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INDICE
DELLE MIE POESIE

Ostia
Un attimo
Stupenda ottusità
Visioni
Ostilità...
Amicizia
New York
Incorporeità
Lotta, ti dico
Nessuno
Al Maestro
Orizzonte
Alba
Dimmi, ora...
Chiederò
Nel vento
Sei qui



LETTERATURA
VEDI ANCHE






























 

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Al Maestro
,
Non vedo più: come te, come Edipo, 
ora non vedo più. 
Consapevolmente, 
l'ho voluto... 
E non m'importa, non soffro, 
non piango, non è rimasto
alcun sapore amaro sulle mia labbra 
e in un cuore ingenuamente bambino.

E ancora: nessuna sottile nostalgia
renderà le mie ore
più malinconiche, né farà, della mia,
una vita più aspra di quanto già sia. 
Non mi dispera
non poter più soffermare lo sguardo sui visi amati. 

Non ho mai subìto appieno il fascino di un volto, di belle 
membra, idoli precari, mistificanti feticci. Di una mano, invece, 
non riesco a narrare con sufficiente efficacia il fascino 
indiscreto, al quale non mi è concesso resistere. Mano
dell'amico che stringe la mia come fosse la prima o l'ultima volta.
Ora che non vedo più, è la mia mano che esplora in una sola

carezza, delicatamente, il tuo viso e tutti i piccoli o grandi 
volti sorridenti corrucciati morbidi rugosi di coloro che amo. 
Ciò che mi circonda, d'improvviso, lo vedo con altri occhi, quelli
delicati di un animo fanciullo come il tuo. Vedere è "sentire", ora lo so:
finalmente il fiore del tuo insegnamento ha donato il rosso frutto 
prezioso. Sento il cielo, sopra noi tutti: ci contiene e ci protegge, 

gli astri, d'oro puro, trasmettono all'animo un'energia insperata, 
il blu intenso narra misteri d'insonni notti in attesa di "non-si-sa-che...".
L'alba ci rende i colori di una resurrezione, li sento vibrare 
nei miei pensieri, con le mie emozioni, gialli girasoli impazziti. 
S'incendia il cielo, lo sento. Brucia, là in fondo all'anonima pianura 
o dietro colli armoniosi, il tramonto dell'immensa stella, metafora

di ogni amore, di ogni speranza, di ogni respiro, generosa 
dispensatrice di calore, di vita, di colori, di ideali. E sento anche 
il calore di un fuoco che sostiene e indica una strada, l'unica, 
insostituibile strada: è rosso, il calore; si sprigiona come sovrumano
incantamento dallo straccetto avvolto al collo delle donne dell'8 marzo, 
bellezze d'ogni età, gialle come la mimosa, che tengono alta in una mano, 

insieme all'altissimo vessillo da noi sempre amato, rosso simbolo 
di una passione, di una lotta che sconvolge poteri e libera l'intera umanità.
Sento, vivo, il profumo del verde prato vicino alla tua casa, Maestro: 
infonde serenità, pace. Ho l'intatta sensazione di una balsamica freschezza,
nuova, mai sperimentata, neppure immaginata. Maestoso il platano diffonde
un'ombra, che sento e mi fa rabbrividire solo un poco. Violette, primule 

fucsia gialle rosse, lì presso, annunciano che quanto c'è di meglio, negli
umani, non decade mai. Rinasce primavera così come si rinnova
ad ogni stagione un'amicizia vera e profonda. Scorre, trasparente, 

rapida, cantando, l'acqua nella roggia vicino alla tua casa, Maestro; 
limpida, come l'animo che da sempre  tu hai forte, temprato, non 
indifferente alle sofferenze dei tuoi simili. La sento zampillare, tintinnare.
E' lo specchio dei miei pensieri, dell'ansia di conoscere che mi divora da 
sempre, del piacere intenso che dà a te, a me, pensare, amare,  vivere –
semplicemente vivere – una vita, necessaria a qualcuno, utile a noi stessi, 

incalcolabilmente ricca.

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Orizzonte

È un cuore amante, il tuo, giovane uomo, che in una bianca
ora di luglio, con un cielo trasparente, un mare
profumato, un popolo irreale, spazientito, privo di 
amore, di pietà, ha scelto la dolorosa strada del 
ricordo aspro straziante riconoscente. È un cuore puro, il tuo.

È un passo leggero, il tuo, umile uomo che non vuole 
disturbare, interrompere l’ultimo sgomento che rese pallide,
immobili le mani del Poeta. Calpesti l’ignara polvere 
di un campo di calcio abbandonato, sfiori le gialle 
sterpaglie disseccate. La rosa rossa e fragrante giace, morta, ai tuoi piedi.

È una mente profonda, la tua, uomo gentile, che ha abbracciato grandi 
ideali, compiuti sentimenti. Che ha bandito per sempre i più
sanguinari, feroci nemici dai nomi volgari: egoismo, viltà, indifferenza. 
In punta di piedi, gli occhi lucidi, ti accosti all’orribile cemento 
inquietante, ignobile memoria di esseri non umani, viscidi orrendi alieni.

Là, in fondo, oltre lo spazio irreale, tragico, colmo di te, uomo 
pietoso e memore del Suo stato, del Suo pensiero, del Suo calore, 
l’orizzonte di un mare senza fine. Un corsaro naviglio, pigro, ancora 
sfocato, si avvicina. Scrutando, da esso, ti cercano due stanchi, 
perduti occhi blu. Nell’aria, strepito di bimbi, vocìo di bagnanti illividiti.

Da quel naviglio, carezzevoli, suoni voci canti si rincorrono,
per te, per Lui. Un angelo, dagli stanchi occhi blu, ali folte, luminose, fissa 
i tuoi occhi sicuri, bacia il cemento inquietante, posa fiori sull’erba
sporca abbandonata secca. Dolce, gentile, si alza la voce del Poeta:

«Che cosa ho da dirti? Nutri la pace nel cuore; ama con soave saggezza».
.


Alba
..
Ti ho visto venire verso di me.
Apparivi come mandorlo in fiore
nella piana di Agrigento,
oh primavera delle primavere!

Mi hai baciato nell'ombra,
senza sfiorare il mio corpo.
Allora si è fatta luce

e il mondo intero risplendeva.
Mi hai parlato del tuo amore
insaziato e profondissimo, 
per me, soltanto per me.

Un crescendo di flauti e violini
sosteneva ogni tua parola,
appassionata o dolce. Solo allora

il mondo si è fatto musica,
e ho udito tutto l'universo 
cantare, come nella Nona Sinfonia. 
Inno alla Gioia nel mio cuore,

nelle mie vene pulsanti, nei miei
pensieri ancora puri e silenti.
Ti sei offerta, mia inerme creatura,

a un lungo, confessato desiderio, 
e solo mia sei stata, oggi, e lo
sarai in tutti i giorni che verranno.
Cerbiatta candida, rosa vermiglia,

so che nulla potrà distoglierti
dal pensiero di me, incessante,
realmente vivo. Io esisto, ora,

sono vivo e vibrante. Nessuno
potrà comprendere, mai, il sorriso
di un uomo cui hai voluto donare
– squarcio di cielo – il fiore prezioso.

Ho perso conoscenza, in quest'alba 
livida. Gli occhi si riaprono a fatica.
Mi guardo intorno. 

La stanza è spoglia.
Il disco continua a girare, muto.
E tu non sei qui.

La Sirenetta, nel porto di Copenhagen
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Dimmi, ora...
     
    Il pratone dell'Idroscalo dove si trova una statua commemorativa (degradata) di Pier Paolo PasoliniE ora? ora che del tuo pensiero
    ben poco mi hai celato, quale

    strada, davvero, mi indichi?
    Su tutti, un messaggio
    riconosco, condivido:

    me ne approprio.
    Lo urli, dal carcere buio ove
    giaci, con voce rotta di pianto

    (oh, la disperazione di un suono giallo, disarmonico!),
    a questa città
    aridaspenta muta vuota senza musica,

    a questa città priva di sentimenti, di
    solidarietà, cattiva desertificata barbara,
    in cui solo una breve bestemmia mormorata

    tra denti verdi, con lo spavento negli occhi, rende
    uguali giovani e vecchi
    in un pari delirio di solitudine e disamore.

    Qual è il messaggio?
    «Solo l’amare, solo il conoscere
    conta, non l’aver amato,

    non l’aver conosciuto. Dà angoscia
    il vivere di un consumato
    amore. L’anima non cresce più».

    Ho avuto fede in te, dolce e crudele poeta.
    Ho sciolto le briglie alla rossa immaginazione.
    Ho visto terre immobili e soli rotanti.

    Ho udito immigrati poveri sfruttati maledire,
    piangendo, chi, non più uomo, sottraeva
    loro anche la speranza.

    L’anima mia è cresciuta, come tu
    prevedevi, è esplosa, grazie al tuo
    grande cuore, al tuo dolore

    profondo, alle persecuzioni alle derisioni
    che hai sopportato con «disperata vitalità».
    Dà angoscia anche

    un amore, solitario orfano impotente,
    ferito nelle viscere, disperato perché senza speranza
    tale che appare sempre più cara amica

    leale soltanto una morte selvaggia, purché
    selvaggiamente ignorata e derisa.
    E ora, poeta mentitore, amatissimo poeta,

    volteggiando immemore, leggero,
    con ali candide,
    e mani di velluto;

    ora che ho raggiunto, con
    disperazione, la tua dimora gelida, spoglia,
    ora, ora, subito! che cos’hai da dirmi?
     

    [nella foto sopra: il "pratone" dell'Idroscalo di Ostia. Al centro,
    segnalato dal riquadro bianco e "affondato" nella melma dell'acquitrino,
    il monumento in rovina dedicato a Pier Paolo Pasolini]

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Chiederò
      Domani sarò lontana, in terra straniera,
      né amica, né familiare; lontana dal mio paese, 
      lontana da te, piccolo grande uomo;
      lontana dalla tua voce, appena udita

      ma vibrante ogni attimo come un blues
      nella mia mente, nei miei appassionati sentimenti;
      lontana dalle tue fascinose, candide mani
      che ispirano i miei sogni solitari, mani innocenti

      che traggono da una tastiera semplici simboli 
      capaci di esprimere le meraviglie dei tuoi 
      pensieri che volano attraverso l’etere ad alimentare 
      la mia mente, i miei sensi, le mie emozioni.

      Domani mi circonderà solamente il silenzio:
      il silenzio dell’amore, il silenzio della gioia,
      il silenzio della voglia di vivere, il silenzio
      di un pianto accorato e senza lacrime.

      Da questo straziato silenzio chiederò al sole, al limpido 
      sole, di accarezzarti amorevolmente,
      di scaldare le tue belle membra, di illuminarti 
      la fronte, di trasformare i tuoi occhi in puri diamanti;

      chiederò al vento, a un tiepido zefiro,
      di avvolgere le tue gambe asciutte, di arruffarti
      un poco i capelli, di sfiorare delicatamente
      tutto ciò che in te è azzurro, dolce, tenero, 

      di tenerti solo per un attimo sospeso,
      fluttuante nell’aria tiepida, leggera, profumata,
      stella tra le stelle perché anche loro 
      possano subito innamorarsi di te;

      chiederò alla pioggia, a una pioggerellina 
      sottile, di non raffreddare i tuoi piedi, 
      di spargere goccioline, minute come piccoli baci,
      sulla tua bocca morbida, sulle tue mani perfette;

      chiederò alla luna, a un pizzico di luna dispettosa,
      di coprire d’argento il tuo corpo armonioso,
      di scivolare discretamente sul tuo profilo, 
      di disegnare la tua ombra sul mio cuore.

      E infine chiederò alla terra, alla grande madre
      che ci ospita e ci nutre, di accogliermi nel suo grembo,
      di trasformarmi per un giorno, per un’ora, per lei, per te,
      in sole, in luna, in venticello, in pioggerellina;

      allora riavrò un sorriso e, sconfitto il silenzio, farò ritorno 
      alla mia improbabile realtà, rinascerò ritrovando chi si è 
      impossessato di tutti i miei pensieri. Sarò pazzamente felice 
      per l’emozione che dà la terra quando ci accoglie

      e ci stringe fra le braccia.

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