,
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente”
Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve,
Il vento ti sputa in faccia la neve
(…)
E mentre marciavi con l’anima in
spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico
umore
Ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo
sangue (…)
E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede, ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia (…)
Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è
il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei
fossi
Ma sono mille papaveri rossi.
La guerra di Piero è la
più celebre ballata antimilitarista dell’intera canzone italiana,
un brano scritto da Fabrizio De Andrè alla fine degli anni Sessanta,
quando – particolarmente negli Stati Uniti – prendeva corpo nei movimenti
giovanili l’avversione totale alla guerra, a qualunque guerra. La straordinarietà
di questo brano, l’efficacia con cui è reso l’assunto, ne fanno
qualcosa di ben diverso da un generico inno alla pace. Nessun aspetto dell’aberrazione
militaresca e guerrafondaia è sottaciuto. I versi finali sono uno
dei momenti più alti della poesia del grande cantautore genovese
recentemente scomparso, e suggella magistralmente un momento musicale che
ha fatto epoca e che ha fatto storia. |
Francesco
De Gregori
Generale
Generale dietro la collina
Ci sta la notte crucca e assassina
E in mezzo al campo c’è una
contadina
Curva sul tramonto, sembra una bambina
Di cinquant’anni e di cinque figli
Venuti al mondo come conigli
Partiti al mondo come soldati
E non ancora tornati (…)
Generale, la guerra è finita
Il nemico è scappato, è
vinto, è battuto,
Dietro la collina non c’è
più nessuno
Solo aghi di pino e silenzio e funghi
Buoni da mangiare, buoni da seccare
Da farci il sugo quando viene Natale
Quando i bambini piangono
E a dormire non ci vogliono andare
(…)
Si tratta di un brano contro la guerra,
che affronta il tema – secondo lo stile consueto di De Gregori – in maniera
indiretta. È un reduce che racconta, rivolgendosi a chi sostiene
la guerra “bella” e “utile”; il contraddittorio è mesto e quasi
umile, centrato sulla concretezza delle cose piuttosto che sulle idee. |
Francesco
Guccini
Noi
non ci saremo
Vedremo soltanto una sfera
di fuoco
Più grande del sole, più
vasto del mondo
Nemmeno un grido risuonerà
(…)
E catene di monti coperte di neve
Saranno confine a foreste di abeti
Mai mano d’uomo le toccherà
E solo il silenzio come un sudario
si stenderà
Fra il cielo e la terra per mille
secoli almeno
Ma noi non ci saremo, noi non ci
saremo (…)
E il vento d’estate che viene dal
mare
Intonerà un canto fra mille
rovine
Fra le macerie delle città
Fra case e palazzi, che lento il
tempo sgretolerà
Fra macchine e strade risorgerà
il mondo nuovo,
Ma noi non ci saremo, noi non ci
saremo (…)
La canzone è inclusa nel primo
album di Francesco Guccini (1966): si tratta di un testo dal puro assunto
protestatario in chiave antimilitarista e antinucleare. Non si tratta però
della “fine dell’Umanità”: nella strofa finale, infatti, la Terra
torna a popolarsi, altri mille secoli si apriranno all’orizzonte, il pessimismo
storico essendo infine superato dall’ottimistica fiducia di fondo nelle
risorse della Natura e dell’Uomo. |
Francesco
Guccini
Dio
è morto
(…) Mi han detto che questa
mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato
con la fede
Nei miti eterni della patria e dell’eroe
Perché è venuto ormai
il momento di negare tutto ciò che è falsità
Le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far
carriera
Il perbenismo interessato, la dignità
fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con
la ragione e mai col torto
È un Dio che è morto
Nei campi di sterminio Dio è
morto
Coi miti della razza Dio è
morto
Con gli odi di partito Dio è
morto (…)
Il brano di Guccini (1967) fece scalpore
per il suo assunto radicalmente “sovversivo” rispetto ai valori della italica
e bigotta società costituita. |
TORNA
A INIZIO PAGINA - SOMMARIO
|