| Figlio di un doratore
e di una giovane discendente da una famiglia nobile decaduta, Francisco
Goya frequenta a Saragozza lo studio del pittore José Luzán.
Attratto da Madrid, tenta di entrare all'Accademia di San Fernando, ma
viene bocciato al concorso annuale per borse di studio. Di ritorno da un
viaggio in Italia, sostenuto dal cognato, pittore piuttosto noto, e da
Mengs, riceve le prime commissioni a Saragozza, dove decora la Chiesa di
Nuestra Señora del Pilar, e nei centri vicini.
Nel 1775 viene incaricato di compiere
una serie di cartoni di arazzi per la Manifattura Reale di Santa Barbara:
il lavoro lo impegna per diversi anni e gli procura la stabilità
economica. In questi cartoni, oltre sessanta, come quello del Parasole
eseguito nel 1778, rappresenta scene di vita popolare in uno stile ancora
legato alla tradizione settecentesca, alimentata in Spagna da artisti italiani,
tra i quali Tiepolo, ma già così carica di vibrante realismo
da distinguersi.
La ricchezza dei colori e l'accento
vivacemente mondano di questi lavori affascinarono la corte e la nobiltà
madrilena che cominciarono a commissionargli dei ritratti; Carlo IV lo
nominò "pittore di camera" del re. Sembra ormai avviato verso un
futuro promettente e sereno quando viene colpito da una malattia che lo
lascerà quasi del tutto sordo. L'avvenimento influirà profondamente
sul suo carattere e sulla sua pittura, in cui appariranno sempre più
frequentemente accenti drammatici, materializzazioni di incubi e tensioni:
lo documentano i Capricci, incisioni che hanno per tema la retriva superstizione
del clero spagnolo e i vizi dell'uomo.
Nel 1799 dipinge il ritratto della
famiglia reale che segna l'apoteosi del suo prestigio a corte, ma anche
una svolta di grande intensità nel suo linguaggio. La famiglia di
Carlo IV è ritratta senza il minimo tentativo di idealizzazione,
la volgarità e la vanità dei personaggi traspare dalle espressioni
dei volti e dalla posizione rigida delle figure che le fa apparire tanti
manichini; il colore sottolinea l'inconsistenza dei personaggi.
Nel 1808 le truppe napoleoniche costringono
Carlo IV e suo nipote Ferdinando, protettore di Goya, ad abdicare in favore
di Giuseppe Bonaparte. Il pittore perde così la sua posizione, ma
prosegue la serie dei ritratti spagnoli e francesi e realizza un celebre
ritratto del Duca di Wellington. Alle ottanta incisioni dedicate ai Disastri
della guerra l'artista affida più scopertamente la propria interiorità
e la lucida denuncia della bestialità, della violenza e della crudeltà
di cui fu testimone in seguito all'invasione delle truppe napoleoniche.
Deluso
dal crollo degli ideali sia religiosi sia politici, Goya fissa nella sua
opera di più alta intensità drammatica, Fucilazione del
3 maggio 1808, il martirio del suo popolo. Alla nota angosciosamente
ripetuta delle figure dei fucilieri, presi di spalle, l'artista contrappone
la figura abbagliante del martire nell'attimo che precede il colpo mortale,
così come alla fissità dei soldati oppone il moto tragico
dei condannati che salgono la collina. La potenza espressiva del linguaggio
di Goya e il taglio straordinariamente innovativo della tela consentono
di includere l'artista nel movimento romantico e insieme ne fanno uno tra
i precursori dell'arte del Novecento.
Non tutte le sue opere rappresentano
però una realtà tanto tragica: fra i dipinti eseguiti intorno
al 1800, ricordiamo la Maja desnuda, il primo nudo della pittura spagnola
dopo la lontana Venere allo specchio di Velázquez, in cui la lievità
del disegno e la luminosità cromatica lasciano trasparire una sensibilità
profonda e uno straordinario amore per la realtà.
Le
pitture di Goya posseggono tutte un'estrema immediatezza, rivelano la vivacità
aggressiva del suo temperamento e sono rese con una pennellata vibrante
e contrasti di colore che consentono all'immagine di imporsi con estrema
forza. Il suo tocco è rapido, tanto da rendere una realtà
non in posa, non accademica, ma nel suo farsi, requisito che gli guadagnerà
l'ammirazione degli impressionisti. Pieni di luce e di vita sono gli affreschi
della Chiesa di San Antonio de la Florida, la chiesa madrilena nella quale
Goya è sepolto. In altri dipinti, come nelle Majas al balcone, il
pittore indugia con grande acutezza a un'interpretazione del costume della
società del tempo. Ma frequente è il riaffiorare di visioni
tragiche e cariche di tensioni, come il Colosso ora al Museo del Prado,
evocazione dello spettro della guerra e della sciagura che minaccia il
destino degli uomini.
Nel clima di restaurazione monarchica
di Ferdinando VII, la situazione a corte divenne precaria; Goya dovette
discolparsi anche di fronte al tribunale dell'Inquisizione per alcune pitture
religiose. Preferì ritirarsi nella sua casa di campagna, oltre il
Manzanarre, che il popolo battezzò la "Quinta del sordo" e di cui
decorò le pareti con quelle che vennero chiamate le Pitture nere,
immagini ossessive degl'incubi che abitavano la sua mente angosciata.
Nel 1824, dopo i moti liberali del
1820, temendo per la propria incolumità, chiese il permesso di recarsi
alle terme di Plombières e si stabilì a Bordeaux, accompagnato
da una giovane vedova, che gli fu compagna negli ultimi anni della sua
vita. In Francia sembrò rasserenato, ritornò a un linguaggio
più lieve simile a quello della giovinezza e, pieno di interessi,
incise un'altra serie mirabile di litografie, quella dei Tori di Bordeaux.
Morì per l'emozione di rivedere la nuora, sposa dell'unico dei cinque
figli sopravvissuto, e il nipotino Mariano.
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Francisco
Goya,
Autoritratto
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