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Luigi Pintor
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Servabo

Il sottotitolo di Servabo è Memoria di fine secolo: spiega lo stesso Pintor: «Scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì, quand'ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo. Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile».
Queste parole, oltre a chiarire il titolo del libro, riassumono anche il significato di cinquant'anni di vita, raccontata «per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà». Omaggio a mezzo secolo di storia che volge al tramonto, questa autobiografia rivela il volto dell'autore che ai più risulterà inedito: perché è quello di un uomo per il quale la politica è innanzitutto un'esperienza etica profonda e il riflesso di un'intensità intellettuale e umana che poteva esprimersi (come qui si esprime) anche col linguaggio di una scrittura letteraria di rara qualità.
Dai ricordi della prima giovinezza all'esperienza della guerra, che ha deciso del suo futuro e formato il suo modo di agire «politico»; dagli entusiasmi alle prove più dure anche della vita privata, la sorvegliatissima confessione dell'autore, particolarmente difesa col pudore e quasi col silenzio proprio là dove ci aspetteremmo la rivelazione di fatti che hanno avuto una grande incidenza pubblica, ci offre il ritratto di un uomo sempre fedele a se stesso e portato a flirtare con l'orgoglio dell'ironia i successi e le sconfitte.


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«Non ero neanche sicuro che la guerra fosse finita. Sembrava piuttosto una tregua carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza ma addestrati a una futura ecatombe. I vincitori somigliavano stranamente ai vinti, si scambiavano le parti, erano di nuovo nemici gli uni agli altri, come se la guerra fosse stata svuotata delle promesse che l'avevano nobilitata e confessasse ora la sua vera natura, fredda regola di una storia sempre uguale.

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Chi tornava a comandare nelle nuove istituzioni aveva gli stessi connotati dei predecessori, chi tornava a ubbidire nella vita quotidiana conosceva le stesse umiliazioni, i più forti e i più deboli tornavano a recitare la stessa parte senza varianti.

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Una malattia può irrompere in una casa, nel mondo intimo e circoscritto di ogni persona, con lo stesso effetto di un ordigno che demolisce e brucia ogni cosa intorno o di un veleno che si insinua in ogni fibra.

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La malattia mostra più di ogni altra cosa che il mondo è diviso in due. E' sinonimo di separazione e solitudine. Le persone di cuore provano compatimento, altre sentono un disagio, altre ancora un fastidio e perfino un'irritazione, ma in questi modi diversi lanciano lo stesso segnale di distacco. Rassicurano se stessi e comunicano all'altro che la malattia è una condizione ecezionale ed estranea, come la vecchiaia, non un destino comune e condiviso. Ed è allora che la malattia, non essendo riconosciuta come forma della vita, diventa orribilmente dolorosa e incurabile.

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La stupidità delle macchine che rallentano la morte è peggiore della stupidità delle macchine che fingono di allietarla, sebbene sia unica la loro filosofia. Uno scrittore del secolo scorso racconta come i cani della sua fattoria cessarono di abbaiare presentendo e annunciando con il silenzio la morte del padre. Mi piacerebbe poter dire di avere osservato almeno alla fine questo silenzio.»