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Servabo
Il sottotitolo
di Servabo è Memoria di fine secolo: spiega lo stesso
Pintor: «Scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì,
quand'ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo. Può
voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede,
o anche servirò, sarò utile».
Queste parole,
oltre a chiarire il titolo del libro, riassumono anche il significato di
cinquant'anni di vita, raccontata «per riordinare nella fantasia
dei conti che non tornano nella realtà». Omaggio a mezzo secolo
di storia che volge al tramonto, questa autobiografia rivela il volto dell'autore
che ai più risulterà inedito: perché è quello
di un uomo per il quale la politica è innanzitutto un'esperienza
etica profonda e il riflesso di un'intensità intellettuale e umana
che poteva esprimersi (come qui si esprime) anche col linguaggio di una
scrittura letteraria di rara qualità.
Dai ricordi
della prima giovinezza all'esperienza della guerra, che ha deciso del suo
futuro e formato il suo modo di agire «politico»; dagli entusiasmi
alle prove più dure anche della vita privata, la sorvegliatissima
confessione dell'autore, particolarmente difesa col pudore e quasi col
silenzio proprio là dove ci aspetteremmo la rivelazione di fatti
che hanno avuto una grande incidenza pubblica, ci offre il ritratto di
un uomo sempre fedele a se stesso e portato a flirtare con l'orgoglio dell'ironia
i successi e le sconfitte.
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[...]
«Non
ero neanche sicuro che la guerra fosse finita. Sembrava piuttosto una tregua
carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel
lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza
ma addestrati a una futura ecatombe. I vincitori somigliavano stranamente
ai vinti, si scambiavano le parti, erano di nuovo nemici gli uni agli altri,
come se la guerra fosse stata svuotata delle promesse che l'avevano nobilitata
e confessasse ora la sua vera natura, fredda regola di una storia sempre
uguale.
[...]
Chi tornava
a comandare nelle nuove istituzioni aveva gli stessi connotati dei predecessori,
chi tornava a ubbidire nella vita quotidiana conosceva le stesse umiliazioni,
i più forti e i più deboli tornavano a recitare la stessa
parte senza varianti.
[...]
Una malattia
può irrompere in una casa, nel mondo intimo e circoscritto di ogni
persona, con lo stesso effetto di un ordigno che demolisce e brucia ogni
cosa intorno o di un veleno che si insinua in ogni fibra.
[...]
La malattia
mostra più di ogni altra cosa che il mondo è diviso in due.
E' sinonimo di separazione e solitudine. Le persone di cuore provano compatimento,
altre sentono un disagio, altre ancora un fastidio e perfino un'irritazione,
ma in questi modi diversi lanciano lo stesso segnale di distacco. Rassicurano
se stessi e comunicano all'altro che la malattia è una condizione
ecezionale ed estranea, come la vecchiaia, non un destino comune e condiviso.
Ed è allora che la malattia, non essendo riconosciuta come forma
della vita, diventa orribilmente dolorosa e incurabile.
[...]
La stupidità
delle macchine che rallentano la morte è peggiore della stupidità
delle macchine che fingono di allietarla, sebbene sia unica la loro filosofia.
Uno scrittore del secolo scorso racconta come i cani della sua fattoria
cessarono di abbaiare presentendo e annunciando con il silenzio la morte
del padre. Mi piacerebbe poter dire di avere osservato almeno alla fine
questo silenzio.»
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