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I RACCONTI DI MARIASOLE
Il castello stregato
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«Primavera»
Un racconto, quasi una fiaba

Da qualche giorno l'aria si era fatta più tiepida. Paolo si era alzato presto, si preparava a raggiungere la scuola. Era in terza elementare: lo attendeva un compito arduo quel giorno: la maestra aveva solennemente preannunciato che avrebbero «lavorato» nientemeno che sulle frazioni. No, non gli piacevano. Preferiva mille volte la lettura, che gli schiudeva orizzonti sconosciuti, lo induceva a  fantasticare... 

In quei giorni aveva sentito le rondini: strepitavano, intente alla ricerca dei rispettivi nidi, lasciati prima della migrazione. La mamma aveva risposto alla sua domanda: «E' proprio così: significa che è tornata la primavera». E papà aveva aggiunto: «Osserva le piante, i vasi sui davanzali, e anche il prato qui sotto: ci sono migliaia di germogli e di boccioletti teneri, appena accennati. E i vecchi platani si coprono di foglioline novelle...»

La scuola era vicinissima, per arrivarvi era necessario solamente attraversare il grande piazzale di fianco a casa. Era, quella piazza, un vero giardino: alberi e panchine ne facevano un luogo ideale per una sosta o per i giochi; vi era attorno un profumo appena accennato di erba che spuntava, un persistente canto di instancabili uccelletti. 

Di solito, a quell'ora, l'ampio spazio era attraversato solamente da bambini che, un po' affannati, a volte di corsa, si dirigevano al loro quotidiano impegno. Qualcuno era accompagnato da un genitore, da un fratello più grande. Paolo era un po' in ritardo, la maggior parte dei suoi compagni aveva già raggiunto la scuola.

Il bel giardino della piazza.

Il bambino si accorse che il prato, effettivamente, era costellato di margherite, piccole e timidissime, e di minuscoli, incantevoli fiorellini azzurri: pareva un cielo stellato in una notte di agosto. Si fermò brevemente ad ammirare piccoli petali bianchi, un cuore giallo, un piccolo stelo debolissimo... Bambini parevano, bambini... 

Procedendo, su una delle panchine scorse quello che a prima vista gli parve un involto dimenticato: man mano che si avvicinava, riconobbe però una mano, poi il viso di una donna infagottata. Dormiva, o almeno così pareva.

Quando Paolo passò accanto alla panchina, la mano si tese verso di lui e la donna aprì gli occhi. Non parlò, ma in quegli occhi, neri, lucidi e profondi, il bambino vide una sofferenza infinita, lo stesso dolore che aveva riconosciuto negli occhi di sua madre quando nonna Pierina se n'era andata per sempre. 

Era stato un giorno infelice, quello: la nonna non poteva più parlargli, non le era più concesso rivolgersi a lui con l'antica dolcezza, narrandogli storie infinite, non lo avrebbe mai più stretto tra le sue braccia... Paolo si sentì a disagio, e avvertì anche un brivido freddo. Allungò il passo, e fu alla soglia del grande, severo edificio scolastico.

Il campanello, segnale d'inizio delle lezioni, aveva già finito di squillare: c'era calma, silenzio, all'ingresso. Paolo si avviò quasi in punta di piedi lungo il corridoio: si fermò fuori dall'aula. Tolse il giubbetto, lo appese. Ma un pensiero l'aveva seguito e ora lo tratteneva lì, incerto, anche un po' timoroso. 

«Che cosa avrà pensato, quella donna», si chiedeva, «della paura che ho mostrato? E perché si trovava proprio là, raggricciata in se stessa, a dormire come uno straccio?». 

Non trovava nella sua mente risposte precise a un quesito tanto inquietante, ma più il suo pensiero vi si soffermava, più congetturava, maggiormente si accresceva la sua agitazione, gli si inumidivano gli occhi: aveva la sensazione confusa di aver commesso una colpa grave nei confronti di quella persona, costretta a vivere uno stato di terribile abbandono a causa di chissà quali eventi. Aveva aggiunto un sentimento ostile, negativo, il proprio, a chissà quante altre offese, a chissà quali altre indifferenze. 

Si risolse, infine: aprì la cartella, ne tolse un piccolo involto, schizzò lungo il corridoio, giù per la scala dell'ingresso, in un attimo fu tra alberi e prati: si fermò, raccolse una margherita, poi due: ne fece un mazzetto.

La donna dormiva, il viso rivolto ora verso la spalliera della panchina. Paolo le sfiorò una spalla con la mano. «Senta, signora...» mormorò con un filo di voce. Aveva un po' di  batticuore.

Lei si volse, con il viso dapprima, poi con tutto il corpo: fece perno lentamente, con fatica, su un gomito, poi su una mano, per rialzarsi e infine sedersi. Guardò sorpresa, spaurita, quel ragazzino che le tendeva alcune margherite... Era bella, di quella bellezza dignitosa e pulita che spesso è incancellabile su un volto anziano. 

«Sono per lei», le disse Paolo. «E anche il mio pane e cioccolato è per lei.» La donna lo fissava incredula, muta. Prese i fiori, gli fece cenno di sedersi. «Grazie...», riusci infine a pronunciare, quasi in un soffio. La voce le tremava un poco. Ma gli sorrideva. .

Poi iniziarono a discorrere, a raccontare. Lei narrò al bambino una storia talvolta lieta, talaltra drammatica: la sua vita intera. E Paolo, a sua volta, le parlò dei propri pensieri e speranze, dei successi e insuccessi, degli amici, dei giochi che più gli piaceva fare.

In breve, divennero amici, grandi, inseparabili amici. Un'amicizia, la loro, fatta soltanto di amore, partecipazione, solidarietà.

Chi transita per quei sentieri sterrati, ancora oggi può vedere, quando ritorna primavera, una donna e un bambino, felici, entrambi senza tempo, la mano nella mano, che passeggiano nella piazza fiorita e si scambiano speranze, promesse, delusioni, interminabili racconti...

Angela