| Già Brecht aveva richiamato
l'attenzione sulla sottile differenza tra chi le "banche le fonda e chi
le sfonda", cogliendo una verità che risuonerà più
volte nelle rivolte sociali e politiche del Novecento: criminale è
chi condanna gran parte degli uomini all'alternativa tra la miseria dell'esclusione
o l'esclusione dell'asservimento.
Fu l'antiautoritarismo degli anni
Sessanta e Settanta con la sua critica radicale alle "istituzioni totali"
che preparerà il terreno per quel movimento che dai "dannati della
terra" alla psichiatria democratica di Basaglia, porterà prima alla
riforma carceraria del '75 e poi alla chiusura dei manicomi.
Poi più nulla, anzi il contrario.
Nel volgere al tramonto il secolo sembrò volersi rivoltare contro
se stesso, quasi a vendicarsi delle aspettative sollevate e tradite; gli
strumenti del sistema penale divennero altrettante armi per quella "controriforma"
che invaderà l'immaginario collettivo di magistrati difensori della
patria, pionieri di quella cultura della penalizzazione che ha colonizzato
i territori del nuovo millennio.
Disagio giovanile, culture e comportamenti
sociali, proteste e contestazioni, droghe, immigrazione, persino il rapporto
tra politica ed economia... ormai più niente sfugge al ricatto degli
articoli del codice penale, novella carta costituzionale di un paese che
ha smarrito a tal punto il senso della misura e della civiltà da
eleggere il carcere a luogo di residenza inevitabile per un numero crescente
di persone.
L'ultimo libro di Vincenzo Guagliardo,
Dei
dolori e delle pene - Saggio
abolizionista e sull'obiezione
di coscienza fa dalla constatazione di questa crisi del sistema penale,
paragonabile solo a quella che colpì il sistema penitenziario alla
metà dell'Ottocento quando il ricorso alla reclusione come pena
divenne prevalente, lo strumento di una critica radicale al carcere e al
sistema delle pene ben oltre gli orizzonti a cui ci ha abituato il filone
abolizionista di provenienza nord-europea.
E' un viaggio attraverso la sofferenza
legale quello che ci propone, attraverso il dolore che l'umanità
infligge ad un gruppo particolare di uomini, i criminali, in realtà
infliggendolo a se stessa, alle proprie caratteristiche di esseri sociali
minate alla base dalla dominanza del binomio merce-pena instaurato dall'avvento
dello Stato moderno.
Quello del sistema penale non è
solo un fallimento "relativo" a quell'1-5 per cento di reati penalizzati,
mentre assistiamo, negli Usa, ad unaumento negli ultimi dieci anni del
414 per cento dei crimini più gravi, alla faccia dell'asserito potere
deterrente del carcere e della pena tanto sbandierato; oppure all'assurdità
di una cultura penale che ha prodotto una popolazione carceraria che si
aggira intorno a cifre da fine Ottocento: 50.000 persone
detenute a cui vanno aggiunte le 15.000 in pene alternative alla detenzione
(già nel 1870 su 27 milioni di italiani si
contavano in Italia 70.000 detenuti...).
Questi numeri raccontano drammaticamente
di un universo totalitario in espansione, dimostrazione di uno sviluppo
socio-economico che mentre aumenta il disagio sociale si preoccupa unicamente
dell'aumento delle misure repressive, senza cioè più alcuna
delle velleità "rieducative" a cui ci ha abituato la retorica penitenziaria
bensì con il solo scopo di contenere e punire.
Ma ben più grave è
la crisi del sistema penale se la si confronta con l'emergere di quella
nuova figura di criminale che è il "collaboratore di giustizia":
"Questo esemplare di nuovo delinquente è la miglior prova del corto-circuito
al quale è giunta la storia della giustizia penale, è l'eco
della fine d'ogni presunta coerenza nel rapporto fra reato e pena fino
al punto in cui è il sistema penale a creare, prima ancora che finisca
in carcere!, un nuovo criminale assolutamente privo di scrupoli, premiato
dalla legge quando sarà arrestato, stipendiato magari dallo Stato
e presentato come cittadino-modello...".
Ormai è l'Inquisizione che
parla, attraverso la reclusione non si combatte più la delinquenza,
bensì le si dà forma e la si usa: "tutto un pensiero, dal
giudice al letterato, presenta un risultato - la criminalizzazione dell'individuo
- come un dato di partenza: la criminalità".
Riprendendo l'idea di Bruno Bettelheim
dello "stato di massa hitleriano", l'anima del carcere è per Guagliardo
la tortura, essendo il carcere quel "... raffinato derivato della tortura
per ottenere una personalità spezzata; in concreto: una volontà
annichilita che fornisce la 'verità' voluta, ovvero la verità
giudiziaria."
Pietro Fumarola, curatore del libro,
ci restituisce nelle sue "Note" il peso del condizionamento "giudiziario"
che grava sulla vita politica e sociale del paese riproponendo alcune delle
riflessioni più acute di L.Ferrajoli (Crisi della giurisdizione,
1984), a proposito dei guasti culturali ed istituzionali prodotti dalla
"rottura emergenziale". La perdita del senso della differenza tra
normalità ed eccezionalità porterà in breve tempo
a che numerose funzioni di polizia vengano assorbite dalla magistratura
che viene legittimata ad utilizzare direttamente "mansioni e strumenti
investigativi che eravamo abituati a vedere - e talora deplorare - nella
polizia".
Si arriva così a "trasformare
la funzione giudiziaria in funzione poliziesca". Una trasformazione che
ha lasciato un segno indelebile sino al punto che, come afferma Fumarola:
"l'identificazione tra consenso alla giustizia penale e quello ai partiti
politici è ormai in Italia quasi un dato strutturale e la giustizia-spettacolo
ne è l'articolazione più funzionale"; tanto che la stessa
"seconda repubblica è nata d'altronde proprio con caratteristiche
giudiziario-spettacolari e premiali".
La denuncia di Guagliardo quindi
non si ferma di fronte alla soglia del carcere, inserendosi in quel filone
che con Il carcere in Italia di Salierno, Liberare tutti i dannati
della terra di Lotta continua, L'evasione impossibile di S.
Notarnicola, I duri di G. Naria ed altri, ci ha fatto conoscere
dal di dentro la realtà estrema dell'ingiustizia ordinaria. Ergastolano,
già categoria criminale per antonomasia, il prigioniero politico
Guagliardo è il prototipo del "criminale assoluto", mafioso o terrorista,
su cui l'attuale cultura giuridica nostrana ha costruito le sue fortune.
Proprio per questo il suo urlo di
dolore non è solo quello di una "nazione" ferita, affranta, vinta
che accusa la società del crimine peggiore che si possa commettere:
quello contro il genere umano. Il "popolo delle carceri", drappello invisibile
di quell'esercito in rotta di uomini battuti da una "modernità"
che li sospinge ai margini della dignità e del lecito, attraverso
le parole di Guagliardo sottolinea i limiti di una
concezione stravolta del diritto che ci costringe a fare i conti con i
frutti avvelenati di una società malata di giustizialismo.
La stessa "cultura della riforma"
ne esce malconcia alla luce delle nuove forme di violenza e di arbitrio
che vanno ogni volta inevitabilmente ad aggiungersi alle vecchie.
E' il caso della Gozzini; approvata nel 1986 come riforma della legge penitenziaria,
fa perno su quella stessa premialità del trattamento introdotta
nella cultura giuridica dallo stravolgimento emergenziale.
"Pene più alte, discrezionalità
totale, aumento della sofferenza psichica legata sia alle umiliazioni da
pretesa collaborazione che all'incertezza della pena, raddoppiamento del
numero dei prigionieri 'classici' dopo l'invenzione delle pene alternative
portate dalla Gozzini!: questo è il caso del sistema penale italiano,
un caso di 'perversione positivista' che è arrivato alla pretesa
di cambiare la classe dirigente italiana; un'illusione certo, ma che è
servita tuttavia a diminuire le libertà... L'intero movimento abolizionista
dovrebbe assumere come esempio il caso italiano per riflettere su se stesso,
per capire più in profondità l'anima del sistema penale,
le sue perversioni.
Questa riflessione potrebbe aiutare
a inventare una politica dell'abolizionismo che in Italia dovrebbe anzitutto
ottenere, all'interno dell'attuale sistema, pene europee, meno carcere
invisibile dentro e fuori i penitenziari, meno diritto penale". |