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Italo
Calvino
Santiago de
Las Vegas 1923 - Siena 1985
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Palomar
[...]
«Il
mondo guarda il mondo.
In seguito
a una serie di disavventure intellettuali che non meritano d'essere ricordate,
il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà
guardare le cose dal di fuori. Un po' miope, distratto, introverso, egli
non sembra rientrare per temperamento in quel tipo umano che viene di solito
definito un osservatore. Eppure gli è sempre successo che certe
cose - un muro di pietre, un guscio di conchiglia, una foglia, una teiera
- gli si presentino come chiedendogli un'attenzione minuziosa e prolungata:
egli si mette ad osservarle quasi senza rendersene conto e il suo sguardo
comincia a percorrere tutti i dettagli, e non riesce più a staccarsene.
Il signor Palomar ha deciso che d'ora in avanti raddoppierà la sua
attenzione: primo, nel non lasciarsi sfuggire questi richiami che gli arrivano
dalle cose; secondo, nell'attribuire all'operazione dell'osservare l'importanza
che essa merita.
[...]
L'universo
come specchio.
Il signor
Palomar soffre molto della sua difficoltà di rapporti col prossimo.
Invidia le persone che hanno il dono di trovare sempre la cosa giusta da
dire, il modo giusto di rivolgersi a ciascuno; che sono a loro agio con
chiunque si trovino e che mettono gli altri a loro agio; che muovendosi
con leggerezza tra la gente capiscono subito quando devono difendersene
e prendere le loro distanze e quando guadagnarsi la simpatia e la confidenza;
che danno il meglio di sé nel rapporto con gli altri e invogliano
gli altri a dare il loro meglio; che sanno subito quale conto fare d'una
persona in rapporto a sé e in assoluto.»
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Chi è il signor Palomar che
questo libro di Calvino insegue lungo gli itinerari delle sue giornate?
Il nome richiama alla mente un potente telescopio, ma l'attenzione di questo
personaggio pare si posi solo sulle cose che gli capitano sotto gli occhi
nella vita quotidiana, scrutate nei minimi dettagli con un ossessivo scrupolo
di precisione.
Le esperienze di Palomar consistono
nel concentrarsi ogni volta su un fenomeno isolato, come se non esistesse
altra cosa al mondo e non ci fosse né un prima né un poi.
Senza questa messa a fuoco preliminare nessuna forma di conoscenza gli
sembra possibile, ma l'operazione all'atto pratico risulta ogni volta meno
semplice di quel che si potea credere. L'oggettività e l'immobilità
dell'osservazione si trasformano in racconto, peripezia, coinvolgimento
della propria persona. Più Palomar circoscrive il campo dell'esperienza,
più esso si moltiplica al proprio interno aprendo prospettive vertiginose,
come se in ogni punto fosse contenuto l'infinito.
Uomo taciturno, forse perché
ha vissuto troppo a lungo in un'atmosfera inquinata dal cattivo uso della
parola, Palomar intercetta segnali fuori d'ogni codice, intreccia dialoghi
muti, tenta di costruirsi una morale che gli consenta di restare zitto
il più a lungo possibile. Ma potrà mai sfuggire all'universo
del linguaggio che pevade tutto il dentro e tutto il fuori di se stesso?
Forse è per rintracciare il filo del discorso che scorre là
dove le parole tacciono, che egli tende l'orecchio al silenzio degli spazi
infiniti o al fischio degli uccelli, e cerca di decifrare l'alfabeto delle
onde marine o delle erbe d'un prato.
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