In
1984,
George Orwell interpreta la dittatura come l'assenza di libertà
per
tutti gli
individui. Nessuno escluso. Nemmeno i funzionari più alti del "partito"
al potere,
infatti, godono di alcun privilegio; anzi, sono i primi e i più
convinti fautori dell'autolimitazione della libertà personale. Esemplare
è l'interrogatorio finale condotto dal funzionario ai danni del
protagonista, in cui il primo dimostra tutto il proprio fervore ideologico
difendendo la pratica del bis-pensiero (artificio che limita, mediante
la sottrazione di termini atti a esprimerli, i concetti a disposizione
dei cittadini) e praticandola egli stesso con assoluta convinzione.
Forse, il motivo
per cui 1984 è uno dei romanzi più inquietanti della
storia della letteratura è proprio questo: la dittatura ipotizzata
da Orwell è disumana: non abbiamo nemmeno il conforto (inconscio)
che ci potrebbe derivare dal constatare l'umana "corruzione del privilegio"
che, sotto sotto, ci aspetteremmo dalla classe al potere, quale che essa
sia. La dittatura immaginata da Orwell è una dittatura mentale,
non fisica; viene imposta con il lavaggio del cervello, con le sparizioni
improvvise, senza alcun clamore, senza alcuna violenza apparente.
Nel libro quel
funzionario lascia intravedere una realtà ancora più inquietante:
la disumanizzazione del potere è rappresentata proprio dalla scelta
di rendere immortale il Grande Fratello. In realtà Orwell estremizza
una tendenza comunissima di tutte le dittature, la deificazione del capo,
ma il risultato è comunque terrificante. L'uomo di Orwell sceglie
il potere come fine supremo, e non come mezzo per acquisire la "libertà"
di dominare, diventando egli stesso schiavo del meccanismo che ha creato.
Ricordo una frase di Fromm, se non mi sbaglio in "Psicanalisi dell'amore".
Egli si chiedeva se era più libero il carcerato o il suo guardiano,
concludendo che entrambi erano prigionieri di un "meccanismo" che non permette
all'uomo di raggiungere il suo vero fine, coltivare la propria umanità.
Gli impiegati del partito interno godono di piccoli privilegi, quale
l'ereditarietà della loro condizione e razioni più abbondanti,
ma sono essi stessi schiavi dell'idolo che hanno creato.
Quello che
spaventa, in Orwell, è la Folla: questa massa di persone omologate,
istigate a comando a scatenare gli istinti violenti nel corso delle sessioni
appositamente inscenate nelle aziende enormi e spersonalizzate, che si
comportano tutte allo stesso modo, che accettano tutte con passiva convinzione
l'ideologia imposta dal Grande Fratello. E non c'è ribellione, non
c'è resistenza: a ribellarsi è un singolo, smarrito nella
marea degli omologati, e per questo è condannato sin dall'inizio.
Il lettore lo sa, lo sa bene, e quindi l'angoscia non lo abbandona mai.
L'elemento
più inquietante del libro è proprio il "salto di qualità"
che il Grande Fratello aveva fatto compiere alla dittatura. Egli non solo
pretende obbedienza assoluta, ma anche la spontanea condivisione del sogno.
E' significativo che i dissidenti vengano giustiziati soltanto dopo la
loro "spontanea" adesione al regime, quando sono convinti dell' "equità"
della loro pena.
L'ultimo passo
del Grande Fratello è la prevenzione dell'opposizione, mediante
la limitazione della capacità di pensiero ottenuta tramite una lingua
in cui non è possibile più esprimere il proprio pensiero
(la prima ribellione del protagonista è consistita proprio nello
scrivere su di un quaderno: "Odio il Grande Fratello"). Se l'uomo non ha
la capacita' di identificare in maniera razionale il motivo della sua sofferenza,
poiché non ha parole per esprimerlo e per rifletterci, allora
non può neanche definire la causa della propria sofferenza e l'oggetto
del proprio odio.
Tutto quel
che rimane è soltanto un rancore indefinito, che può essere
spazzato via
attraverso le sedute di "odio collettivo".
La relazione
tra linguaggio e capacita' critica e' estremamente interessante. Come impostare
un ragionamento logico-deduttivo se nella propria lingua non esiste il
periodo ipotetico? Le capacità di astrazione sono influenzate dal
linguaggio utilizzato se l'uomo non è in grado o non può,
nel caso prospettato in 1984, modificare la propria lingua?
In quest'ottica,
credo che l'impoverimento del linguaggio a cui assistiamo
attualmente
sia preoccupante. Che cosa ne pensate della scomparsa del congiuntivo
dalla televisione?
Credo che 1984
sia uno di quei libri che "avvelena" l'anima, e che per questo non
possa essere messo da parte senza ragionarci a lungo.
Altro spunto
di discussione: il ruolo della guerra, interna ed esterna,
nell'economia
di una dittatura. Credo che nello sviluppo di questo tema si
riconoscono
le basi culturali socialiste di Orwell.
La dittatura
ipotizzata da Orwell usa e sviluppa la tecnologia, e sembrerebbe che il
fine sia quello di vincere la guerra contro Estasia e/o Eurasia. In realta'
questa e' il solo modo per mantenere la disciplina interna, in quanto le
esigenze di produzione bellica non permettono l'aumento della produzione
per il consumo, e quindi il miglioramento delle condizioni di vita della
popolazione. La maggior parte degli storici "materialisti" individua proprio
nel miglioramento delle condizioni di vita dei "sottoposti" uno dei fattori
più forti di destabililizzazione del potere. I gruppi che non devono
preoccuparsi della propria sopravvivenza materiale, solitamente chiedono
la partecipazione alla gestione del potere. Ecco perché la guerra
è una condizione permanente per la dittatura orwelliana, la cui
necessarietà viene compresa, soltanto alla fine, dal protagonista.
E' difficile
rendere avvincente un trattato politico, eppure Orwell c'è riuscito
benissimo, creando un mondo verosimile in cui l'uomo è un semplice,
sostituibile ingranaggio della macchina della dittatura.
Inoltre credo
che 1984 sia così inquietante perché identifica ed
estremizza alcui aspetti del potere che possono essere ritrovati
non solo nella dittatura stalinista alla quale Orwell si è ispirato,
ma anche nella nostra democrazia, come ad esempio la relazione tra potere
e strumenti di comunicazione (Tv, radio, giornali), oppure potere e storia
(Kundera ha scritto in uno dei suoi romanzi che i potenti si impadroniscono
delle stanze in cui si scrive la storia per controllare il futuro).
Associo questo
libro a Fareneith 451 di Bradbury, che pur essendo molto bello,
trovo molto meno inquietante a confronto.
Soprattutto
la dittatura in 1984 nasce grazie al continuo revisionismo storico,
all'aggiornamento quotidiano della "Verità". Infatti, quando si
combatte un nuovo nemico, si eliminano o si correggono tutti i precedenti
articoli, libri, riferimenti al vecchio nemico. (Il mondo era diviso in
tre imperi). Alla fine, è lecito (e viene detto) dubitare addirittua
che la guerra esista.
Questa, come
è già stato detto da altri, è una prassi comune (seppur
non in
modo tanto
palese e sistematico come nel romanzo di Orwell) a tutte le
dittature:
i libri di testo, soprattutto, vengono alterati a seconda di ciò
che conviene alla classe dominante. Ma il revisionismo si estende anche
a altri campi.
Orwell porta
questo procedimento all'estremo, ma quello che più colpisce non
è tanto l'operazione di revisione continua effettuata dalla classe
dominante, quando altri due elementi: la passività con cui la cittadinanza
accetta come "verità" qualcosa che sa benissimo non essere vera;
e la presenza di un vero e proprio "ministero" dove gli impiegati, quotidianamente,
hanno il compito di riscrivere i giornali e i libri di storia per adeguarli
alla situazione attuale. Ma, ancora più inquietante, forse, è
il fatto che i libri e i giornali "originali" vengano sistematicamente
distrutti, contribuendo così alla creazione di un mondo fasullo
a cui anche gli stessi membri della classe al potere non possono fare a
meno di credere. |