Panorama
al
tramonto
Dal
mare si ha una visione d’insieme della baia di New York con isole e isolotti,
del porto, dei ponti di Brooklyn e di Manhattan e del Financial
District (dove c’è anche Wall Street e la Borsa, il centro del
potere finanziario del mondo intero).
Sento un leggero brivido nella schiena,
e non è per il vento che, con il sole (brillantissimi i suoi riflessi
sull’ampia distesa di mare) l’ha fatta da padrone per tutta la giornata.
Nota confortante: allo sbarco a
Manhattan un musicista nero con cornetta e tastiera elettronica suona tra
l’altro una bella versione jazz di “Guantanamera”, la nota canzone cubana.
CentralPark
Arrivo
all’altezza del Metropolitan Museum e lì entro in Central Park)
e passeggio in lungo e in largo. Infinito. Malgrado vi sia molta gente
mi stupisce piacevolmente il silenzio: non si sente neppure il traffico
della 5th Avenue e delle strade che passano all’interno di Central
Park e che sono percorse dalle auto. Alcuni passeggiano, da soli, in compagnia,
con i cani, chi discorre lo fa sottovoce; altri, stesi negli immensi prati,
si godono il sole; altri ancora stanno sulle panchine intorno a un bel
laghetto. In Central Park vedo le statue di Alice nel paese delle meraviglie,
con il Cappellaio Matto, il Coniglio, lo Stregatto, e una statua di Hans
Christian Andersen che assomiglia vagamente a Lenin. Mi fermo su una panchina
un’oretta buona.
Qui nessuno ti infastidisce, c’è
chi semplicemente transita o chi fa jogging, persone di tutte le età
con gli abbigliamenti più vari e pittoreschi. Tutti, newyorkesi
e turisti, portano scarpe sportive (da tennis o da relax, ma questo avviene
non solo qui, anche in tutte le altre parti della città. È
curioso, alle volte, vedere una giovane signora, elegante nel suo tailleur
nero, probabilmente “firmato”, con queste belle scarpotte a strisce irregolari
bianche, nere, gialle e blu).
Vedo molti bambini, finalmente;
New York pare non averne, salvo ad Harlem: la città nel suo complesso
è una città anti-bambino: rari gli spiazzi, non un cortile
per giocare. Pochi, piccoli e protetti i giardini e i parchetti cittadini.
Qui è il loro regno. Poche le coppiette e molto educate, riservate.
Mi piace immensamente Central Park: pare di essere fuori del mondo e non
in una città che nel suo cuore - Manhattan - sento esteticamente
affascinante ma tutto sommato ostile, costruita così com’è
per “stupire”: la grandezza, l’altezza dei grattacieli - una vera gara
per quello più luccicante - tutti dai nomi di personaggi illustri
e più ricchi del pianeta.
Ellis
Island
Vi
venivano tenuti in quarantena, letteralmente ammassati - dalla seconda
metà dell’Ottocento agli anni Trenta - gli immigrati che arrivavano
da paesi di tutto il mondo a New York via mare: vi sono ancora alcune
parti delle camerate in cui dormivano, con brande sovrapposte che mi hanno,
neppur troppo stranamente, ricordato le “camerate” dei lager di funesta
memoria. Visito tutto ciò che oggi è presentato come “Museo
dell’immigrazione”, ricchissimo di materiale fotografico e di reperti delle
povere cose che gli emigrati portavano con sé (dalle ceste agli
indumenti, alla biancheria, alle modeste masserizie). Le foto esposte alle
pareti sono moltissime: negli occhi di quelle persone si può leggere
ancora in uguale misura disperazione e speranza. Se vuoi saperne di più
su questo luogo molto triste e anche molto istruttivo, vai a vedere la
particolare
sezione che gli ho dedicato.
Harlem
In
una chiesa battista di Harlem ascolterò gospels. Vado in
pullman a West Harlem attraversando Manhattan (con un gruppo di italiani
e con tanto di guida che man mano ci racconta ciò che si incontra
nel tragitto).
Molti bei palazzi costeggiano Central
Park West e persone famose vi hanno un’abitazione.Si passa davanti alle
insegne dei più celebri teatri di Broadway, quelli in cui i musicals
restano in cartellone anche per alcuni anni con rappresentazioni tutte
le sere. Vediamo, sempre di passaggio - anche se di fatto si va a passo
d’uomo in mezzo a una marea di traffico - Radio City Music Hall, il Lincoln
Center, la Carnegie Hall, la casa dove abitò John Lennon e davanti
alla quale fu ucciso.
Su una collinetta vi è l’imponente
Columbia University che ha avuto tra i suoi allievi Jack Kerouac
e Allen Ginsberg, tutti e due espulsi per condotta immorale.
Percorriamo
poi a piedi le strade di Harlem, quartiere abbastanza degradato anche se
il percorso guidato prevede la visita di casette di legno dell’Ottocento
già restaurate e interi quartieri bruciati negli anni Ottanta il
cui restauro è in corso. Si nota anche qualche carcassa d’auto bruciata.
Qui vi sono state tensioni tra gruppi neri e ispanici, che si sono fatti
la guerra tra loro fino a una decina di anni fa.
Poi, in collina (qui il terreno
è piuttosto “mosso”, a saliscendi), splende la cosiddetta
“Casa bianca”, una villa dove abitò George Washington (dice orgogliosa
la guida nel suo improbabile italiano alla Stan Laurel e Oliver Hardy),
costruita in stile “falso palladiano”, restaurata e ben conservata. Fa
a pugni con le casette di legno, poco distanti e multicolori, con le scalinate
d’accesso che partono dai marciapiedi e con le case di tre-quattro piani,
con intonaci scrostati e anneriti, con nere e in parte arrugginite scale
antincendio sulle facciate, una costante a New York, anche quando queste
costruzioni sono affossate, letteralmente soffocate e rese “quasi” invisibili
dai grattacieli di Manhattan. Molte di queste palazzine sono abbandonate,
hanno assi inchiodate alle porte e finestre, in alcuni casi le finestre
sono murate, per evitare che divengano abitazioni di persone immigrate
abusivamente o dei 70mila homeless stimati nella sola Manhattan.
Si entra nella chiesa battista (dove
metà dello spazio è occupato da una gradinata di legno per
i fedeli e i visitatori occasionali quali siamo noi). Il rito è
officiato in modo decisamente informale tra suoni e canti gospel: bellissime
le voci, soprattutto quelle femminili con tutta la gamma delle estensioni
vocali; suggestivo l’ambiente. Anche i fedeli di Harlem, di un’eleganza
molto vistosa nella giornata festiva, e il celebrante in cotta e stola,
con paramenti molto simili a quelli di un sacerdote cattolico, cantano
e muovono ritmicamente il corpo, le braccia, seguendo indicazioni non scritte
che sono particolarmente adatte ad accompagnare questi canti appassionati
e commoventi.
Tutto il canto si armonizza su una,
al massimo due frasi (“We Are Calling You, My Lord; Bless Our People, My
Lord”, per esempio), che vengono ripetute nelle modulazioni più
varie e con veri e propri “ricami” che svariano da toni acutissimi ad altri
bassissimi, quasi arrochiti, delle bellissime voci di solisti che, di volta
in volta, di canto in canto, escono ad uno ad uno da un coro formato da
voci maschili e femminili. Cantano a piena voce, qui non vi sono mezzi
toni o inflessioni “sentimentali” o espressionistiche, come quelli che
vengono utilizzati nella musica jazz e anche nelle arie o nelle romanze
delle opere liriche di tradizione europea: sono invocazioni, in alcuni
casi proteste vere e proprie, che hanno la loro origine nei canti appassionati
e disperati degli schiavi delle piantagioni di cotone del profondo Sud
che li utilizzavano proprio in modo prioritario per creare coesione ed
unità tra loro, per esprimere dolore e contenuta ribellione nei
confronti di una condizione subumana.
Tutti coloro che fanno parte del
gruppo vocale portano lunghe vesti bianche e stole - come quella del celebrante
- rosse. L’effetto soprattutto emotivo, ma anche musicale e coreografico,
- per i movimenti ritmici che, a loro volta, vengono ripetuti con regolarità
e unitarietà da tutti i celebranti e dai fedeli, è affascinante
e coinvolgente. Alcune persone nel gruppo di turisti sono coinvolte a tal
punto da eseguire essi stessi movenze che, legate a ritmi assolutamente
perfetti e trascinanti, diventano via via sempre più naturali e
spontanee.
Uno spaccato di storia, di costume,
di sentimenti, di vitalità, di fierezza di tutto un popolo, quello
nero: quelli non erano afro-americani; erano semplicemente, e ancor più
dignitosamente e orgogliosamente, i diretti discendenti di quegli esseri
umani che non più tardi di un secolo fa giacevano ancora in catene,
venivano venduti nei pubblici mercati e che solo da una trentina d’anni,
dopo imponenti movimenti di massa e proteste che hanno conosciuto anche
momenti molto drammatici e tragici, hanno strappato elementari diritti
quali quelli di circolare sugli stessi mezzi di trasporto, di entrare negli
stessi locali pubblici, di mandare i figli alle stesse scuole dei bianchi.
Diritti che ora, in questi termini, vengono certamente rispettati, malgrado
poi i ruoli siano rigidamente distinti, anche e soprattutto per quanto
riguarda i lavori che vengono assegnati, riservati, alla popolazione nera.
Almeno, l'apartheid non c'è più...
Dopo una tale esperienza, non me
la sento di tornare nel baccano infernale di Manhattan; questo è
un quartiere "umano", ho bisogno di camminare, di riflettere e di rimeditare:
io sola lascio il pullman, rimango a gironzolare per questo quartiere che
mi ha preso il cuore: molti muri laterali delle case, molte saracinesche
di negozi sono decorate con graffiti e pitture in alcuni casi di bellissima
fattura, nei quali sono raffigurate varie scene di vita quotidiana e alcuni
personaggi che rappresentano la “gloria” di questo straordinario popolo:
Cassius Clay e con lui altri rappresentanti di quello sport nordamericano
che ha raccolto proprio con i neri i suoi massimi allori, Martin Luther
King, Malcolm X.
Vado a pranzo in quelle strade,
al vecchio e glorioso Cotton Club (un locale famoso per avere ospitato
i più celebri nomi del jazz, da Louis Armstrong a Miles Davis e
Dizzy Gillespie, vicinissimo al Teatro Apollo, altro luogo di vero e proprio
culto per gli amanti di questo genere musicale: mi hanno fatto entrare,
due maschere dell’Apollo, a vedere l’atrio e la sala, art-déco,
così, semplicemente, solo perché gliel’ho chiesto.
Al Cotton Club domina la cucina
“soul”, che ha la finalità di sollevare gli animi esattamente come
il gospel e la funzione religiosa: domina il pollo, fritto, in umido,
arrostito: i polli, in particolare, sono cucinati molto bene dappertutto
e sono animali enormi: una coscia di pollo, se non la si assaggia (o annusa)
per coglierne la “provenienza”, pare a prima vista una coscia di tacchino;
e poi le verdure, una gran varietà di verdure crude e cotte.
Naturalmente il pranzo è
accompagnato da musica jazz, di ottimo livello. Qui il jazz “gioca in casa”,
con strumentisti tutti assolutamente degni di nota e vocalist che non è
certo irrispettoso paragonare a Ella Fitzgerald. A quattro strumentisti
uomini fanno contrappunto quattro cantanti donne, una più brava
dell’altra. Ridendo, anche alle trovate di una delle cantanti che fa partecipare
tutti i commensali ai “coretti”, suggerendo le risposte da proporre in
coro alle strofe da lei cantate, trascorro in questo posto più di
due ore: lei, la cantante, scopre una tavolata di sei turisti inglesi e
li sfotte, rifacendogli il verso. Gli inglesi a loro volta imitano il birignao
americano e tutti ridiamo fino alle lacrime, compreso il pianista che,
alto alto e secco secco, sul suo seggiolino non rimane fermo per un minuto
filato.
Chinatown
Qui
le strade non seguono le regole della parte centrale di Manhattan: sono
disposte in modo più disordinato e casuale. In taluni punti Chinatown
e Little Italy si compenetrano: gli italiani hanno man mano ceduto il passo
e lo spazio ai cinesi, che vivono qui come in una vera e propria città
cinese, con tanto di templi buddisti e di quotidiani stampati in cinese.
Anche le insegne dei negozi, che si susseguono l’uno all’altro senza soluzione
di continuità, sono in cinese, in ideogrammi. Molti negozi, soprattutto
i ristoranti, espongono liste delle mercanzie e menu in cinese.
L’impressione generale è
quella di un quartiere disordinato, chiuso, ma vivace: vivono qui circa
centomila cinesi, e hanno conservato le loro abitudini e la loro cultura.
Vi è un numero sterminato di negozi, dove accanto a un venditore
di abbigliamento a buon mercato vi è un supermercato di gioielli
(domina la giada) e subito dopo una pescheria con grandi ceste di aragoste
e granchi enormi vivi, vivissimi. Poi, un sarto che espone preziose vesti
cinesi, coloratissime, seguito da un altro negozio che espone centinaia
di falsi Rolex. A seguire, un ristorante che ha in bella mostra anatre
“laccate”, una enorme esposizione di frutta e verdura e un altro ristorante
che tiene in vetrina acquari con aragoste vive e altri crostacei. Il tutto
in una varietà di colori sgargianti e di scritte inimmaginabile:
una sinfonia di colori e di odori che si inseguono e paiono non avere mai
fine.
Oltre ai negozi vi sono fabbriche
e fabbrichette di tessuti e di abbigliamento, nelle quali pare si lavori
settanta ore la settimana, naturalmente malpagati, quando si è pagati.
In quartieri newyorkesi come Harlem
e Chinatown si incontrano diseguaglianze macroscopiche: vi sono i proprietari
di esercizi commerciali e di industrie vere e proprie, e coloro che in
quegli esercizi e in quelle fabbriche lavorano, con bassi salari e per
un tempo medio che è un eufemismo definire esorbitante. Qui si respira
nell’aria lo sfruttamento e si vedono perfino ragazzini con addosso veri
e propri stracci che giocano per le strade con qualche asse di legno trasformata
in giocoso mezzo di trasporto.
Chinatown occupa anche la parte
est di Broadway, che corre lungo tutta l’isola di Manhattan con un percorso
irregolare rispetto alle ordinatissime Avenues.
Alcuni musei
di New York
Guggenheim
Lo
visito di buon mattino, in una giornata di sole.
Ospita una retrospettiva di Robert
Rauschenberg, un artista texano. Astrattista, compone quadri con materiali
disparati oltre che immagini diverse di animali, di parti del corpo umano,
di diagrammi; riproduzioni di opere d’arte - La Gioconda, per esempio.
Mi ricorda in qualche caso Andy Warhol. È un artista famoso, Rauschenberg,
che ha esposto in tutto il mondo, ma ciò non toglie che personalmente
la sua opera non mi convinca molto, nel complesso, se si esclude un montaggio
con John Fitzgerald Kennedy e le mani dello stesso JKF ripetute in molti
riquadri e in diversi colori e una serie di
Gioconda (appunto in
stile "Warhol") contornate da colori ed effetti diversi.
La
collezione permanente (raccolta da Solomon Guggenheim) comprende Kandinsky,
Chagall, Léger ai quali Guggenheim (miniere di argento e di rame)
dagli anni Venti destinò i propri investimenti. Negli anni Settanta
si è aggiunto un lascito, la collezione Tannhauser, comprendente
alcuni Cézanne, Degas (Ballerine), Gauguin sempre affascinantissimo,
Manet, Toulouse-Lautrec, Van Gogh (Montagne a Saint-Rémy)
e alcune opere giovanili di Picasso, molto belle e delicate, soprattutto
un ritratto femminile.
Le collezioni del Guggenheim sono
inserite in uno spazio architettonico a sé stante, che "fa a pugni"
con i bei palazzi che lo attorniano sulla Fifth Avenue; è una costruzione
circolare, che sale a spirale; anche l’interno naturalmente è una
spirale, e sale per sei piani. Le opere d’arte sono esposte lungo le pareti
di tale spirale: si sale in ascensore al sesto piano e si segue la naturale
discesa: ad ogni piano si aprono sale laterali nelle quali sono esposte
le collezioni permanenti.
MetropolitanMuseum
Possiede
3 milioni e mezzo di opere d’arte, gran parte delle quali non esposte:
non lamentiamoci delle gallerie italiane!). Il palazzo
è in stile neoclassico e sull’ampia scalinata sosta, stravaccato,
un intero popolo di stanchissimi visitatori. Al termine della mia visita,
sosterò anch'io su quella stessa scalinata, a mangiare il panino
d'obbligo.
Vedo le sale che raccolgono le opere
dei pittori spagnoli, italiani, olandesi, inglesi, fiamminghi, gli impressionisti
e i post-impressionisti: le opere più notevoli, almeno per me, sono
tre dipinti del Caravaggio, tra cui il Giovane con liuto che mi
ha sempre affascinato, lo conoscevo grazie alle riproduzioni e che mi ha
molto emozionato vedere dal vivo. La luminosità - le luci e le ombre,
per meglio dire - che ha saputo creare Caravaggio sono uno dei più
splendidi esempi di espressività e profondità nelle
opere pittoriche di tutti i tempi. Per restare agli
italiani, vi è un San Giovanni Battista del Ghirlandaio,
una Madonna con due Angeli di Filippo Lippi e un’Adorazione dei
Pastori di Mantegna, che a mio parere sono tra i dipinti più
notevoli del Met.
Grande commozione, poi per i due
Bambini
(uno con vestito rosso, l’altro in abito blu, celeberrimi) di Goya, e per
il Ritratto di Juan de Parej di Velázquez. Poi, ritratti
e ancora ritratti: da quelli delicati di Vermeer (Fanciulla addormentata,
quello che mi è piaciuto di più) a quelli di Rembrandt (Hendrike
Stoffiels, la sua compagna; Ritratto di signora; Signora
con rosa).
Anche
nella sezione inglese, molto belli i dipinti dei tre maggiori ritrattisti
inglesi: Thomas Lawrence, William Gainsborough e Sir Joshua Reynolds: i
ritratti sono quasi tutti dedicati a gentildonne inglesi.
A seguire, due fantastiche e notissime
opere di Bruegel (I mietitori e Cacciatori nella neve): amo
particolarmente questo pittore, a Vienna rientrai al Kunstistorische Museum
tre giorni filati per rivedere solamente i dipinti di questo artista. Tra
gli impressionisti (Manet, Monet, Cézanne, Renoir) mi colpisce in
particolare I giocatori di carte di Cézanne e il Renoir di
Madame
Charpentier con bambini. E poi, tra i post-impressionisti, l’amatissimo
Gauguin e le sue donne tahitiane, bellissime nella loro semplicità
e nei loro colori.
Vi sono due mostre particolari al
Met, che riesco a vedere anche se sono affollatissime. Non mi piacciono
le sale dei musei troppo affollate: c’è sempre qualcuno che è
lì per caso e rompe decisamente le scatole, anche con commenti di
cui si può decisamente fare a meno. Una delle sale espone dipinti
e disegni di Utrillo, Van Gogh, Cézanne. Poi vi sono i «Degas
di Degas», cioè i dipinti che Degas tenne per sé, con
le
Due ballerine in rosso che spicca su tutti.
Museum
of Modern Art
- MoMA
.
Un
museo che definire strepitoso è certamente riduttivo. Grandioso
l’edificio, bella l’esposizione di sculture del giardino (tra cui Rodin
e Moore (La famiglia), incredibile il numero e la qualità
delle opere pittoriche esposte: mi incanto davanti alla Notte stellata
di Van Gogh (dell’amato Vincent c’è anche il Ritratto di Joseph
Roulin), ma anche alle Demoiselles d’Avignon di Picasso (c’è
anche, di Picasso, il bellissino Ragazzo con cavallo, I tre musicisti
e Ragazza allo specchio), e alle opere di De Chirico, di Matisse
(Le danzatrici, Lezione di piano e Studio rosso -
con tutti quei "quadri nel quadro"), Toulouse-Lautrec
(La Goulue al Moulin Rouge), Paul Klee (Maschera d’attore,
che avevo visto una decina d’anni fa a Firenze, che ospitava una mostra
di Klee, e il complicatissimo Giardino del Castello che, visto da
vicino, pare un mosaico costruito con migliaia di pietruzze colorate),
Cézanne (il bellissimo Bagnante e il Château Noir
con le sue nuvole minacciose), Gauguin (la Natura morta con tre
cagnolini), Seurat, Mirò (Hirondelle-Amour, una sinfonia
di colori decisi e contrastanti), Boccioni (colori vivissimi, sfumati e
grandissimo dinamismo nel suo Giocatore di pallone; vi sono anche
alcune sculture di questo autore, che non sapevo si fosse dedicato anche
a tale forma di arte figurativa), Modigliani (Nudo disteso, molto
suggestivo e “sereno” soprattutto il volto della donna raffigurata, e di
cui ammiro anche una classica scultura di viso femminile, su pietra), Rousseau
(La zingara addormentata, una delle opere più belle che abbia
mai visto, per essenzialità di forme e per i colori, decisi e molto
armonici), Braque (in un paio di casi messo a fianco, quasi a confronto,
con Picasso: Uomo con chitarra di Braque e Ma jolie di Picasso,
in particolare, hanno stupefacenti affinità). E poi ancora, Klimt,
Kokoschka, e il fantasiosissimo e “volante” Chagall, Duchamp, Picabia,
Kandinsky, Man Ray, le geometrie di Mondrian, le “follie” surrealiste
di Dalí, Magritte; un affresco di Diego Rivera (Contadini con
Zapata) e gli Zapatisti di Orozco; La giungla, del cubano
Wifredo Lam; Marilyn Monroe su sfondo dorato di Andy Warhol.
Un unico appunto al MoMA: ciascuna
opera ha un suo titolo “originale” che qui non viene rispettato, poiché
le titolazioni che appaiono nelle etichette poste a fianco delle opere
sono in inglese. All’Ermitage di Leningrado, per esempio, è sempre
esposto il titolo originale (in francese, in italiano ecc.), seguito da
una traduzione in caratteri cirillici. E anche nei musei italiani viene
rispettato il titolo originale dell’opera. Il problema “filologico”, secondo
me, non è di importanza secondaria, anche se ovviamente l’elemento
più significativo, davanti a tante bellezze, è l’emozione
che trasmettono a chi le ammira e ne riconosce le pure forme, le essenziali
o elaborate figure, i giochi di colore, i particolari sorprendenti, i simbolismi
nascosti.
Comunque, qui come al Metropolitan,
non sono a New York, sono in un altro mondo, un mondo a sé stante,
dove la creatività dell’uomo - dovrei dire... prevalentemente dell’uomo
europeo... - ha dato i suoi risultati migliori. Beh, mi piace essere europea...
Sono un po’ stordita da tante bellezze.
Visito anche la mostra dedicata
a Egon Schiele, un pittore austriaco espressionista del quale conoscevo
in piccola parte l’opera. Qui c’è tutta la collezione di Herr Leopold
di Vienna, una vera chicca. I suoi dipinti (oli, carboncini, acquarelli,
chine) sono ricchissimi di simbolismi e rivelano un erotismo raffinatissimo
e coinvolgente.
Esco nel giardino a prendere una
boccata d’aria, in mezzo alle sculture di Henri Moore e di Rodin. Poi faccio
una rapida puntata alla mostra di design. Sono le 5 del pomeriggio.
Sono anche piuttosto vicina all’Empire
State Building; allora mi ci dirigo e salgo al novantaseiesimo piano,
all’“Osservatorio” (con tre “rampe” diverse di ascensori, velocissimi (danno
perfino un po’ di nausea, simile a quella che si prova nei decolli aerei),
da dove si vede tutta la città - e anche oltre - come da un elicottero. |